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I culi di pietra e la loro guerra

La bagarre per la presidenza della Camera di Commercio: da una parte i culi di pietra dell'Unione Commercio, dall'altra Industriali e Cooperative. Nomi, alleanze, progetti e conflitti, all'interno di un ceto burocratico che soffoca il Trentino.

"Non ricandiderò. Potrò rivedere questa mia posizione, Ma solo se la mia candidatura sarà espressione di un 'ampia convergenza dell'insieme del mondo economico." Nessuno prese sul serio queste parole dell'immarcescibile presidente della Camera di Commercio Marco Oreste Detassis, a proposito dell'imminente scadenza del suo mandato: un culo di pietra che rinunci in partenza a una poltrona, è mai possibile?

Non è possibile. E difatti nelle settimane successive abbiamo visto Detassis riproporsi, indipendentemente dall'"ampia convergenza del mondo economico", anzi mandare l'ampia convergenza a quel paese, e scagliarsi con violenza contro gli esponenti e le categorie rei di non volerlo rieleggere: ed ecco gli attacchi scomposti a Uez presidente degli Artigiani, ad Angeli della Federazione Cooperative, agli Industriali...

Sul personaggio Detassis è facile ironizzare. Ed anche giusto: da lustri ricopre con ignavia una carica pubblica che altrimenti potrebbe essere importante, e che invece utilizza solo come vetrina personale e come passpartout per ulteriori cariche, per sé e i suoi sodali, in ulteriori cda, cariche ricoperte con puro spirito presenzialista. Però il punto è un altro, la questione Camera di Commercio va oltre Detassis, e investe tutto un sottobosco burocratico; anzi coinvolge in pieno il ceto dirigente della cosiddetta "società civile". E non ne viene fuori un bei quadro.

Da diversi nostri lettori ci è stato rimproverato l'ottimismo de "Il tramonto dei culi di pietra", il titolo con cui mesi fa aprivamo il servizio sulla rivolta dei commercianti contro i vertici dell'Unione Commercio, defenestrati dopo anni di comodo vivacchiare su ricche poltrone. "I nuovi capi sono uguali, anzi peggio..." è l'amaro giudizio. In effetti, al vertice dell'Unione, cambiati i nomi, si sono riproposti gli stessi meccanismi: un gruppo di persone si impadronisce delle leve di potere, fa fuori i dissidenti, si spartisce le poltrone in enti e società collegate. Questa è l'attività vera: della categoria che formalmente si dovrebbe rappresentare, dei suoi problemi ci si disinteressa, ormai si è nel piccolo 0limpo trentino delle persone che contano; chi se ne frega della tabaccaia?

La costituzione del nuovo gruppo di potere è stata rapidissima. Cacciato il presidente Bertoldi, la coppia dei vincitori Gianni Bort e Paolo Mondini è entrata in crisi: da una parte Bort, ristoratore, già presidente dell'Unione, legatissimo al mondo politico ex-Dc; dall'altra Mondini, commerciante all'ingrosso, che al rinnovamento dell'Unione credeva davvero. Ma Bort non è solo: nella scalata al potere si è tirato dietro altri compagni di cordata: anzitutto Mario Oss e Giuseppe Zecchini, con cui condivide il passato politico (tutti e tre ex-Dc) e il presente (l'attuale parcheggio nel Ccd). Per il gruppo è logico mettere fuori gioco l'eretico Mondini, lui e i suoi bei progetti di rinnovamento dell'associazione, distacco dalla politica, non cumulabilità delle poltrone, ecc. Dopo di che si procede col solito gioco delle nomine: Caritro, Seac, Itc, Aeroporto...

Non basta: si vogliono irrobustire gli agganci politici, e allora i nostri coinvolgono un altro antico sodale politico, il boss della burocrazia provinciale Mauro Marcantoni, cui viene affidata, per la modica cifra di 150 milioni annui, una consulenza relativa alla riorganizzazione dell'associazione; e con un' altra consulenza, questa volta di 80 milioni annui, viene agganciato Mario Malossini, personaggio sulla cui riabilitazione sono in molti a puntare.

Come si vede, un blocco di potere in piena regola. Insidiato però da più parti: dall'ex-presidente Bertoldi che medita rivincite, dal mancato presidente Mondini, che dall'interno della sua categoria - i grossisti - spara a zero contro un gruppo che ritiene una congrega di avventurieri; e poi la minaccia più grave e di fondo, lo stato di crisi e conseguente insoddisfazione della categoria. Per sopravvivere, i nostri hanno bisogno vitale di una condizione: mantenere il controllo della Camera di Commercio, riconfermando alla presidenza Detassis, ad essi omogeneo.

Per questo il gruppo di Bort-Oss si mette a fare i salti mortali. Il presidente della Camera viene eletto dal Consiglio camerale, i cui consiglieri sono espressi dalle associazioni, e la squadra di Bort si lancia alla conquista di questi seggi. Con tutti i mezzi: nell'Unione vengono azzerate le nomine non espresse dal gruppo dirigente; Bort stesso, per guadagnare un seggio, entra non come rappresentante dell'Unione, ma della Caritro; con artifici vari (e il supporto dell'assessorato regionale) ci si appropria di 5 dei 6 seggi riservati ai commercianti, lasciandone uno solo alla concorrente Confesercenti. Un grande sgomitare che rischia di essere controproducente: i torteggiati reagiscono, all'interno dell'Unione c'è tutta una serie di ricorsi ai probiviri, e all'esterno la Confesercenti si appella al Tar. E il clima intorno alla rielezione di Detassis si fa pesante.

Ma perché è così importante la presidenza camerale? Che poteri reali ha un presidente come Detassis? Tutti i nostri interlocutori, a questa domanda si sono stretti nelle spalle. Il valore di questa presidenza è molto variabile, dipende da come si interpreta il ruolo della Camera.

La quale ha una duplice funzione: da una parte, con i suoi registri, albi, tabelle, gestisce una buona fetta delle incombenze burocratiche legate al mondo economico. Dall'altra avvalendosi delle statistiche, degli uffici studi, degli enti collegati, dovrebbe essere un momento di studio, proposta, indirizzo dell'intero comparto economico. Questa la teoria. In pratica la Camera di Commercio di Trento svolge bene i suoi compiti burocratici (dato importante, non far perdere tempo con le scartoffie è un fattore di sviluppo); ma crolla come momento di progetto e stimolo. Le realizzazioni positive si contano sulle dita di una mano: la Carta forestale del Trentino, l'Accademia di commercio e turismo, la Centrale ortofrutticola di Trento. Poi ci sono i fallimenti, ossia i continui supporti dati a tutte le ipotesi, anche le più strampalate, portate avanti dalle lobby affaristiche: l'Interporto doganale inaugurato alla vigilia dell'abbattimento delle dogane; il progetto Magnete, oggetto misterioso che copriva speculazioni edilizie, o lo Spot, che copriva gli scambi privati di Malossini; la gestione fallimentare dell'aeroporto; l'area commerciale di via Maccani, risultata la zona peggiore del capoluogo, un biglietto da visita squalificante per qualsiasi operatore; la famigerata PiRuBi... Insomma, alla gestione Detassis è clamorosamente mancata, prima ancora della capacità di proporre, quella di valutare: qualsiasi progetto, da realizzarsi beninteso con i soldi pubblici, proposto dalle varie lobby, ha potuto contare sull'assenso preventivo e acritico della Camera. E' l'economia ridotta a giro di amici, cui non si dice di no, anche perché una poltrona in qualche cda tè la offrono sempre, e i soldi da investire sono quelli di Pantalone.

A tutto ciò va aggiunta la clamorosa assenza della Camera all'interno del dibattito normativo, così importante in una situazione come il Trentino, in cui l'Autonomia offre le possibilità di confezionarci leggi su misura: "Nell'elaborazione della legge unica sull'economia, in quella sull'imprenditoria, sul commercio, il contributo della Camera è stato nulla -ci dice la Confesercenti- Dovrebbe essere un elemento propulsore, esprimere indirizzi; invece di fronte alla Pat ci troviamo noi associazioni a dover/are da sole, e arriviamo fin dove possiamo."

Q ueste carenze sono più vistose oggi. nell'era post democristiana. Quando l'universo trentino era targato De, che la politica economica fosse elaborata in toto in piazza Dante non era un punto particolarmente dolente. Ma nella situazione attuale, in cui in Provincia si elabora poco o niente, e invece la società civile, le associazioni di categoria premono per aver più peso, uno strumento come la Camera di Commercio diventa basilare. E in tal senso si muove anche la legislazione nazionale, che nelle ultime stesure (da noi ancora da recepire) amplia queste facoltà di proposta e indirizzo delle Camere, proprio per favorire la partecipazione del mondo produttivo.

Su questa linea a Trento si muove da alcuni anni l'Associazione industriali (vedi anche l'ultimo convegno "Oltre il 2000"). Non è quindi da stupirsi che da industriali, artigiani. Federazione Cooperative, sia scaturita una proposta alternativa a Detassis: basta con la vecchia gestione e il suo tran tran, occorre in primis una nuova presidenza, e che le associazioni stesse entrino con forza nella Camera, facendo eleggere i propri presidenti nella giunta camerale. "Si tratta di dare gambe alla volontà di essere momento propositivo da parte delle associazioni - dice Bruno Dorigatti, segretario della Cgil- La Camera di Commercio, grazie ai suoi uffici studi, ai dati che raccoglie e elabora, può fornire la base per un nuovo protagonismo politico dei soggetti economici".

E' un'interpretazione generosa, l'ottimismo della volontà.

Perché l'iniziativa degli imprenditori presenta due vistose zone d'ombra. La prima è la scarsa operatività che finora hanno avuto analoghi tentativi. Infatti, proprio per avere maggiore incisività di quanto non succedesse all'interno della Camera di Commercio, alcuni anni fa le principali associazioni (industriali, artigiani. Unione commercio, Federazione cooperative, albergatori) diedero vita al l'autonomo Coordinamento Imprenditori: in cui però, dovendosi prendere ogni decisione all'unanimità, si arrivò alla paralisi. E proprio la forza conservatrice degli interessi particolari, delle singole sottocategorie, sembra essere l'elemento più vistoso dell'agire delle associazioni imprenditoriali: basta osservare come poi, alla fine, tutti i bei discorsi sullo sviluppo del Trentino finiscano in pressioni pro-PiRuBi e terza corsia dell'Autobrennero, per accontentare cementificatori e autotrasportatori anche nell'Europa che ha già scelto la ferrovia; sarebbe come se nel Trentino di un secolo fa, il mondo economico, pressato da vetturini e maniscalchi, sostenesse il trasporto con i calessi. Ora, anche per superare questi paralizzanti corporativismi, le associazioni imprenditoriali ripropongono come elemento propositivo la Camera di Commercio opportunamente rinnovata, e la propria presenza forte al suo interno. Il nodo di fondo però rimane: se non sapranno superare i corporativismi, dovranno continuare a delegare ai partiti qualsiasi funzione politica.

C'è inoltre una seconda zona d'ombra: gli uomini e gli interessi coinvolti. La proposta degli imprenditori è portata avanti da Pierluigi Angeli, boss De oggi alla guida della Federazione cooperative. E fin qui niente da dire. Angeli è il capo abile e indiscusso di un movimento robusto e vastissimo. Il punto sono gli uomini proposti da Angeli: il nuovo presidente della Camera di Commercio dovrebbe essere Garbari, imprenditore edile, già presidente dell'Associazione Industriali negli anni di Tangentopoli, che non ha brillato per forza e personalità, legato alla costituzione dell'orrido Ctc, consorzio nato per spartire senza appalti le commesse pubbliche e finito nelle aule dei tribunali. Non solo: come altro rappresentante del movimento cooperativo Angeli si porta dietro Sartori, presidente del Cavit e di mille altre società, un culo di pietra del mondo cooperativo, famoso per non riuscire a partecipare che a un'esigua parte dei cda di cui è membro, e che peraltro ingordamente colleziona. "Beh, questo è Angeli si dice si circonda solo di persone deboli e che gli dicono sempre di sì ". Con questi presupposti, che fondamento hanno le belle parole sul rinnovamento della Camera?

La candidatura di Garbari ha scatenato l'ira di Detassis. Che si è lanciato contro la proposta degli imprenditori, sostenendo che la Camera di Commercio non può essere la loro palestra, bensì un'istituzione che rappresenta la globalità del mondo economico, inteso come tutti gli appartenenti a tutte le categorie, iscritti e non iscritti a qualsivoglia associazione.

Concetti sacrosanti. Il guaio è che la Camera di Commercio, in particolare sotto la sua presidenza, è fortemente sbilanciata verso la sua categoria -i commercianti- e all'interno di essa verso la sua associazione - l'Unione- e all'interno dell'Unione verso i suoi compari. E' noto che in caso di nomine di rappresentanti della Camera in altri enti, la scelta ricade sul solito giro di persone. Ed è incontroverbile la sovrarappresentazione dell'Unione all'interno del consiglio camerale (attualmente 9 consiglieri su 45, mentre ad esempio la più numerosa e importante Federazione Cooperative ne conta solo due). E ci sono anche sgradevoli episodi di parzialità. Ne raccontiamo uno: la Confesercenti fa domanda per entrare nel Cte (l'ente fieristico), versa la relativa quota (30 milioni); la domanda, esaminata dal cda del Cte viene accolta all'unanimità, tranne il voto contrario dell'Unione (associazione concorrente, che ci fa una figura barbina) e l'astensione del rappresentante della Camera di Commercio (che è un uomo dell'Unione e come tale evidentemente si comporta).

Questi fatti spiegano la necessità per il gruppo di potere insediatesi all'Unione di mantenere il controllo della Camera. Ma ne spiega anche la debolezza. La cordata Detassis, Bort, Oss, Marcantoni è debole anche sul piano politico (il Ccd non basta, si tentano agganci con il Centro doroteo di Giovannazzi, Conci & C). Ma è soprattutto debole strategicamente, nel rapporto con gli associati: i culi di pietra dell'attività sindacale non sanno niente; i servizi periferici sono in crisi (vedi i recenti licenziamenti nella sede di Borgo, e altre tensioni a Levico); gli associati non rinnovano e si rivolgono alle associazioni concorrenti, i dettaglianti alla Confesercenti (che in pochi anni ha aumentato del 50% gli iscritti, e aperto nuove sedi e sportelli) gli albergatori all'Asat, e in misura minore gli operatori del terziario all'Associazione Industriali. La frana, iniziata già con Bertoldi, è ora vistosa.

Dall'altra parte Angeli si sta dando da fare. E pochi giorni fa Dellai è pubblicamente uscito con un sonoro No alla rielezione di Detassis.

L'esito della contesa sembra volgere a sfavore di Detassis. Ma il problema non è il singolo nome, è l'insieme di un ceto burocratico che esaurisce la sua attività nel gioco delle poltrone e delle alleanze.

Quanto questa situazione sia deleteria per il Trentino, lo dimostra la vicenda Caritro. Finora nessun ente si è seriamente posto il problema del proprio adeguamento alle esigenze del 2000. Lo ha fatto la sola Fondazione Caritro, decidendo che la soluzione era la dismissione della banca, e il suo inserimento in un contesto nazionale. Con una conseguenza: gli amministratori della Fondazione perdono potere, le loro poltrone valgono meno. Avrebbe potuto una simile decisione essere presa da dei professionisti della poltrona?

Ovviamente no: contro la decisione della Fondazione, feroce è stata l'opposizione proprio di Detassis, altri hanno tentato di mettere bastoni tra le ruote, lo stesso Angeli si è espresso contro. Le cose sono andate come è noto, solo perché a capo della Fondazione, alla vigilia di Natale di alcuni anni fa, con un blitz il Ministero del Tesoro ha posto il prof. Pegoretti, cattedratico assolutamente estraneo al mondo burocratico locale. Se fosse stato per i nostri culi di pietra, si sarebbero tenuti ben stretta la banchetta ancora in buona salute, ma dalle prospettive nulle.

Finché l'autonomo Trentino non si toglierà di tomo la cappa di questo ceto, non gli rimarrà che sperare che ogni tanto ci sia qualcuno a Roma che da lì faccia lui le nomine giuste.