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Le età del Museo Civico di Rovereto

Il Museo riapre dopo 5 anni con una mostra in cui racconta la propria storia.

Lunedì 13 luglio ha riaperto al pubblico il Museo Civico di Rovereto, dopo un quinquennio di chiusura dovuta al trasferimento da Palazzo Jacob a Palazzo Parolari, situato al centro della città e ristrutturato ottimamente proprio per farne una sede all'altezza del progetto di un "nuovo" museo, rinnovato secondo le linee della più aggiornata museografia scientifica.

Ha riaperto con la mostra temporanea (chiuderà infatti il 30 aprile del '99) "Le età del museo", dedicata ... a se stesso: al secolo e mezzo della propria storia, sempre strettamente intrecciata con la storia culturale, sociale e politica della città. Una mostra che è un riuscito intreccio fra la necessità di tornare ad esporre almeno una parte delle proprie collezioni, che la chiusura di Palazzo Jacob aveva reso non fruibili per la cittadinanza, e la necessità di farci sopra un ragionamento storicizzante, che metta in rapporto la nuova felice "età" che si dovrebbe aprire nella nuova sede rinnovata, con le età precedenti, che la mostra memorizza ed invita ad iniziare a studiare in modo adeguato, come un pezzo importante della storia della città.

Il Museo Civico di Rovereto è nato poco dopo la metà del secolo scorso (l'inaugurazione è del 1855), "dal basso", per la spinta del tutto volontaria di un gruppo di studiosi roveretani che misero in comune le proprie collezioni naturalistiche ed archeologiche, ma soprattutto la propria voglia di cooperazione scientifica e di studio- oggi diremmo multidisciplinare- del territorio in cui vivevano. Humus dell'iniziativa erano gli ambienti cittadini "moderni", quelli più intrisi di positivismo e di spirito nazionale italiano. Ambienti per i quali lo studio del territorio era la continuazione dell'opera di promozione economica e politica dello stesso, ed il museo diventa così, in questo periodo, un flore all'occhiello della città e nella società dei suoi soci fondatori troviamo il fior fiore della classe dirigente roveretana del tempo: a fianco degli studiosi anche imprenditori e amministratori. Un interesse per l'appropriazione scientifica del territorio, questo, che aveva anche il sottinteso della difesa del carattere nazionale italiano della comunità che lo abitava, allora minoranza etnica compresa nel vasto e multinazionale Impero Austroungarico (anche in concorrenza con gli studiosi di lingua tedesca, che avevano da poco fondato il Museum Ferdinandeum di Innsbruck, che rischiava di risucchiare lassù le raccolte e le conoscenze locali). Che però non comportava la chiusura dei propri orizzonti in modo asfitticamente difensivo, ma anzi l'apertura anche alla comunità scientifica internazionale, con la ricerca continua di interlocuzione con gli studiosi più avanzati in ogni parte d'Europa. Metodo attraverso il quale sono stati raggiunti anche risultati di sicura autorevolezza scientifica.

Questa prima fase felice della vita del museo finisce però con la prima guerra mondiale, durante la quale il museo, che si ritrovava in zona di operazioni belliche, viene chiuso e saccheggiato, e vede disperso parte del proprio patrimonio scientifico. Così, dopo la guerra, deve ripartire un faticoso lavoro di ricostruzione delle collezioni, che fa capo, ora, ad un minor numero di soci attivi.

Sì, perché intanto il Museo Civico era un po' passato di moda. Finita l'età positivistica, il nuovo clima è più adatto ad altre operazioni culturali. Basti pensare che a livello locale è ora il momento dell'apertura del Museo della Guerra -che verrà inaugurato nel 1921 niente meno che dai (nuovi) sovrani- molto più adatto ad impersonare la nuova retorica patriottico-idealistica della Vittoria prima e del Regime poi. Rispetto alla quale il quotidiano minuzioso impegno nelle scienze naturali, alle quali è votato il Civico, doveva sembrare, per lo spirito del tempo, un po' pedante.

Il Civico riemerge così anche dalla seconda guerra mondiale come da una fase di declino, ed installato dal 1942 in un palazzo tutto suo, il Palazzo Jacob (dopo aver migrato per anni sempre ospite un po' stretto di altre istituzioni), cerca un proprio ruolo in una nuova funzione didattica, mirata al circuito delle scuole cittadine. Ma in una cronica povertà di mezzi, da cui verrà a liberarlo solo l'autonomia "speciale" degli anni '70, con le grandi competenze in materia di cultura e le notevoli risorse collegate.

Il resto è storia recente : nel 1983 il passaggio al Comune di Rovereto, che ne potenzia la struttura con la nomina di personale professionista (un direttore -il geologo Franco Finotti- e due conservatori, uno per le scienze naturali ed uno per l'archeologia) e la ristrutturazione di palazzo Parolari, per una sistemazione fornita delle più aggiornate risorse tecnologiche: laboratori scientifici di prim'ordine, un planetario, aule attrezzate per la didattica, depositi di cui è possibile consultare al videoterminale il catalogo e le immagini dei reperti, ecc.

La mostra attualmente in corso racconta appunto questa storia, mettendo assieme documentazione politico-amministrativa, pannelli di spiegazioni storiche, ed una scelta esemplare delle collezioni, allestita con la logica del "museo del museo". Con l'intenzione cioè di far toccare con mano al visitatore il tragitto del progressivo formarsi delle collezioni, nel quotidiano lavoro di raccolta, studio e classificazione dei reperti.

Salvando ed incuneando all'interno di un nuovo moderno allestimento del percorso espositivo -come fossili essi stessi- pezzi dell'apparato conservativo storico, che documentano l'orizzonte culturale dei fondatori, inscritto in una attività comparativo-classificatoria che è alla base della cultura positivistica, ma anche proprio -potremmo dire- della nascita delle moderne discipline scientifiche.

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