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Il popolo ha sempre ragione?

Finanziamento pubblico ai partiti: un tema impopolare, affrontato nel modo peggiore.

Il popolo sovrano ha sempre ragione. A grandissima maggioranza nel 1993 ha votato contro il finanziamento pubblico ai partiti, e quindi ogni legge che invece destini ai partiti pubblico denaro trasgredisce la volontà popolare. E ciò, in regime democratico, è intollerabile.

Eppure qualche motivo per dubitare che il popolo abbia sempre ragione forse esiste.

E’ vero che dopo tutto i partiti politici sono associazioni private. Quindi al loro finanziamento devono provvedere i privati cittadini che vi aderiscono. Un tale principio, teoricamente ineccepibile, per funzionare in concreto presuppone una vasta partecipazione alla vita dei partiti. Una cultura politica ed una passione civica molto diffuse si tradurrebbero in una presenza ed in una contribuzione massiccia di cittadini nella vita ed alle spese dei partiti. Ma una tale realtà, che pure abbiamo conosciuto nell’immediato dopoguerra, è andata via via dileguandosi, ed oggi l’impegno nella realtà dei partiti è prerogativa di una abbastanza esigua minoranza di persone. Ciò è dovuto in parte al fatto che interessarsi dei problemi generali della comunità implica uno sforzo supplementare di energie intellettuali ed un dispendio di tempo sottratto ed altre private occupazioni, ed in parte al discredito di cui soffrono i partiti a causa della degenerazione che, negli ultimi anni della prima Repubblica, hanno subìto.

E tuttavia, degenerati, oligarchici, troppo numerosi, spartitori e lottizzanti, con tutto quel che volete, dei partiti non possiamo fare a meno.

Non è concepibile una democrazia di massa senza partiti. Ogni volta che si è tentato di sostituirli con altre forme di organizzazione della pubblica opinione, si è finito per ricadere nella stessa forma partitica che si voleva sostituire, spesso persino peggiorandola. I Verdi, con la loro visione "trasversale", cioè che attraversasse i partiti; il radicalismo di Pannella; il movimentismo di Bossi contro i partiti ladroni; l’aziendalismo di Berlusconi: sono tutti tentativi rivolti a soppiantare i partiti tradizionali, che infine hanno approdato ad esiti che, se hanno qualcosa di diverso dai partiti che volevano combattere, è certamente peggiore.

La verità è che, piaccia o non piaccia, le uniche alternative ai partiti sono o un regime assembleare, che deferisce ogni decisione alla totalità dei cittadini interpellati nella loro spontanea ed isolata autonomia, ciò che, con tutta evidenza, costituisce un miraggio di remota fantapolitica; o un ordinamento a partito unico che rappresenta, come è ovvio, il contrario della democrazia; oppure, infine, un sistema basato sulla competizione fra leader, divenuto possibile nella società dell’informazione, con il terribile rischio di ridurre, fino ad annullare, il controllo critico della cittadinanza trasformata in passivo oggetto di manipolazione mediatica.

Ed allora se i partiti, con i loro difetti, restano nonostante tutto un così prezioso strumento idoneo a preservarci da sviluppi catastrofici, forse meritano un riconoscimento di questa loro funzione di pubblico interesse.

Non a caso tale loro funzione è riconosciuta dalla Costituzione. Sono associazioni private, ma con una loro peculiarità: di perseguire soltanto fini di pubblico interesse.

Rappresentano i multiformi interessi che si agitano nella società, ne esprimono le diverse culture ed aspirazioni, formano e selezionano la classe dirigente, organizzano la competizione democratica, garantiscono la libertà di dissentire.

L’errore è stato, ed è ancora oggi, di non affrontare il problema apertamente coram populo. Il referendum sul problema si tenne nel momento peggiore, quando cioè la decadenza del costume politico si era disvelata nella sua misura più devastante con la prima scoperta giudiziaria di Tangentopoli. I tentativi successivi di rimediare all’abrogazione della legge proclamata da un empito di emozione popolare, hanno avuto i caratteri delle manovre furtive. Certamente non giova ad una corretta considerazione del problema l’accordo fra un deputato dell’Ulivo ed uno di Forza Italia per fondare un partito al solo fine di assicurare un finanziamento al "Foglio" di Giuliano Ferrara

E’ persino possibile dunque che il popolo non abbia sempre ragione, ma per convincerlo occorrono argomenti persuasivi. Purtroppo sembra che tali non siano quelli dai palazzi romani.

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Andrea Grosselli e Lorenzo Fedel

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