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QT n. 8, 18 aprile 1998 Servizi

Un macello tira l’altro

La politica del gambero: dal macello del futuro si torna a quelli di paese.

Petermaier Luca

Il rapporto tra la Provincia di Trento ed i macelli pubblici non è mai stato, bisogna ammetterlo, dei più felici. Si sono provate diverse vie per creare strutture capaci di soddisfare le richieste dei macellai trentini. Si è passati dalla struttura piccola e funzionale, a quella di dimensioni faraoniche, per ripiegare infine sulla soluzione intermedia.

Tutto inutile. Sono state percorse le strade sbagliate e, oltre a questo, colpevolmente scartate a priori le ipotesi di intervento che poi si sarebbero rivelate, puntualmente, come le più efficienti. D’altronde la caratteristica peculiare della classe dirigente pre-tangentopoli (e anche di parte di quella attuale) non era (e non è) certamente la lungimiranza. Era piuttosto, ed a quanto pare continua ad essere, la costanza, quella con la quale persevera negli stessi, classici schemi clientelari: finanziamenti "come se piovesse", con lo scopo (mal)celato di alimentare gli stessi, classici interessi.

I risultati sono noti e parlano da soli. Anzi: gridano vendetta. E la gridano forte, ad esempio, i quasi quattro miliardi (finanziati nel’ 92 dalla Provincia) e investiti dal comune di Rovereto nella costruzione del maxi-macello provinciale a Mori Stazione, rivelatosi poi il più scontato dei monumenti allo spreco.

L’opera avrebbe dovuto, secondo la Provincia e l’Amministrazione roveretana, costituire il primo grande centro di raccolta, lavorazione e smercio delle carni da macello per l’intero territorio trentino. Ma i conti sono stati fatti male. Per ultimare la struttura, infatti, mancano ancora circa due miliardini non preventivati.

Chi li caccia? Mamma Provincia, dal canto suo, dice: "Io non ci penso nemmeno. Ce ne ho già messi anche troppi." Come biasimarla? E il Comune di Rovereto? Manco a parlarne. I costi di gestione, a sentir loro, sarebbero eccessivi per essere sopportati dal solo Comune e gli altri enti locali che avevano inizialmente appoggiato il progetto e sui quali quindi si faceva affidamento per una partnership nella gestione del macello, hanno pensato bene di tirarsi indietro prima di venir coinvolti.

Il prodotto di un simile coacervo di inefficienza e leggerezza è l’ennesima cattedrale nel deserto, un aborto da denuncia a S.O.S. Gabibbo. Quattro miliardi buttati al vento, quando sarebbero bastate poche centinaia di milioni per ristrutturare, portandolo al passo con la normativa Cee, il macello di San Giorgio, una struttura efficiente e dai costi di gestione ridotti. Ma si è pensato di fare le cose in grande, senza dare ascolto ai macellai roveretani (in fin dei conti i diretti interessati), che avevano sempre contestato il maxi-macello, prospettando proprio quei problemi di gestione che si sono poi puntualmente verificati.

E siccome l’uomo politico è, notoriamente, un "animale" che non sa trarre insegnamento dai propri errori, ecco che i nostri eroi tornano alla carica, candidamente dimentichi del recente passato.

E’ fresca fresca, infatti, l’approvazione in Consiglio comunale di Pergine di un progetto, del costo di oltre un miliardo e mezzo, per la costruzione indovinate di che cosa? Di un macello pubblico per tutta la Valsugana.

Niente da ridire sul macello in sé: se veramente serve, che lo costruiscano pure. Ma il punto è proprio questo: visti i precedenti, siamo sicuri di quel che facciamo? A quanto sembra sì. Il progetto ha trovato quindi il via libera in Consiglio comunale, e mamma Provincia, che perde il pelo ma non il vizio, ha pensato bene di finanziarlo, mettendo a disposizione 1.146 milioni sui 1.600 complessivamente necessari. Ma, ripetiamo, se questo benedetto macello bisogna veramente farlo, ben vengano anche gli aiuti provinciali.

E come si fa a sapere se una spesa simile sia opportuna? La logica più elementare indurrebbe chiunque a chiedere agli uffici competenti di fornire il numero di capi macellati nel ’97 da parte dei Comuni che sostengono l’opera, il dato minimo per capire se un macello serve veramente. E questo è proprio ciò che ha fatto Paolo Vitti, consigliere comunale di "Idee per la Città" in quel di Pergine. "Ho rivolto il quesito al Servizio Veterinario - dice Vitti - ma le risposte che ho ricevuto sono state così vaghe ed insufficienti che i miei dubbi sull’opportunità del macello in Valsugana rimangno più forti che mai. La mia richiesta era molto semplice - continua il consigliere - volevo sapere semplicemente un numero. Ma il Servizio Veterinario, invece di quello degli animali macellati, mi ha fornito quello degli animali in vita, omettendo però di specificare quanti di questi fossero allevati per essere effettivamente macellati. A che mi serve un’informazione simile?"

La cosa è ancora più comica se si pensa che il numero degli animali macellati nel ’97 non è stato fornito, adducendo non meglio precisati motivi tecnici di garanzia e di riservatezza.

Ma riservatezza di chi? Da quando in qua un bovino è titolare di un diritto alla privacy? E nemmeno poi una riservatezza della vita privata, ma una tutela da morto. E’ come se, per decidere un’eventuale riduzione dei limiti di velocità in autostrada, non si potesse conoscere il numero dei morti per incidente stradale nel 1997, perché si violerebbe in tal modo il diritto alla riservatezza di ciascuno di essi. Ma stiamo scherzando? "Il segreto veterinario opposto dal Comune di Pergine su un dato così importante - sostiene Vitti - la dice lunga sul concetto di trasparenza di tale operazione."

Ma a questo punto un’altra domanda sorge (a noi, ma evidentemente non alla Provincia): visto che per ultimare il macello di Rovereto mancano circa 2 miliardi, perché il finanziamento dato a Pergine per il nuovo macello non è invece stato utilizzato per ultimare la struttura presso Mori Stazione? Certo, forse noi ragioniamo secondo schemi logici troppo conseguenziali ed immediati. La politica è un’altra cosa. Ma il buon senso che fine ha fatto? Probabilmente ha fatto la stessa fine del macello di Rovereto: abbandonato alla propria sorte, inutilizzato.

Tra l’altro sembra, da quanto denunciato da Paolo Vitti in un’interpellanza al sindaco di Pergine, che il futuro macello della Valsugana non sarà nemmeno in grado di rispettare i criteri imposti dalla Cee. I quali prevedono l’importazione di animali vivi con abbattimento-lavorazione ed esportazione del prodotto finito in tutta la Comunità Europea. Oltre a ciò, due marchi di certificazione sia per la macellazione che per il sezionamento ed il confezionamento della carne. "Il macello a capacità limitata di Pergine - dice Vitti - può invece importare animali vivi dalla Cee, abbatterli, lavorarli e commercializzarli, ma solo in Italia."

Ma allora che fine fanno le direttive della Comunità?

La chiave di lettura del problema macelli in Trentino è proprio questa. Abbiamo quasi pronta una struttura costruita appositamente nel rispetto degli standard europei, capace di lavorare e redistribuire anche fuori dall’Italia la quasi totalità delle carni presenti nel territorio provinciale. E che cosa si fa invece di farla funzionare? Si pensa bene di finanziare nuovi macelli, a capacità ridotta (vedi Pergine) e per di più completamente fuori dai parametri Cee. Ma che razza di poltica è questa? E’ quella solita: clientelare ai limiti della decenza.

Se il maxi-macello roveretano è, a quanto pare, ben lungi dal costituire un solido presente per gli allevatori Trentini, all’interno di un mercato che ha una dinamica sempre più sovranazionale, quale futuro possono garantire questi piccoli macelli di paese?

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