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Come fare la nuova regione?

Si metterà mano, dunque, per la terza volta al nostro Statuto di Autonomia. Questa, che fino a uno o due anni fa, sembrava quasi una ipotesi blasfema, ora è divenuta una communis opinio, almeno fra gli addetti ai lavori.

E' una prospettiva ancora circondata da qualche apprensione, collegata al timore che il processo di revisione dello Statuto, inserito nella più generale riforma della Repubblica, componi l'affievolirsi della nostra "specialità ", soprattutto per quel che riguarda le risorse finanziarie. Ma che ci troviamo alla vigilia di una modifica degli assetti del nostro ordinamento, sono pochi a dubitarlo. Incerto è il risultato finale della riforma.

C'è chi pensa all'abolizione della Regione, per farne due, come la SVP; chi, al contrario, vorrebbe invece potenziare la Regione a scapito dello Stato, senza indebolire le Province; chi preconizza una Regione ad ordinamento confederale; chi infine paventa l'annessione del Trentino alla Regione Veneto, con tanti saluti alla nostra "specialità ". Ma di questo ci sarà tempo e modo di discutere.

Ciò che ora sembra urgente è invece la scelta della procedura, cioè delle sedi, dei tempi e delle riforme entro le quali incanalare il divenire di un progetto nuovo sonetto dalla volontà della maggioranza dei soggetti interessati.

E' noto che la Bicamerale ha affrontato e risolto la questione. Riformata la Repubblica secondo un modello definito impropriamente "federale ", ha previsto che lo Statuto della nostra Regione sia modificato secondo un progetto approvato prima separatamente dai due Consigli provinciali di Trento e di Balzano, quindi dal Consiglio regionale e infine dal Parlamento. Non mi è ben chiaro se il nuovo progetto sia vincolato ai principi della nuova costituzione, cioè se si debba limitarsi ad un semplice adattamento del nostro ordinamento a quanto sarà stabilito dalla nuova legge fondamentale della Repubblica, o se invece possa anche investire la struttura intrinseca del nostro attuale sistema, in particolare il suo schema di tipo federale.

Ma il difetto maggiore del procedimento descritto della Bicamerale è che non prevede una sede, una modalità, un momento di coordinamento, di confronto diretto, di mediazione fra i vari soggetti interessati alla riforma. Pensare che tale sede possa essere il Consiglio regionale dopo che i due Consigli provinciali avessero per loro conto approvato due progetti diversi, mi sembra illusorio. Né è realistico sperare che una tale lacuna possa essere colmata dalla spontanea iniziativa politica, tanto più nello scenario frammentato che è facile prevedere per il prossimo Consiglio provinciale trentino.

Fabbrini, con il suo entusiasmo creativo, ha partorito l'idea di una Costituente regionale. Idea affascinante, che evoca il pathos della nascita di una nazione, o almeno di una comunità di liberi cittadini che con sovrana consapevolezza gettano le basi della loro civile convivenza. Ma temo che sia irrealizzabile. E' un procedimento macchinoso, perché presuppone una legge costituzionale per formare la Costituente, quindi comporta la sua elezione al fianco del Consiglio regionale, ed in conclusione la ratifica o approvazione da parte del Parlamento del suo elaborato, ciò che, fra l'altro, priverebbe l'idea di gran parte del suo fascino. Ma soprattutto è facile prevedere che non garberà alla SVP, poiché il gruppo sudtirolese vi si troverebbe in minoranza, e si tratta, come è ovvio, di una motivazione di rifiuto assolutamente rispettabile.

Una via dotata nel necessario pragmatismo e tale da garantire tutte le parti interessate è quella, suggerita da Giorgio Grigolli, di una nuova commissione dei 19, l'organismo che nei lontani primi anni '60 negoziò e redasse lo Statuto ora vigente. Una sorta di Tricamerale nominata, sull'accordo di tutti, con semplice decreto ministeriale, formata dai rappresentanti delle due Province e del potere centrale, Governo e Parlamento, quale sede politica ove trattare il nuovo assetto dell'Autonomia.

Il risultato del suo lavoro, come a suo tempo il "pacchetto ", sarà poi affidato ai Consigli provinciali e regionali ed al Parlamento, i quali adotteranno le deliberazioni formali, operando su di un terreno già arato e seminato, raccogliendo il frutto di un lavoro politico in una sede a ciò deputata.

Forse dall'esperienza del passato ci viene qualche insegnamento utile ancora per oggi.