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Una vita “stile Darfur”

Intervista ad Aziem, rifugiato politico sudanese, in Trentino dal 2006

Aziem

Chissà quanti di noi ricordano l’intervista che, nell’ottobre del 2006, Sabrina Nobile delle "Iene" fece all’onorevole Giuseppe Fini di Forza Italia. Il nome dell’allora rappresentante del popolo italiano non vi dice nulla? Ma se dico "Stile Darfur" tutto diventa penosamente chiaro, insieme alla figura incerta del deputato che, confondendo Darfur con fast food, afferma davanti alla telecamera che il Darfur "è una moda non italiana, perché noi… siamo un popolo dello stile, del buon mangiare" e invece il Darfur "sono cose di altri Paesi, cose velocissime…" Poverino. E poveri noi.

Che il Darfur non sia cosa velocissima, ma un teatro di guerre intestine che va avanti dalla notte dei tempi, Aziem lo sa bene. Infatti Malakal, la sua città di origine, dalla regione del Darfur non è poi molto lontana e lui ne ha vissuto le conseguenze fin da bambino. Aziem (Abdel Aziem Adam Koko è il suo nome completo) ha 44 anni, è in Italia dal 1994 ed ha alle spalle una storia singolare. Nel 1971, quando ha 7 anni, la sua famiglia è costretta a trasferirsi a Karthoum (la capitale del Sudan) per sfuggire alla prima guerra civile del sud del Paese. Nonostante le difficoltà e le incertezze, qui Aziem può andare a scuola, riuscendo ad arrivare all’università e a vincere una borsa di studio che nel 1986 lo porta a studiare giornalismo a Belgrado, dove si laurea nel 1992. Negli anni di Belgrado diventa un leader studentesco e nel ‘91, quale capo della delegazione sudanese della ex Jugoslavia, rifiuta l’invito dell’ambasciata del suo Paese a rendere omaggio al generale Abshir, neo-presidente dittatore, invitato al vertice dei Paesi non allineati. "L’Unione degli Studenti - farà sapere alla sua ambasciata - non riconosce Abshir quale guida legittima dello Stato". Questa dichiarazione gli costerà cara, tanto che in seguito, appena rimesso piede in territorio sudanese, sarà arrestato dai servizi di sicurezza. Passerà due mesi durissimi in una prigione fantasma, un capannone dismesso dove venivano nascosti i detenuti politici, subendo vessazioni, torture fisiche e psicologiche. Rilasciato, gli viene imposta la libertà vigilata e il divieto di partecipare alle manifestazioni pubbliche. Finalmente troverà modo di scappare fino a Port Sudan sul Mar Rosso, dove, nel gennaio del 1994, riuscirà ad imbarcarsi da clandestino su un cargo in partenza per Napoli. E da qui in poi inizia la sua avventura italiana.

L’Italia è stata una scelta o un caso?

Un caso, io cercavo soltanto un passaggio per l’Europa, andava bene qualsiasi destinazione.

Cosa hai fatto, una volta sbarcato a Napoli?

Ero un clandestino senza contatti, senza un soldo e che non conosceva la lingua. Lo stesso giorno ho preso un treno e, sempre cercando di tenermi nascosto, sono arrivato a Roma. Qui sono stato indirizzato subito al Centro Astalli.

Cosa ha significato per te il Centro Astalli?

Era il mio unico punto di riferimento. Da lì mi arrivava tutto: alloggio, vitto, vestiario. Ma era l’amicizia degli operatori e di tutto il personale che mi dava speranza e mi incoraggiava a tenere duro

Come e perché hai cominciato a lavorare lì?

Ho iniziato con il volontariato, scrivendo per il giornalino del Centro. In seguito mi è stato proposto di entrare a far parte degli operatori. Ho accettato subito perché negli anni avevo avuto modo di conoscere e apprezzare il lavoro a favore dei rifugiati, con i quali condividevo il destino e le sofferenze.

Il lavoro è lo stesso a Roma e a Trento?

Lo stile e l’ispirazione sono gli stessi. La differenza sta nella quantità e nella varietà dei servizi offerti. A Roma sono molto forti il contatto e l’interazione con l’ente pubblico e con gli uomini politici.

Che cosa fai al Cinformi (lo sportello provinciale informativo per l’immigrazione, n.d.r.)?

Quali sono le maggiori difficoltà che hai trovato e che ancora trovi in Italia?

La discriminazione razziale: anche dopo 23 anni in Europa, per tante persone resto un morto di fame, uno sfigato che rovina il decoro della città. Una volta in un bar mi hanno servito il caffè in un bicchiere della birra e quando ho chiesto perchè, la risposta, incomprensibile, è stata: "Perchè le cose grandi sono belle".

Secondo te, quale sarebbe la cosa più urgente da fare in Trentino nel campo dell’immigrazione?

Il Trentino ha dei progetti molto utili per gli immigrati, bisognerebbe però snellire alcune pratiche burocratiche. E poi sarebbe necessario un lavoro sistematico di informazione e sensibilizzazione, soprattutto per sconfiggere la paura della gente.

Il Centro Astalli ha una convenzione con il Servizio per le Politiche Sociali della Provincia per la gestione, tramite uno sportello presso il Cinformi, dell’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale. Lo sportello è un punto di riferimento stabile per tutti i rifugiati del territorio, dove vengono offerti informazione, sostegno e, di recente, anche supporto legale.