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Galleria Civica: si ricomincia male

La nuova Fondazione va in porto, ma l’artefice del “nuovo” è messo alla porta, il direttore è dimezzato e la sorte dello staff è incerta.

Il 31 dicembre si è chiusa una fase storica della Galleria Civica di Trento. Da semplice "ufficio" del Comune, è diventata una Fondazione, soggetto autonomo che coinvolge come soci anche i privati. Non abbiamo sentito alcuna voce levarsi contro questa soluzione istituzionale: più soldi, più agilità, più autonomia, il giusto potere di indirizzo e di controllo del Comune su qualcosa che deve restare un bene culturale primario per la città, il ruolo dell’Università. Per una realtà che fino a poco tempo fa era minacciata di chiusura, non è poco.

Tutto bene dunque? Niente affatto, perché si profila il paradosso che la Galleria sia riuscita, sotto la guida di Fabio Cavallucci e nella forma istituzionale più piena di vincoli burocratici che si conosca, a fare quello che ha fatto, rompendo molti schemi, con un massimo di spirito innovativo. E invece corra il rischio proprio ora, da Fondazione (forma giuridica che dovrebbe darle le ali), di ridimensionare lo stile sperimentale e riportarsi sulla rotta di una pratica espositiva forse anche prestigiosa, nel solco delle migliori tradizioni museali recenti ma, a dirla in breve, troppo simile se non sovrapposta a quella del Mart.

Occorrerà in ogni caso vedere Danilo Eccher, il nuovo presidente, e il futuro direttore all’opera. E del resto non avremmo alcuna voglia di scrivere il necrologio dell’era Cavallucci, non solo perché ne siamo simpatizzanti, ma per la semplice ragione che o la Fondazione rimane centrata sulla ricerca, il protagonismo giovanile, la contaminazione dei linguaggi, insomma sull’identità innovativa e riconoscibile che Cavallucci e il suo staff hanno saputo darle, oppure sarà un museo in più. E non varrebbe la pena, né la spesa.

Le premesse sono però fin troppo eloquenti. Il modo in cui l’assessore alla Cultura Lucia Maestri ha gestito questo passaggio, che non era di pura architettura istituzionale, ha prodotto il brillante e intenzionale risultato di mettere alla porta proprio colui che ha dato alla Civica il carattere che la distingue in meglio da quasi tutte le analoghe istituzioni italiane. Non un infortunio, ma dimissioni ottenute come conseguenza inevitabile delle sue scelte, atto di sfiducia non dichiarato.

Infatti le qualità professionali di Eccher, cresciuto nell’esperienza trentina intorno al 1989 e poi alla guida delle grandi Gallerie di Bologna e di Roma, potranno anche rappresentare per molti una garanzia. Ma costituiscono un problema, da più parti segnalato, per il fatto di essere appunto le qualità di un direttore, non di un presidente. Chi verrà scelto per dirigere vedrà di fatto incombere la figura di questa sorta di super-direttore.

Non vede questo rischio Mario Garavelli, dell’Associazione Amici dell’arte contemporanea, nominato nel consiglio di amministrazione, che spende parole di elogio per l’ex direttore ("Cavallucci è un genio, e sarebbe miope che il Trentino non lo valorizzasse ad altri livelli"), ma ritiene che anche in sua assenza l’indirizzo debba e possa restare quello. "Può darsi che si perda qualcosa nella freschezza, nel romanticismo e in qualche accento goliardico, ma la linea di innovazione e ricerca è chiaramente indicata nello statuto della Fondazione".

Micaela Bertoldi, consigliera comunale, ex assessore alla cultura, ritiene al contrario che il cambio istituzionale, in sé condivisibile, "è stato usato come paravento per liquidare tutto un percorso che veniva avanti con Cavallucci. Non c’è stata nessuna volontà di concordare con lui il delicato e complesso traghettamento della Galleria verso il nuovo assetto, c’è stato invece un continuo dissanguamento, non solo di budget ma di collaborazione. E ciò che soprattutto contesto ad assessore e sindaco non è la possibilità di cambiare indirizzo, ma che lo si faccia senza dichiararlo apertamente e senza discuterlo in Consiglio assumendosene la responsabilità politica. Lo trovo un comportamento irresponsabile e meschino. Quanto poi alla nomina di Eccher, il suo limite sta nella promiscuità di funzioni che di fatto incarna, di manager e di direttore. Oltre tutto, con un incarico in corso alla Galleria del Sannio".

Il problema è come non disperdere le capacità professionali dello staff cresciuto con Cavallucci, il know-how sviluppato nel settennio, lo strumento intelligente della rivista che ha sostituito i seriosi cataloghi delle mostre, le collaborazioni, i programmi didattici, insomma il vero patrimonio della Galleria.

"Ora è difficile - conclude Bertoldi - trapiantare tutto questo nella Fondazione, per di più con un direttore così strettamente sub judice".

"L’ex assessore - replica la Maestri - dà giudizi assolutamente ingenerosi e non oggettivi. Cavallucci è stato sentito ripetutamente da due commissioni nell’arco di due anni. Certo non sugli aspetti tecnici del passaggio istituzionale, che competono agli organi comunali. Il dibattito in Consiglio c’è stato e nella prossima seduta del 14 gennaio 2009 ci sarà ampio spazio per riprenderlo".

In tutta questa vicenda quella che è gravemente mancata è una valutazione approfondita e pubblica dell’assessore sull’azione culturale della Galleria in questi ultimi anni. Perché, le chiediamo, quando Sgarbi è entrato a gamba tesa liquidandola con disprezzo, non ha sentito la necessità di un’immediata replica nella sua veste di responsabile della politica culturale? "Mi sono subito dissociata dai toni usati da Sgarbi. L’esperienza realizzata da Cavallucci è stata ben altro da quello che ha detto lui, ha avuto un ruolo importante per la città, un’apertura alla sperimentazione che gli va riconosciuta. D’altra parte l’attuale statuto riprende esattamente le finalità precedenti e non è che finita l’opera di Cavallucci, finisce anche la Galleria."

Ma non basteranno gli sbrigativi, ipocriti riconoscimenti postumi, né le dichiarazioni statutarie, a evitare la dispersione di una vicenda che ha cambiato il modo di proporre l’arte a Trento.

“A me dispiace molto...”

Fra gli artisti trentini promossi dalla Galleria Civica abbiamo sentito Laurina Paperina (vedi anche QT del 13 gennaio 2007). Classe 1980, la giovane artista di Mori ha all’attivo negli ultimi tre anni mostre personali a Vienna, Città del Capo, New York, Parigi, Madrid e San Francisco, oltre ad altre in Italia.

Cosa pensi della fine dell’era Cavallucci?

A me dispiace molto che Cavallucci non sarà più il direttore della Galleria Civica. Quando l’ho saputo sono rimasta a dir poco perplessa. Checché se ne voglia dire, secondo me Cavallucci ha fatto un ottimo lavoro per l’arte contemporanea in Trentino. È riuscito a portare in provincia artisti di primissimo piano, come Maurizio Cattelan, ha dato vita al Premio della performance, unico nel suo genere in Italia, ha concepito un nuovo modo di fare didattica, mettendo in contatto artisti e studenti, ha creato una rivista d’arte di successo come "Work" e, non ultimo, ha cercato di dare visibilità ai giovani artisti trentini.

A proposito, anche nel tuo caso la Galleria Civica è stato un utile trampolino di lancio?

Io gli devo molto: la mostra "Departures", che mi ha visto partecipe nel 2005 assieme ad altri quattro artisti trentini emergenti (Rosario Fontanella, Marco Adami, Koan 01 e Carlo Vedova, n.d.r.) è stata la prima vera esposizione che mi ha dato l’opportunità di far conoscere il mio lavoro al di fuori dei confini regionali.

Cosa ti aspetti dalla nuova gestione della Galleria Civica?

Mi auguro che il lavoro che ha iniziato Fabio Cavallucci per la promozione dell’arte contemporanea in Trentino non vada perso, ma che anzi possa avere ancora più sviluppi e opportunità, sia per la giovane arte trentina, sia per l’arte contemporanea in generale. (d.d.)