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Chiesa e Regione

Giorgio Grigolli

Con Walter Micheli è possibile discutere senza litigare. Vale anche per mons. Iginio Regger. Dichiaro quindi la mia discordanza da certe loro recenti tesi, riepilogate nell'ultimo numero di Questotrentino ("Chiesa, Regione, Potere De: un intervento clamoroso").

Non considero, infatti, la Regione del '48 un peccato originale, neanche l'effetto di una lettura fraudolenta e meramente "trentina" dell'accordo Degasperi-Gruber; neanche un affronto voluto dalla minoranza sudtirolese. Nemmeno condivido pienamente la tesi (senza considerarmi un avamposto di curia) di un "peccato d'omissione " della Chiesa tridentina su questo e altro, una colpa per la quale - in clima di Giubileo prossimo - occorrerebbe adesso chiedere scusa.

Potremmo, semmai, condolerci del fatto che ormai si resta in pochi a discutere di questo, quasi da sopravvissuti, come era capitato a quei giapponesi del '45. La "politica" pensa ad altro.

Si può convenire con Walter Micheli che la sinistra dell'epoca fondativa dell'autonomia speciale si sia generalmente espressa per una struttura istituzionale a Province consociate ("un consorzio di due autonomie" -avevano detto Gigino Battisti e Giannantonio Manci).

Dire che è stato un antivedere meritorio, rispetto alla Regione adesso riscritta dalla Bicamerale ( "La Regione è costituita dalle Province di Trento e di Balzano ") mi pare tuttavia eccessivo. Credo che la storia vada inquadrata nelle circostanze del tempo.

Occorrerà ricordare, ad esempio, che una parte della Costituente era contraria a concedere l'autonomia solo all'Alto Adige "per motivi nazionali", come osservò Palmiro Togliatti in una lettera a Ernesta Battisti (21 marzo 1947). Neanche si poteva trascurare la presenza di oltre 100.000 "italiani" in Alto Adige, quasi a indurre un rischio a prospettiva capovolta, rispetto alle opzioni del '39, allora imposte ai sudtirolesi.

Del resto, una Regione delle Alpi come modello di convivenza poteva stare nelle vedute di Degasperi - più volte ribadita a Trento - neanche contrastata da Gruber; accettata, alla fine, da Erich Amonn, leader della Svp, e da Guggenberg, nella famosa lettera del 29 gennaio 1948 indirizzata a Degasperi ed a Perassi. Circostanza ribadita da Amonn anche nel successivo congresso della Svp del 25 febbraio seguente.

Abbastanza patetica, quindi, l'attuale sottolineatura di Magnago a dichiarare "estorto " quel consenso del governo italiano. Su una linea "regionale", del resto, erano largamente attestati i partiti trentini, con le varianti seguite nei 14 schemi di statuto fino alla vigilia del voto alla Costituente.

Non meraviglia che l'obiettivo Regione sia diventato proprio della Democrazia Cristiana trentina, anche in forza di una sua capacità rappresentativa, realizzata il 18 aprile 1948 con un 71,9 per cento dei voti (i socialcomunisti al 19,9 per cento) e nel novembre seguente, alle regionali, con un 57,6 per cento (rispetto al Pptt al secondo posto, con un 16,8 per cento). Che all'epoca, nell'indirizzo dei voti, vi fosse anche una confluenza di ragioni di Chiesa, non è un mistero. La sinistra attuale non può assolversi dal peccato (politico) della avvenuta confluenza nel fronte socialcomunista. Che l'arcivescovo de Ferrari si sia spinto, all'epoca, perfino a deplorare la lista del Pptt, quasi a rompere la linea difensiva anti-Garibaldi, è un elemento aggiuntivo di connotazione. Al massimo conservatori, si direbbe oggi, non certo eversivi i Defant e i Pruner.

Tuttavia, vale l'osservazione di Paolo Spriano, lo storico comunista: "Era tempo di nemici, non di avversari".

Vi furono, certamente, altre convergenze del tipo. La Chiesa tridentina, nonostante i tentativi del vescovo Endrici, conservava il carico della giurisdizione su dieci decanati di lingua tedesca. Lassù, dove un vescovo, di nome Geisler, nel '39 aveva optato per la Germania "come tedesco e non come vescovo", in una realtà quindi fratturata. Occorreva in qualche modo accostare l'obiettivo di difesa duplice - politica e religiosa - degli "italiani" di lassù, un'altra volta. Lo stesso Degasperi contribuì con il suo appannaggio presidenziale alla costruzione a Bolzano della chiesa Regina pacis.

Paternalismo "trentino"? E' questo l'incongruo connubio fra Flaminio Piccoli e mons. Alfonso Cesconi, che avrebbe addirittura portato "al distacco tra le due Chiese"! Certo, verrà anche la stagione decisiva dei vescovi Gargitter e Gottardi, la "fraterna intesa" del '64 che andrà a sancire le nuove dimensioni confinarie delle diocesi, addirittura anticipando alcune linee portanti del secondo statuto di autonomia del '72.

Lettura "acritica", questa - dico a Walter Micheli? Non è impropria una lettura "critica" di Odorizzi (art. 14, Castelfirmiano, eccetera), la sua veduta più "giuridica" che "politica" delle situazioni; scavalcata nel '60, dalla storia, non certo da tramandare nella figura del "prefetto di Roma", così frequente in Magnago e in Benedikter.

Ci si può chiedere, adesso, se la Chiesa tridentina e quella "che è a Bolzano-Bressanone" possa in qualche modo segnare nuovamente una strada, prima e oltre le fibrillazioni della politica dissestata, dopo la grande presenza di Gargitter e adesso con il simbolo greco del "syn" (insieme) che è la strategia di Egger.

A Trento, la costituzione sinodale del 1986, nei confronti dell'Alto Adige-Sudtirol, ha prospettato un ruolo "di rispetto e di collaborazione", in qualche modo laterale, rispetto all'esperienza più intima di storia locale e dei doveri di convivenza. Si potrebbe chiedere di più, quasi la prospettiva di un sogno. La convocazione, ad esempio, di una assemblea "aperta" delle "cristianità" che sono a Trento ed a Bolzano-Bressanone, a ripercorrere in spirito di testimonianza la presenza della Chiesa nella stagione dinamitarda e a indagare sul domani augurabile. Ad ispezionare, quindi, la possibilità di inoltro in tre lingue, tutto prepolitico, nell'epoca più difficile del secolo alle porte, per noi terzo statuto ed altro. Dubito che l'ufficialità faccia propria l'iniziativa.

Ecco dove personaggi credibili, come mons. Rogger, potrebbero aprire (attraverso l'istituto di scienze religiose?) un'iniziativa culturale su tutto questo. Appunto perché - dice Micheli - Rogger "riesce sempre a toccare nervi ancor oggi scoperti".

Potrebbe riuscire illuminante, su questo, l'utopia scritta nella "Lettera a Diogneto", una risposta del I secolo alle domande di convivenza tra cristiani: "I cristiani - si legge - non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per il modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare... abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono a tutti i loro doveri di cittadini, eppure sopportano i pesi della vita sociale con interiore distacco... Ogni terra straniera per loro è patria, ma ogni patria è terra straniera".

Certo, qui c'è il senso della transizione più che il miraggio della resistenza. Tutto un diverso, comunque, rispetto ai censimenti etnici, alla proporzionale come regola per la vita quotidiana. Chi sa se l'Europa in divenire andrà ad incoraggiare oppure no l'eternità della proporzionale e - meno nobilmente- i leghismi di frontiera, la Èva Klotz ed anche il Boso. Una traiettoria sull'intuizione dei tempi, introdotta con sensibilità di Chiesa, potrebbe incoraggiare, su questo, un dibattito da dentro e per fuori. Difficile da crederci, interessante da proporre.