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QT n. 7, 4 aprile 1998 Servizi

Un gesto importante, un atto dovuto

Federico Steinhaus, presidente della Comunità Ebraica di Menano, commenta il documento autocritico della Chiesa cattolica.

Questo documento della Chiesa cattolica, che ha espresso una valutazione autocritica in merito al proprio atteggiamento passato nei confronti dell'ebraismo, è parso il coronamento di un processo portato avanti da Giovanni Paolo II, concretizzatosi anche con la visita alla sinagoga di Roma e con ripetuti pronunciamenti; ci è però sembrato di intravedere una certa freddezza da parte del mondo ebraico nei confronti di questo documento. Vorremmo capire come mai questa uscita tanto attesa, questo recupero di dialogo e di confronto, è stato accolto in questo modo...

"Non c'è stata nessuna freddezza: ci sono molti modi di ragionare su questo documento, che sono frutto di percorsi filosofici, teologici e umani diversificati. Dunque, abbiamo avuto reazioni più o meno positive, ci sono stati accenni critici, soprattutto in relazione al periodo del pontificato di Pio XII, però non riesco a capire che cosa si aspettasse, da noi, il mondo cattolico - intendiamoci, parlo dei giornali e dell'uomo della strada, non della Chiesa... Dovevamo forse reagire con abbracci, salti di gioia, entusiasmo? Dopo 1900 anni, quel documento ci sembra quasi un atto dovuto. Lo apprezziamo molto, perché ha richiesto del coraggio da parte di questo pontefice, che ha senz'altro dovuto fronteggiare un 'opposizione interna agguerrita. Dico questo perché dieci anni per partorire un testo sono tanti: è il sintomo di quello che il papa ha dovuto fronteggiare all'interno della Chiesa cattolica. Ma da parte ebraica non credo ci si dovessero aspettare scene di entusiasmo per le strade: il nostro è un atteggiamento di apprezzamento, sia pure critico; un atteggiamento positivo nei confronti di un documento che è la base essenziale per costruire un rapporto ancora migliore in futuro".

Lei parla di quello che si attendeva l'uomo della strada di parte cattolica; ora, Indro Montanelli non è l'uomo della strada, eppure, nella sua rubrica sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, egli esprimeva una certa delusione rispetto alla reazione del mondo ebraico, interpretando la vostra posizione come frutto di una tendenza del mondo ebraico a chiudersi in una sorta di apartheid. E concludeva ricordando, lui "filo-semita doc" come si definisce, che ogni tipo di apartheid ha sempre prodotto qualche altra apartheid.

"Certo, Montanelli non è un uomo della strada: è un uomo di cultura che io stimo e apprezzo moltissimo, anche se non sempre sono stato d'accordo con lui, e ho avuto anche occasione di dirglielo personalmente. Però credo che anche lui possa qualche volta non interpretare con sufficiente esattezza un mondo culturale e religioso del quale sicuramente è amico, ma che non conosce nei suoi percorsi intimi. Posso farle un esempio contrastante rispetto a quello di Montanelli: un paio di giorni fa, un sacerdote altoatesino che doveva scrivere un articolo sullo stesso argomento, mi ha chiesto un colloquio nel corso del quale ha ripetuto un paio di volte la domanda: 'Allora, vi basta questa richiesta di perdono ?' Io l'ho guardato esterrefatto. Cosa vuoi dire 'vi basta'? Noi non abbiamo mosso un dito, non pretendiamo, accettiamo l'atteggiamento del pontefice e della Chiesa su questo argomento, però diciamo anche: signori miei, ricordatevi che la Chiesa ha perseguitato gli ebrei in quanto ebrei, per motivi teologici, per 1900 anni. Se dopo tutto questo tempo finalmente dice: 'Beh, abbiamo sbagliato, scusateci ', ha fatto - crediamo noi - quello eh 'era giusto fare. Con un atto di coraggio, sicuramente, e di grande onestà; ma cos'altro dovevamo aspettarci o sperare?"

Il mondo ebraico italiano - Tullia Zevi, il rabbino Toaff, lei stesso con quanto ci ha appena detto - sembra apprezzare la qualità del processo storico che ha prodotto questo documento, in misura maggiore rispetto ad altre realtà ebraiche, come lo stato d'Israele o l'ebraismo americano, che sono invece apparsi più critici. Questo dipende forse dalla possibilità di valutare meglio, in maniera più diretta e vicina, la situazione con tutte le sue difficoltà?

"lo sono sicuramente allineato sulle posizioni di Tullia Zevi e di Elio Toaff, dei quali conosco il difficile impegno dispiegato negli ultimi 25 anni per costruire in comune con gli ambienti cattolici un percorso di pace e di convivenza armoniosa. L'ebraismo italiano, in particolare, ha assunto a livello internazionale un ruolo molto particolare in questi rapporti con la Chiesa, per ovvie ragioni di vicinanza fisica. Bisogna però aggiungere che in quest'opera gli ebrei italiani hanno interpretato le posizioni dell'ebraismo nella sua totalità. In Israele le reazioni possono essere state diverse - a parte la distanza - anche a causa di divergenze di natura politica, per esempio sul futuro di Gerusalemme. Anche in America le divergenze sono state originate soprattutto da motivazioni politiche, concernenti altre aree del mondo...

Si tratta di approcci diversificati. Ripeto: io sono consapevole delle difficoltà che hanno intralciato questa gestazione; sono d'accordo con chi sostiene che si tratta di una svolta fondamentale, perché d'ora in poi sarà impossibile che qualcuno predichi o pratichi Vanti-giudaismo teologico pretendendo di agire nel nome della Chiesa cattolica; ma non capisco perché un atteggiamento diversificato da parte ebraica possa risultare deludente per qualcuno ".

Introducendo il suo libro "Ebrei/Juden", Tullia Zevi sostiene che "il passato va giudicato senza spirito di vendetta, ma anche senza amnesie, senza revisioni mistificatorie, senza assoluzioni gratuite, senza ambigui perdonismi. Contro i mostri che menzogne, pregiudizi e violenze hanno generato lungo i secoli e continuano a generare, vi è una sola arma: valida semplice e terribile. Si chiama verità". Possiamo concludere dicendo che questo documento aiuta la ricerca della verità?

"In maniera essenziale. Questo documento va apprezzato perché è un atto di onestà e di coraggio e costituisce un pilastro di questa ricerca e dell'instaurazione di un rapporto completamente diverso della Chiesa con il proprio passato e con il proprio futuro. Come tale va letto e utilizzato: non dimentichiamo che è un documento di lavoro ".

Il gruppo di lavoro fra l'ebraismo e la Chiesa cattolica ha confermato - è notizia di pochi giorni fa - di voler procedere insieme nella lettura e nell'analisi dell'atteggiamento cattolico nei confronti della Shoà, con la disponibilità dichiarata della parte cattolica ad aprire gli Archivi Vaticani. Questo conferma la volontà di non esaurire con questo documento il processo di ricerca.

"Un altro passo fondamentale sarebbe l'apertura dei Musei Vaticani. Io ho avuto la fortuna di poter visitare le catacombe ebraiche di Roma quando ancora erano sotto controllo vaticano e di cose ebraiche lì non c'è più niente. Tutto quello che e 'era è stato portato via e nascosto nei sotterranei dei Musei Vaticani. Da parte di entrambi gli interlocutori c'è la volontà di fare sul serio: da decenni sono in corso colloqui molto costruttivi, di cui questa è una tappa fondamentale: quella più clamorosa, dopo la visita del papa alla sinagoga di Roma, ma non l'unica".

Lei ha scritto anche un libro sulla "Terra contesa", cioè sul delicato problema dei rapporti col mondo islamico. Ebbene, questi rapporti, al di là delle tensioni in Medio Oriente, procedono con altrettanta disponibilità di confronto? Oppure, con quella religione, i problemi sono più complessi e condizionati dalle vicende politiche?

"Con l'Islam non ci sono problemi. Le due religioni sono vicine, quasi affratellate. Non ci sono colloqui interreligiosi di pacificazione, ma solo perché non ce n 'è alcun bisogno. I problemi sono politici, dovuti alla coesistenza di popoli, culture, e anche religioni diverse su uno stesso territorio. Ma anche a livello politico mi pare che siamo sulla strada giusta; forse speravamo che le cose avvenissero con maggiore celerilà di quanto non sia, ma credo che il processo di pacificazione andrà avanti ".

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Diego Quaglioni

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