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Val Jumela: l’assalto finale

Passo dopo passo, impianto dopo impianto... Come si cancella ambiente e cultura.

Trenta lunghi anni di assalti non sono risultati vani. Finalmente gli amministratori comunali di Pozza di Fassa e gli albergatori possono lanciare alto il loro grido di vittoria e lasciarlo correre lungo i dolci declivi prativi della valle Jumela.

E' dal 1968 che l'imprenditoria alberghiera e dello sci invernale tenta di penetrare con impianti e piste in questa valle. Trent'anni fa un piano di sviluppo turistico, con lungimiranza incredibile chiamato "Fassa 2000", prevedeva il potenziamento di tutte le aree sciistiche del comprensorio ladino, o attraverso ristrutturazioni di impianti tecnicamente superati, o con ampliamenti delle aree sciistiche, nuove piste, nuovi collegamenti.

All'inizio degli anni Settanta queste proposte venivano recepite dalle amministrazioni comunali di Fassa e inserite in un piano "organico" approvato con grande enfasi in sede comprensoriale e portato all'attenzione dell'amministrazione provinciale.

Passo dopo passo, tutte le aree sono state potenziate: a Canazei, a Campitello verso Col Rodella, a Vigo di Fassa, a Moena sia al Lusia che al Passo San Pellegrino.

In nessun caso si è andati per il sottile: i terreni sono stati spianati, i boschi divelti, si sono costruite strutture di ristoro in alta quota con edifici ad alto impatto paesaggistico, tutti lavori che hanno visto le questioni ambientali Fassare come marginali. Un solo obiettivo, una sola imperante ideologia guidava le scelte e la qualità delle realizzazioni, una religione assolutista che non ammetteva contrarietà, approfondimenti: lo sviluppo.

Le proposte di allora, come quelle successive dei primi anni '80, prevedevano la costruzione di oltre una decina di impianti, di collegare Buffaure con l'area del Ciampac attraverso Sella Brunec, di costruire un'area sciistica nuova verso vai di Crepa con arroccamento da Fontanazzo. Addirittura si pensava di collegare vai San Nicolo, attraverso i Monzoni, con Passo Selle e l'area sciistica di Passo San Pellegrino. Ogni vallecola, ogni versante veniva letto con una sola ottica: piste da sci. Le montagne, allora come oggi, servivano solo a sviluppare turismo, all'industria della neve: ogni altra considerazione o risultava banale, o veniva definita "integralismo protezioni sta".

Liti e contrapposizioni fra le diverse società di impianti di Passi timidezza degli albergatori nell'investire fondi propri, l'esagerazione dei progetti presentati, hanno fatto sì che fino agli anni '90 la zona sciistica di Pozza sia rimasta ferma. Addirittura la bidonvia che sali va dal paese al Buffaure è stata ferma per anni finché si è cominciati ad operare con maggiore sottigliezza. Vengono abbandonate le proposte complessive e si Fassa alla politica del passo dopo passe come del resto avevano insegnai le società vicine, come insegna la Comunità di Fiemme nel costruire strade forestali.

Le motivazioni che sostengono la proposta di nuovi impianti sono le stesse di trent'anni prima. Pozza non vuole essere solo dormitorio di Fassa, come la definiscono i suoi amministratori, un dormi torio capace di oltre 12.000 posti letto. Pozza deve fornire strutture, attrattive, portarsi a livello degli altri comuni.

Quindi impianti, anche per "togliere traffico dalla intasata statale". Così facendo. Pozza rimarrà sempre dormitorio e diventerà anche un grande e diffuso parcheggio: in pochi anni i nuovi impianti richiederanno altri alberghi, altri servizi, altre strade. Il solito circo vizioso che nessuno ha intenzione di interrompere e che sta portando alla banalizzazione dell'offerta turistica della nostra Provincia.

Dal 1995 al '96 si rifà così l'impianto e la pista del Buffaure, si inserisce l'innevamento artificiale, poi si propone il collegamento in seggiovia da Buffaure a Col Valvacin, autorizzato nel 1997 dalla Giunta Provinciale nonostante il parere contrario della commissione tutela paesaggio e l'assenza del procedimento di valutazione d'impatto ambientale, arrivando alla sfrontatezza di scrivere in delibera che con tale concessione si ritiene concluso il procedimento di sviluppo e potenziamento dell'area sciistica, affermando anche che su questa ipotesi c'era il consenso della società impiantistica, consenso che prontamente viene smentito sulla stampa sia dalla società Buffaure che dal sindaco di Pozza Remo Florian.

Siamo così arrivati al passo conclusivo, la presentazione del progetto degli impianti e piste che da Col Valvacin scenderanno in Val Giumela sulla Sella di Ciamòl per risalire a Sella Brunec. Impianti che vengono confermati nella ipotesi di variante al Piano Urbanistico Provinciale depositata in pubblica visione in questi giorni e che prevede almeno la cancellazione della prevista area sciabile in vai di Crepa.

Per costruire queste piste si dovrà incidere in modo molto pesante il territorio alto della vai Jumela, si dovranno costruire pesanti strutture di protezione dal pericolo valanghe, si costruiranno vasconi per la raccolta dell'acqua neccessaria all'innevamento artificiale. Una volta costruite piste ed impianti, si cominceranno a chiedere ampliamenti, varianti, tutte opere che saranno celermente acconsentite dai vari servizi della Provincia in quanto, valutati nelle loro ridotte proporzioni, sembreranno minimali; così, anno dopo anno, passo dopo passo, il progetto originario di Fassa 2000 diverrà realtà.

E' il passo che priva la valle di Fassa della sua anima più autentica. E' il passo che cancella ogni traccia di storia, cultura, della vita del Fassato. Val Giumela è l'ultimo scrigno paesaggistico che ci può raccontare la storia dei cacciatori, dei primi insediamenti abitativi nel fondovalle, che ci parla della conquista dell'uomo dello spazio d'alta quota attraverso la deforestazione, la cultura dei grandi spazi pascolivi, delle fienagioni estive, delle pesanti transumanze, della costruzione dei baiti, delle "tiejes", cascine che servivano da magazzino del fieno.

Val Giumela è un "biotopo" complessivo, tanto importante perché privo di specificità paesaggistiche imponenti come le guglie dolomitiche, ma perché ogni suo aspetto ha bisogno di letture attente. E' una valle che non permette semplificazioni, pur risultando invece il paesaggio caratterizzato da delicatezza, da lunghe pennellate di colori contrastanti che comunque riconducono tutti alla serenità, ad un alto senso di equilibrio, di sobrietà.

Ecco quindi Val Giumela raccontare a tutto il mondo la storia della evoluzione geologica del nostro pianeta: un laboratorio geologico che riassume con straordinaria complessità e sintesi formazioni vulcaniche, rocce basaltiche intrecciate ad arenarie e rocce calcaree, un laboratorio di studio che ha formato tutti i geologi europei.

Val Giumela racconta la storia di fiori e piante rarissime, racconta la storia di fragili torbiere d'alta quota che le piste di sci distruggeranno, racconta le escursioni di grandi botanici; fra i quali il fassano Facchini, che l'hanno percorsa centimetro su centimetro studiandone ogni minimo fuscello, ogni possibile endemismo.

Val Giumela racconta anche ed ancora la storia del primo turismo di Fassa, il turismo della tranquillità, della contemplazione della montagna, del fascino della Marmolada, racconta i primi passi dell'escursionismo e dell'alpinismo dei semplici, l'alpinismo che sa dialogare con la montagna, che porta rispetto, l'alpinismo della contemplazione. Val Giumela è l'ultimo gioiello di Fassa. Non a caso, nel 1989, "S.O.S Dolomites" si era portata a Roma presso il ministero dell'Ambiente per chiedere che la valle divenisse "Riserva naturale dello Stato". Gli accordi allora presi con il ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo erano ormai a buon punto. Le solite ripetute crisi di governo ci hanno privato in tempi brevi di un grande ministro e hanno affossato progetto.

Una volta cancellato questo gioiello, la valle racconterà ancora: racconterà dell'egoismo degli uomini di Fassa, della loro insensibilità, dell'ipocrisia nascosta nell'azione politica di ladini, tesi a difendere una tradizione linguistica che - d'accordo - sarebbe sciagurato perdere, ma che in nome del massimo profitto non hanno saputo difendere il patrimonio che ha permesso loro la vita, il consolidarsi della lingua, delle tradizioni, il patrimonio paesaggistico, il valore autentico che queste straordinarie ed uniche montagne dovevano loro ispirare. I ladini, proprio perché protagonisti economici dei progetti che stanno cancellando la valle, sono anche i maggiori responsabili della sconfitta della loro più genuina cultura.