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Caritro: un padrone invece di un partner

Si cercava un partner forte, si è trovato un padrone; si voleva il controllo locale, si è venduto tutto; si cercava una banca tedesca, si è chiusa la porta alla Deutsche Bank. Eppure... Storia, retroscena e interrogativi sulla maxi-privatizzazione della Caritro.

In questi giorni si sta chiudendo la dismissione della Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. Per un mare di soldi: la banca è stata valutata 1040 miliardi, "cioè 47 volte l'utile netto -ci dice Ruggero Purin, sindacalista della Cgil-bancari- rapporto mai raggiunto in nessun'altra delle dismissioni italiane". Eppure è un altro pezzo storico di Trentino che se ne va, un'altra leva di potere che verrà manovrata fuori dai confini provinciali. Era inevitabile? Questa è la globalizzazione? Oppure hanno ragione quelli che -a iniziare dal nuovo partitino autonomista Far, ma anche il sindacato dei dirigenti bancari- denunciano un depauperamento del Trentino?

La cosa sconcerta ancor più perché la strategia di fondo indicata dal presidente della Fondazione Caritro Giovanni Pegoretti (e in base alla quale era stato rieletto) recitava l'opposto: "Dobbiamo effettuare ora la dismissione, per poterla pilotare, e mantenere a Trento il controllo della banca."

Il contrario di quanto avvenuto. "Cambiano le condizioni esterne, cambiano gli obiettivi " - ci risponde serafico Pegoretti. "Cambiare strategia non vuoi dire tradire gli interessi della banca e della collettività" - aggiunge il sindacalista Purin. Vediamo meglio questa vicenda, di un pezzo del piccolo Trentino alle prese con le dinamiche nazionali ed europee.

Lo scenario è stato più volte descritto, ma si può sintetizzare in poche brutali parole: per banche come Caritro, spazio non ce n'è più. Una banca media, quindi né carne né pesce: non è piccola come una Rurale, quindi non aderisce al territorio (quando a Trento sono calate le Rurali, nessuno ha pensato che la banca della città fosse la Cassa di Risparmio); e non è una banca grande, e non riesce a fornirne i servizi sofisticati: se un imprenditore decide di aprire in Vietnam, una banca come Caritro non può fornirgli un supporto adeguato.

A questo strategico impasse aziendale, si sono sovrapposte le dinamiche legislative, ossia il grosso scrollone che gli ultimi governi hanno deciso di assestare al sistema bancario. I vari governi tardo o post-democristiani, da Amato a Ciampi, a Dini, a Prodi, Berlusconi compreso, hanno usato una terapia shock: constatata l'inefficienza dell'insieme delle nostre banche e, al loro intemo, la pericolosa commistione con il mondo politico del sistema delle Casse di Risparmio (pericolosa in quanto fonte di arretratezze paurose, in confronto con l'incombente mercato europeo), hanno commissariato le Casse, affidandone la proprietà a un nuovo istituto, le Fondazioni; a capo delle quali hanno messo persone visibili, magari il solito personale burocratico, ma responsabilizzato; e contemporaneamente hanno fissato uno scadenzario in base al quale le Fondazioni dovevano privatizzare le Casse, e con i soldi ricavati fare le Fondazioni, cioè occuparsi di istruzione, cultura, ecc.

Questi provvedimenti hanno scaraventato sul mercato un patrimonio di 70.000 miliardi; e la parallela minaccia dell'incombente concorrenza europea ha indotto in tutta Italia una serie di rapidissimi fenomeni di concentrazione.

In questo quadro, la Fondazione Caritro era stata sottratta con un blitz al prevedibile tran tran cui l'avrebbero condannata i nostrani culi di pietra: il ministero del Tesoro inopinatamente aveva nominato a capo della Fondazione il prof. Giovanni Pegoretti, estraneo al piccolo mondo dei burocrati locali, e che subito si era messo a lavorare per la dismissione. Operazione pilotata -spiegava Pegoretti- per rafforzare la banca grazie alla partnership di un socio potente, possibilmente di area tedesca, per potersi aprire a quei mercati, ma contemporaneamente mantenere il controllo in Trentino. Seguendo questo indirizzo, venivano respinte le avances -variamente supportate da esponenti del mondo locale- delle Casse venete, che pensavano di traccheggiare sul problema della dismissione, unendosi fra di loro in holding di Casse di Risparmio. Fondazione Caritro rifiutava di aderire, sia perché la somma di alcune Casse di Risparmio non costituiva il partner forte e innovativo che si cercava; sia perché il problema veniva solo rinviato: il governo imponeva la dismissione, e questa avrebbe dovuto esserci, solo che in una holding non era più Trento a decidere il proprio destino, a scegliere il proprio acquirente.

Si avviano invece contatti con varie banche tedesche. Ma la prospettiva dell'Euro induce anche in Germania giganteschi fenomeni di concentrazione, e gli istituti tedeschi si pongono come priorità il consolidamento nel mercato interno, rispetto ad acquisizioni in un mercato periferico. Sostanzialmente Caritro viene snobbata.

Si arriva così nell'autunno del '97 con la Fondazione Caritro in un vicolo cieco. Intanto però la situazione italiana stava cambiando: si andavano formando grandi gruppi, dall'operatività ed efficienza migliorate e dalle strategie più visibili. Nelle dichiarazioni di Pegoretti, accanto al "partner di area tedesca" inizia ad apparire anche l'opzione "uno dei grandi nuovi gruppi italiani".

Ed ecco delinearsi la nuova strategia della Fondazione: arrivare a un controllo tripartito della banca, tra partner. Fondazione e sindacato dei piccoli azionisti locali; vendere al partner il 30% del totale delle azioni; e predisporre una situazione di lungo periodo in cui i piccoli azionisti via via subentrano alle quote della Fondazione, rimanendo in ogni caso entrambi legati con un patto di sindacato, per mantenere così il controllo locale della banca. Sembrerebbe la soluzione ideale. Eppure viene ferocemente attaccata dai nostrani culi di pietra, che vorrebbero tenersi la Cassa fino all'ultimo. Comincia l'ineffabile presidente della Camera di Commercio (e membro del cda della Fondazione) Marco Oreste Detassis, che in un attacco scomposto giunge a insinuare che il valore delle azioni Caritro sia sopravvalutato. Ottima tattica per avviare trattative di cessione! In ogni caso Detassis è stato poi sbugiardato dai fatti: il prezzo pagato da Credit, l'istituto acquirente, è il doppio di quello da lui denunciato come sopravvalutato.

Anche Giorgio Andreotti, presidente del Sipac (Sindacato piccoli azionisti) si oppone a Pegoretti, proponendo una strategia alternativa: tenere Caritro in loco coinvolgendo nell'acquisto le Casse Rurali e la Provincia. Il che vorrebbe dire da una parte creare in Trentino un'area di monopolio (Caritro e Rurali assieme hanno 1'80% del mercato), e dall'altra aggiungere zavorra politica al sistema. E' proprio il contrario non solo degli orientamenti del governo e di Bankitalia, ma anche di tutte le dinamiche europee: Andreotti viene sconfitto e subito dopo viene defenestrato dal Sipac; mentre alla Fondazione viene riconfermato Pegoretti.

Ma anche la linea Pegoretti viene resa impraticabile dall'incalzare degli eventi. Il Parlamento approva nuove norme sulle Fondazioni, imponendo loro, nel medio periodo, di uscire dal controllo delle Casse: le Fondazioni con le banche non devono proprio averci più a che fare. Come non bastasse, passa anche la legge Ciampi-Draghi sul governo delle Spa, che in pratica rende inutilizzabili i patti di sindacato. Insomma, l'ipotesi che la Fondazione, anche se alleata con i piccoli azionisti, possa concorrere a controllare la Banca, viene a perdere ogni fondamento. Il solo modo per tenere il controllo in Trentino, è che i piccoli azionisti crescano, e il controllo lo assumano essi stessi.

Su questa ipotesi si muove -anche se probabilmente con minor convinzione- la Fondazione. La quale, ai possibili nuovi partner, sottopone il seguente schema: il partner acquista subito il 30% della banca; dopo due anni la Fondazione offre un altro 25% al sindacato locale dei piccoli azionisti; se non lo comperano loro, lo compera il partner; dopo un altro anno viene offerto un ulteriore 26%, ancora ai piccoli azionisti, e ancora se non lo comperano subentra il partner. In buona sostanza, alle forze locali viene offerta un'ultima chanche: un paio di anni per organizzarsi (e scucire alcune centinaia di miliardi) e ottenere il controllo di Caritro; altrimenti il bastone del comando passa al partner.

Era realistica quest'ipotesi? "No, -ci risponde Enrico Zobele, presidente dell'Associazione Industriali- Reperire 500 miliardi è fuori dalle nostre forze".

Comunque la Fondazione si muove secondo la propria ipotesi. E si trova di fronte a un mercato italiano sempre più vorticoso: tutti tendono verso concentrazioni sempre più massicce, compresa la maggioranza delle Casse di Risparmio, che si rendono conto di non poter rimanere in surplace. A luglio di quest'anno arrivano alla Fondazione le risposte di due possibili partner di grande peso, Deutsche Bank e il nuovo maxi gruppo Unicredito Italiano.

Ma ecco, a scompaginare le previsioni, arrivare l'irruzione del Monte dei Paschi di Siena, già partner (dormiente) dentro Caritro, e che ora, cambiato presidente ha cambiato strategia, e su Caritro ci punta, lanciando una superofferta, 1100 miliardi, oltre 200 in più dei concorrenti. A questi viene chiesto di rilanciare: volete la banca? Il nuovo prezzo è questo.

Deutsche Bank e Credit accettano ma, comprensibilmente, pongono una condizione: acquistare non il 30%, e il resto in due-tre anni, ma tutto e subito, per comandare nel giro di pochi mesi; non si sborsano mille miliardi per una banca che controllerai probabilmente fra due anni, e magari tè la ritrovi spolpata. Ciò significa che il nuovo partner non è più tale: è il nuovo padrone. E che ogni ipotesi, per quanto aleatoria, di controllo locale, viene accantonata. Alla Fondazione si pone il problema: accettare le controproposte di Credit e Deutsche Bank, incamerare i miliardi, e rinunciare al pur ipotetico- controllo locale; oppure ignorare l'offerta del Monte dei Paschi, ritornare alla situazione precedente, rinunciare a 200 miliardi, e mantenere aperta l'opzione a favore dei piccoli azionisti? All'unanimità la Fondazione opta per la prima ipotesi.

A questo punto, definite le condizioni, la Fondazione può scegliere fra i tre offerenti il nuovo padrone. In base al criterio del ruolo di Caritro nel nuovo gruppo. Vediamo le tre opzioni.

Monte dei Paschi. Ha una strategia di banca regionale, aggregante altri istituti, molto forte al centro-sud, solo una trentina di sportelli al nord. C'è il rischio che Caritro sia la bella ciliegina isolata rispetto al resto; e poi pesano gli anni in cui il Monte è stato socio di Caritro senza portare innovazione. L'offerta viene scartata.

Deutsche Bank. Ha una chiara strategia di espansione nel Nord Italia (ha già acquistato la Banca d'America e d'Italia, la Popolare di Lecco, ha una partecipazione nella Cassa di Ferrara). E' la soluzione preferita dal vertice Caritro (della banca, non della Fondazione) perché confermerebbe l'attuale tendenza di Caritro ad espandersi verso sud (la banca ha aperto 10 sportelli in Veneto) e garantirebbe tortissimi agganci al Nord. La Fondazione fa però altre valutazioni: nel colosso Deutsche, banca planetaria, Caritro sarebbe un bruscolino, gli ordini arriverebbero da Francoforte, e non è detto che le sia affidato il compito di pilotare l'espansione a sud, magari realizzata attraverso altre acquisizioni.

Unicredito italiano. Recente aggregazione, in cui spicca Credito Italiano, abituato a lavorare con grandi gruppi industriali, ma in cui coesistono Credito Romagnolo e varie Casse abituate a lavorare con la piccola impresa più dinamica. E' un gruppo in formazione, in cui Caritro può in qualche maniera influire; e la dislocazione geografica dei vari istituti è tale per cui Trento vi si inserisce perfettamente, anche se ciò comporta la fine delle ambizioni di espansione a sud (e probabilmente dei relativi sportelli). E la Fondazione sceglie Unicredito.

Vediamo i commenti. Iniziando da Pegoretti, che sottolinea il raddoppio, con l'operazione, del patrimonio della Fondazione. "Ci avevano affidato un patrimonio di 323 miliardi e una banca con dei problemi. Ora essa è inserita in un gruppo in cui avrà ampie possibilità di crescita; e il nostro patrimonio è raddoppiato, il che francamente mi sembra un'operazione storica. Anche perché il futuro dipenderà non tanto dal controllo locale del credito (sarà più importante la qualità del credito) ma dalla qualità delle risorse umane, dall'ambiente orientale ali 'innovazione. E in un periodo di contrazione dei bilanci della Pat, avere una Fondazione fortemente patrìmonializzata, che supporterà istruzione e ricerca, mi sembra un grande investimento per il nostro futuro."

"Mantenere il controllo locale di Caritro non era possibile ci dice Zobele e in definitiva non sarà un fattore decisivo: sarebbe masochistico se una banca che opera in Trentino, lavorasse contro gli interessi della sua economia. L'alternativa Deutsche Bank o Credit è assolutamente secondaria: l'importante è l'unione con un grande istituto, che può far crescere Caritro e offrire agli operatori economici supporto adeguato, negli investimenti, ma soprattutto nella commercializzazione e nell'import-export."

"Dopo la privatizzazione del '93, in cinque anni Credit ha aggiornato tutta l'organizzazione, quest'anno raggiungerà un Roe dell'11% (il parametro che indica produttività ed efficienza dell'istituto: un valore dell'8% è considerato decisamente buono, Caritro ha il 4% n.d.r.) E all'interno di Unicredito il Credito Romagnolo ha un Roe del 14%; ed è stato un processo gestito con intelligenza, anche nei rapporti con i dipendenti ci dice il sindacalista Ruggero Purin E poi: siamo in Trentino, ma anche in Italia. Ed è giusto partecipare, se possibile, a un sistema bancario italiano. Se il timone delle nostre banche è a Francoforte, quando Prodi a livello europeo tratta i nostri interessi ha meno peso. I francesi e i tedeschi, hanno fatto le barricate, quando la Pivelli o altri hanno tentato delle acquisizioni; e noi dovremmo venderci ai tedeschi, che per di più offrono 90 miliardi di meno? "

Ci sono state anche reazioni negative. Le più vistose dal sindacato dei dirigenti che, giustamente temono per i propri posti, in termini di licenziamenti, ma soprattutto di spostamenti all'interno del nuovo gruppo. E questi signori, che ogni giorno predicano la flessibilità per i dipendenti subordinati, hanno proposto che la Fondazione cioè la comunità trentina incassasse di meno dalla transazione, stipulando in cambio con Unicredito un accordo che garantisse loro posto, sede e stipendi. Grande idea, che è inutile commentare. Sta di fatto che l'inserimento in, un grande gruppo comporterà per tutti maggiori opportunità, ma anche meno tran tran (e le fusioni sono fatte apposta anche per risparmiare sulle strutture dirigenti). Questa è la globalizzazione. Con la dismissione di Caritro una parte del Trentino vi è all'improvviso piombata dentro.