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Salvador (Brasile): una cooperativa per sopravvivere

Favelas brasiliane fra degrado e nuove speranze.

Giuliano Beltrani

Favela: Difficile trovare la spiegazione del termine, sia sui vocabolari che nelle enciclopedie. Eppure, anche se si trovasse, sarebbe difficile da rendere. Se uno non ci mette il naso non può capire quale livello di degrado si nasconda nella favela. Un mucchio (non è una fila, perché non c'è ordine), un mucchio di baracche attaccate le une alle altre, separate a volte da una stradina putrida, a volte da un pezzetta di terra incolta, a volte semplicemente da un interstizio. Questa è la favela, nella quale i bambini giocano, si rincorrono pieni di vita, ma lo fanno nelle fogne a ciclo aperto.

Questa è la favela, dalla quale gli uomini escono per cercare qualche lavoretto e, prima di tornare, si fermano al bar per dilapidare il poco guadagnato a suon di cachasa.

Questa è la favela, nella quale le donne sono il vero punto di riferimento in famiglie troppo numerose e troppo sgangherate (otto figli e parecchi padri).

Quante storie di violenza si potrebbero raccontare ! Ma non abbiamo lo stomaco per s'apportarle. Regina, la maestra dell'asilo, ci narra della bambina violentata qualche mese fa: aveva appena nove anni, ed è rimasta incinta. Sheila, la psicologa, ci spiega del bambino che hanno dovuto raccogliere per strada: aveva la mamma alcolizzata (il padre non si sa chi fosse) e viveva come un animaletto, rincantucciato fuori dalla baracca, in mezzo alle pantegane. Isabel, la dottoressa, ricorda il giorno in cui ha dovuto intervenire per togliere dalle mani di Paco la moglie Antonia: ne aveva prese tante da non essere più riconoscibile.

Siamo a Salvador, nella magnifica Bahia cantata da scrittori e poeti, nel nord-est del Brasile. Siamo lontani dalla cultura "europea" di San Paolo. Qui siamo nel cuore dell'afro-americano, con i "candomblè ", con le "mae de santo ", con il sincretismo fra la religione cattolica e i riti africani, con gli splendidi fisici longilinei che ammorbidiscono l'occhio a turisti e turiste.

A Salvador (due milioni e mezzo di abitanti), i favelados (abitanti delle favelas) sono un terzo della popolazione e hanno costruito qualcosa come 368 favelas. E' una specie di corona maledetta della città. Ce ne sono di piccole (poche centinaia di abitanti), ma ve ne sono di qualche decina di migliaia. Un tempo (non molti anni fa), quando il Brasile era retto dalla dittatura, il gioco era semplice: i favelados (che poi sono dei senza casa) occupavano un pezzo di territorio?

Nessun problema: il proprietario (generalmente un fazendero) avvertiva la polizia, la quale di buon mattino si presentava senza far complimenti con le ruspe e... via tutto. Oggi si tratta, e lo Stato risana le zone particolarmente degradate.

Siamo a Novos Alagados, a sud di Salvador. Il nome è un programma: nuovi allagati. La favela (circa quindicimila abitanti) è di quelle messe peggio. Ogni volta che piove (c'è da dire che qui, quando piove, piove) si allaga. Una parte della favela è costruita su un braccio di mare, su palafitte. Fra una palafitta e l'altra ti muovi su passerelle dall'incerto presente e dall'incertissimo futuro: legno marcio che scricchiola sinistro sotto i piedi. Ci accoglie Andre nella sua baracca: quindici metri quadrati di legno, copertura in eternit (solo da noi è cancerogeno). Dentro, due letti, su cui dormono in sei (come faranno? - ti chiedi) ed un paio di mobili, oltre, s'intende, alla televisione. Tavoli e sedie? Niente. In un angolo, appena dentro dalla porta, a sinistra, c'è un tappetino. Se lo scosti trovi il buco per i bisogni fisiologici: va tutto direttamente in mare, qui torbida cloaca, un chilometro più in là, cristallino specchio per i giochi dei turisti.

Qui, grazie alla spinta di un'associazione non governativa (AVSI), è nata una cooperativa, la Comonal (Cooperativa Moradores [abitanti] Novos Alagados). Grazie ad un progetto in collaborazione con la Banca Mondiale, i soci della cooperativa ottengono un mutuo (massimo 4.500 dollari) per costruirsi la casa.

All'inizio c'era diffidenza: una casa da queste parti? "E chi l'ha mai vista? E chi la vedrà mai" - si chiedevano. Poi, quando le prime case sono sorte, l'entusiasmo ha cominciato a salire. Oggi ne sono state realizzate ventotto, e nove sono in costruzione. I soci della coop sono diventati 160, e altri vorrebbero entrare, ma il progetto ha un termine.

Siamo nella sede della cooperativa: autocostruita, naturalmente. A pianterreno c'è una sala per i corsi di formazione (di cucina, di cucito); al primo piano e' è l'ufficio, e c'è la sala assemblee. Stasera sono presenti una cinquantina di soci per discutere del futuro. Il problema non è solo la casa, che pure è importantissima. E lo senti che a quella ci tengono. Lo senti dalla signora che sogna di averne una da tre piani (lei che è nata, vissuta e fino a ieri pensava di morire in una baracca). Lo senti dall'attenzione con cui trattano l'argomento. Ma c'è un altro problema: il lavoro.

Il lavoro stabile è mercé rara: qui vige il lavoro informale. Si va in spiaggia a vendere cocchi o bibite; si viene assunti per costruire le tribunette per chi guarda le sfilate del Carnevale; si viene cercati per altre mansioncine. Niente di più. Un progetto lo stanno accarezzando dirigenti e soci di Comonal: cominciare ad occuparsi di lavoro. Innanzitutto stanno progettando una "centrai de materiaes", ovvero una fabbrica di mattoni. "Se costruiamo le case - commentano - perché non facciamo anche i mattoni? Oltre tutto, potremmo venderli all'esterno". E poi si pensa seriamente a costituire squadre per altri lavori inerenti alla casa: imbianchini, muratori, e via elencando.

Ma c'è un ma. Serve la formazione, e serve qualche piccola attrezzatura per partire.

' 'Non grandi cose " - spiegano i dirigenti - ma una spinta". Ma la spinta più grossa dev'essere data attraverso la formazione: per insegnare a lavorare.

A Novos Alagados si augurano che qualcuno dia loro una mano, perché hanno una gran voglia di riscatto. Potrà e vorrà il dorato Trentino trovare il modo di intervenire?