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In nome della Nato

Francesco Cossiga disprezza l'età giovanile. Quando vuole svalutare qualcuno lo chiama. "il giudice ragazzino", ricordate? o "il deputato bambino" rivolto oggi a Folena. Eppure, quanto a bambinate, mi pare che non scherzi nemmeno lui.

Già la vicenda di questa sua creatura, l'UDR, un neonato decrepito, lo ha visto giocare come un infante viziato da troppe coccole, un giorno volendola, il giorno dopo ripudiandola, con i vari Mastella e Buttiglione sballottati in cangianti scenari evocati dalla sua stregonesca regia. Ma il culmino è stato raggiunto in questi giorni che ci hanno offerto la rappresentazione di uno psicodramma nel quale Cossiga è stato contornato da un nutrito cast di comprimari che sembravano, tutti, usciti da un asilo infantile. Si trattava di ratificare il trattato sull'allargamento della Nato a tré paesi all'est. Decisione importante perché comportava rilevanti impegni finanziari. Interferisce con la costruzione dell'Unione Europea, modifica la natura e la destinazione delle forze armate. C'erano insomma molti aspetti del provvedimento sui quali sarebbe stato necessario un confronto approfondito, ed anche comprensibile manifestare motivati dissensi.

Ma non è questo che è avvenuto. Bertinotti, angosciato nella morsa in cui si trova di dovere egli, antagonista al sistema, appoggiare invece un governo che il sistema lo sta restaurando, ha bisogno che di tanto in tanto il suo antagonismo sia visibile ai suoi elettori. Ha colto quindi il pretesto dell'allargamento della Nato per annunciare il suo voto contrario. L'argomento era perfetto per ridestare nei vecchi compagni le antiche emozioni.

Il Governo così restava senza la sua maggioranza. Zàffete, Cossiga e il Polo si buttano, furbescamente il primo, con violenza il secondo, sull'insperata occasione per lucrare i loro meschini profitti tattici.

L'ex presidente offre e ritira il suo apporto alla maggioranza in una capricciosa sequenza di go and stop, miralo a farne parte e nel contempo dichiarandosi ad essa alternativo. Il Polo offre il voto in cambio delle dimissioni di governo, il che è come se un medico dicesse al paziente: ti guarisco purché poi ti suicidi. Posizione perfettamente contraria ma speculare a quella di Rifondazione Comunista. Bertinotti vota contro la Nato ma intende salvare il Governo. Berlusconi vota la Nato ma esige la fine del Governo. Una sorta di divergenze parallele, come le avrebbe definite Aldo Moro. Oppure, mutuando il linguaggio andreottesco, un voto contrario per sfiduciare il Governo ed un voto favorevole per sfiduciarlo.

Sono ancora presenti, in questi personaggi, gli antichi vizi della prima Repubblica. Ed è anche vero che la storia talvolta si ripete: la prima volta, nel marzo 1948 quando il Parlamento dopo una battaglia epica deliberò l'adesione al Patto Atlantico, come dramma; oggi, sempre discutendo della Nato ma in condizioni ben diverse, come farsa. La farsa di Bertinotti, di Cossiga e di Berlusconi che su un tema così impegnativo di politica estera hanno imbastito meschini giochetti di bottega.

II Governo ha retto. Prodi ancora una volta, con la sua pacatezza, ce l'ha fatta. Però la maggioranza dovrebbe mostrarsi più convinta delle sue ragioni. C'è un popolo dell'Ulivo deluso che non va a votare. C'è una classe operaia che non risponde agli appelli del sindacato per l'occupazione.

Manca una guida politica che sappia persuadere che questi non sono tempi ne di facili entusiasmi ne di rapide soluzioni ai problemi che ci angustiano.

Il fallimento della Bicamerale non esonera la maggioranza ed il suo governo dal dovere di continuare il processo di riforma dello Stato iniziato con le leggi Bassanini, ma che non sarà compiuto senza riforme costituzionali.

La disoccupazione di massa del Mezzogiorno non si cura con una o più leggi o con interventi del solo potere politico. Se non si fanno avanti gli imprenditori non nascono nuove aziende. E che ciò avvenga è improbabile in luoghi dove due ergastolani possono fuggire da una gabbia, sita in un bunker, sotto gli occhi di magistrati e carabinieri che li dovevano sorvegliare.

Se il protezionismo economico che la Confindustria domanda per investire nel sud può essere discutibile, più che giustificata è invece la pretesa di una efficiente protezione dalla malavita. Questi sono i veri problemi.