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Cacciari? Possiamo fare meglio

I proclami di indipendenza da Prodi o D'Alema non bastano.

Non so se Massimo Cacciari sarà in aprile a Trento per l’assemblea costituente della sinistra federale trentina. Conosciamo comunque le tesi da lui sostenute, ribadite recentemente nel documento "per un nuovo federalismo" presentato a Mestre nel gennaio scorso in occasione della presentazione del Movimento del Nord-Est.

E’ inutile nascondersi che le posizioni del sindaco di Venezia, se dovessero avverarsi, avrebbero effetti dirompenti per il Trentino e il suo futuro. A cominciare dalla stessa unilaterale annessione della nostra provincia all’indefinita area delle regioni orientali italiane. La sua polemica sull’autonomia trentina frutto di un privilegio, piuttosto che di una reale motivazione storica è nota perché espressa pubblicamente in tempi recenti. La sua proposta di un movimento politico completamente sganciato da ogni rapporto organizzativo con i partiti nazionali lo fa portatore di un'iniziativa originale rispetto a tutti i percorsi finora disegnati dalle forze politiche dell’Ulivo. Il suo pessimismo rispetto alla capacità delle forze nazionali di comprendere il malessere profondo del nord, assume nei suoi ultimi interventi toni fortemente drammatizzanti. S' intrecciano nelle sue posizioni profili progettuali inediti e analisi sociali di forte radicalismo, che lasciano pochi margini al procedere lento della politica convenzionale. Punto debole della proposta l’accentuato richiamo ad indistinti interessi territoriali piuttosto che a diversificate ipotesi di sviluppo rispetto a quelle che finora hanno intasato e deturpato l’intera area veneta.

La sinistra trentina ha deciso di percorre strade che raccolgono alcune delle sfide di Cacciari. Ma ha anche ribadito che il Trentino deve mantenere un suo ruolo originale, istituzionale e politico rispetto alle province venete. Deve ora dimostrare che il progetto proposto, nel suo insieme, non è frutto di vuoto orgoglio o di ridicola presunzione.

Abbiamo margini assai ridotti per dimostrare che la nostra autonomia può vivere senza privilegi parassitari. Non sarà facile inserire la nostra economia nei circuiti europei senza adeguarsi a processi di sviluppo devastanti. Sarà difficile il compito di svolgere la nostra naturale funzione di raccordo tra le regioni alpine e quelle padane, senza confluire in mondi che non furono mai nostri.

La necessità di sperimentare nuove forme di aggregazione politica, che siano sintesi non artificiosa di esperienze originali che qui sono state compiute, è impresa che si scontra con molti radicati sentimenti e risentimenti. Eppure non sarebbe impossibile procedere in modo inedito, senza cadere in velleitari propositi d' autarchia politica, contraddittori rispetto al cosmopolitismo culturale che ha segnato le pagine migliori della nostra storia.

Più che di proclami d’indipendenza rispetto a D’Alema o a Prodi, c’è bisogno di dimostrare che sappiamo fare di più, di meglio, di più radicato e innovativo rispetto a quello che a livello nazionale è proposto. Altrimenti i distinguo, i "non possumus" in nome di presunte inconciliabili diversità e alterità, assumono il sapore di alibi e di pretesti per il perpetuarsi di piccole oligarchie che celebrano se stesse.

E’ in discussione la scommessa grande di salvaguardare una storia originale come quella trentina. E’ in gioco la necessità di rivendicare, senza tentennamenti di sorta, uno sviluppo compatibile con la nostra realtà orografica che non consente forzature e improvvide pressioni. C’è la possibilità di affermare anche in Trentino quella rinnovata cultura di governo della sinistra che ha successo in tante parti d’Europa. Solo l’ incapacità di far sintesi, potrebbe far perdere alla sinistra, ancora una volta, la partita. Una partita che non determinerà solo il successo o la sconfitta di una sigla o di un partito, ma un modo di intendere lo sviluppo civile ed economico del Trentino.

Gli stessi avversari e gli amici più severi hanno riconosciuto serietà d' impostazione ai primi passi del processo della sinistra federale trentina. Molti hanno, più o meno strumentalmente, rilevato la differenza tra quello che si tentava di costruire a Trento e quello che si realizzava qualche settimana fa, a Firenze, nell’ambito degli stati generali della sinistra. Sarebbe tuttavia sciocco non vedere anche qui i rischi che un’operazione necessaria e vitale possa ridursi a semplice assemblaggio di sigle, disperdendo con questo molte delle speranze suscitate.

La parte avversa esprime in modo sempre più incalzante, senza remore e pudori, i suoi propositi devastanti rispetto ad un Trentino solidale ed accorto gestore delle proprie risorse ambientali ed umane. Se non viene fermata il Trentino sarà trasformato in un bazar dove si svendono senza ritegno i gioielli di famiglia. Non ci sono solo le proposte di attraversamento funiviario del Brenta. Sono riemersi i sepolti progetti di sfruttamento del Roen, si propone di riattivare gli impianti di Pejo a rischio di valanghe, di completare i caroselli di Fassa, sfregiando anche l’intonsa Val Giumela. La pressione per privatizzare il bene pubblico dell’acqua dei nostri fiumi esausti, per continui prelievi e inquinamenti, continua con rinnovate domande di centraline. Siamo rimasti l’unica provincia del sistema alpino che rincorre incrementi quantitativi delle infrastutture e della ricettività turistica. In giunta provinciale si è posto, in modo non retorico, la domanda: a che serve il demanio forestale? Dal che si deduce che non dovremo sorprenderci più di tanto se, nei prossimi mesi, saremo chiamati a discutere la privatizzazione della foresta di Paneveggio.

Una situazione allarmante che dovrebbe indurre tutto il centro-sinistra a produrre vigorose risposte di merito, piuttosto che ad alimentare la cronaca quotidiana con dispute, il più delle volte incomprensibili, sul perché alla "cosa rosa" si dovrebbe contrapporre la "cosa bianca". Non di questo c’è bisogno se si vuole evitare che il Trentino diventi un protettorato, una sorta di "Lebensraum" degli aggressivi vicini del nord o dell’est.

Troppi continuano ancora ad agire dimentichi che la nostra Sagunto cadrà rovinosamente se non riuscirà ad esprimere con tempestività uno slancio vitale, capace di convincere che a sinistra si può trovare il bandolo per uscire dalla crisi. Perché questo avvenga bisogna continuare con i segnali forti, esprimendo programmi inequivocabili, bucando i molti apparati che, come disse una volta Pietro Nenni, "annebbiano i rapporti tra la politica e la società".

Si faccia in modo che le provocazioni intelligenti che vengono da est, da Cacciari o da altri, servano almeno a questo.

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