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Il mio 25 aprile

Gli insegnamenti dei nostri vecchi e i problemi nello spiegare ai più giovani.

Dopo aver letto alcune lettere dei condannati a morte della Resistenza europea al nazi-fascismo, il foglio rimane sul banco, e lo sbircia così anche l'insegnante dell'ora successiva. Un ragazzo mi ferma poi sul corridoio e mi dice, con l'atteggiamento di chi mi svela un segreto, che il docente di chimica ha commentato che meglio faremmo a leggere dei gulag del comunismo. Naturalmente avevamo già letto testimonianze e riflessioni anche su quei crimini, e avevo invitato gli studenti a confrontare due interviste contrapposte, di Norberto Bobbio e di Eric Hobsbawn, sul rapporto fra nazismo e comunismo.

Basta però la battuta di quel mio collega di scienza e di tecnica per intuire il sospetto diffuso nella società nei confronti dell'insegnamento della storia del Novecento, e della sua strumentalizzazione a fini politici: la convinzione che si esageri nel condannare nazismo e fascismo e nell'esaltare la Resistenza, per nascondere così, o attenuare, le colpe della sinistra.

Eppure quell'insegnante ha fatto bene a esprimere la sua opinione: ha dimostrato, ai suoi e miei studenti, che la storia non è un arida disciplina scolastica, ma la base della formazione del cittadino. Non è il regno di un fredda obbiettività, ma un campo coinvolgente e infinito di ricerca, in cui l'idea che ci facciamo del passato dipende alla fine da come decideranno di stare nel presente, e dalla capacità di immaginarci un futuro.

Da qualche anno propongo agli studenti di V l'approfondimento su Fascismo e Resistenza in Trentino, usando i materiali predisposti dal Museo Storico. Il tema è dibattuto, e sospetto anche fra i giovani, e infatti quest'anno la classe lo ha rifiutato.

Il problema storiografico che intriga, a mio parere, è questo: come poterono proprio i comunisti, forza decisiva nella Resistenza al nazi-fascismo, "liberare" l'Italia?

Quando l'architetto Giorgio Ziosi, il 25 aprile, prese la parola a Palazzo Geremia per commemorare il comunista Carlo Scotoni, due noti intellettuali di Trento abbandonarono provocatoriamente la sala, sibilando tra i denti il loro no al comunismo, anche a quel comunismo liberatore. Ho conosciuto anch'io Carlo Scotoni in una occasione: era il '78, e ci trovammo entrambi membri di una commissione provinciale per il XXX dell'Autonomia, presieduta da Giorgio Grigolli. Ricordo l'attenzione con cui era seguito da tutti, e la disponibilità nei miei confronti, giovane alquanto ignorante, nel raccontarmi la storia di Gianantonio Manci e Mario Fasi, e di Gino Lubich, che io non avevo mai sentito nominare.

Ci sono parole - Patria, Rivoluzione, Bandiera - che possono apparire tronfie e retoriche. Cantate dalla corale "Bella Ciao", nella sala affollata di partigiani, non ti fanno sorridere, non sono ridicole: capisci che allora quei "miti" indussero molti a scelte pensate e rischiose, che ci liberarono.

"Ai diritti si può rinunciare, ai doveri mai! " - ha affermato il professor Tullio Calliari, soldato prigioniero nel campo di internamento tedesco, che resistette rifiutando di collaborare con chi gli offriva di ritornare a casa.

Fu così, credo, per il comunismo: la "guerra di liberazione nazionale" fu possibile, per molti, perché la vissero anche come "guerra di classe", a fianco dell'Urss, del proletariato contro il padrone, per la giustizia sociale. E solo l'orizzonte finale di una società comunista permise di sopportare i drammi di una "guerra civile" fra italiani, un sovrappiù di violenza, dei padri contro i figli, dei fratelli contro i fratelli.

La società senza classi si rivelò poi un mito irrealizzabile, o addirittura un sistema oppressivo e sanguinario, dove il progetto risultò provvisoriamente vincente.

Venne sostituita perciò, gradualmente, nella coscienza e nella pratica politica dei comunisti italiani, dalla consapevolezza che il percorso è più tortuoso e contraddittorio: ripensamento favorito dall'essere stati educati combattendo al fianco di quanti, meno numerosi e meno attenti forse, avevano però un'intuizione più giusta sulle strade per avvicinare l'eguaglianza sociale.

Giorgio Ziosi ha rivendicato al 25 aprile 1945 il privilegio di essere la festa dell'intera nazione italiana, mentre il 18 aprile ( 1948) fu la vittoria di una parte, quella democristiana, che avrebbe provocato discriminazioni, sofferenze, e lutti, fra i lavoratori.

E' la verità: ma quelle elezioni, che ci schierarono a occidente in quel mondo diviso, consentirono poi a parecchi, che quel voto anticomunista avevano dato, o che erano stati educati a considerarlo una vittoria, di "scegliere" il Pci come luogo di impegno politico.

Uno studente mi ha domandato, quest'anno, se io sapevo di Stalin quando nel 1973 mi iscrissi al partito comunista. Risposi che lo sapevo, ed era per me un problema spinoso che la stessa parola, il comunismo, definisse realtà e progetti antitetici. Ma aggiunsi che la storia non incomincia con ognuno di noi, e perciò siamo chiamati, umilmente nel dubbio, a "scegliere" lo strumento che ci viene faticosamente consegnato da altri, a trasformarlo, a dichiararlo esaurito persino, se la storia ce lo domanda.

Fu così che molti, in quegli anni, votarono e militarono in quel partito, ne uscirono, o continuarono poi a guardare con qualche speranza ai suoi eredi. Sempre scegliendo: mentre amici sceglievano altrove, in più direzioni.

Quando, più volte, visitai l'Unione Sovietica, l'Ungheria, ed altri paesi dell'est, non certo negli anni del terrore, ma in quelli grigi di Breznev, vedevo che lì il comunismo era un destino, sottratto alla scelta di uomini e donne.

Forse soprattutto per questo, prima ancora che per il fallimento dell'economia, era destinato a crollare.

Mentre noi abbiamo potuto continuare liberamente a cercare, a dividerci, a ricomporci, a perderci, a ritrovarci. Figli della Resistenza, ma eredi anche di altre storte radici.