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Verso la globalizzazione della giustizia?

Da Pinochet a Ocalan: verso una giurisdizione mondiale sui crimini contro i diritti dei popoli.

Toni Negri, Scalzone ed altri protagonisti del terrorismo rosso degli anni di piombo hanno trovato rifugio per molti anni in Francia. I campioni dello stragismo nero, come Dalle Ghiaie e Freda, sono vissuti liberi per lungo tempo in Spagna o in America Latina. Craxi se ne sta in Tunisia immune dalle sanzioni penali inflittegli dai giudici della nostra Repubblica, anche se, lo riconosco, non può essere paragonato a un terrorista.

Eppure in tutti questi casi vi è un dato comune: l'Italia, lo stato che rivendica il potere di punirli, è retta da un regime democratico e liberale, che garantisce agli accusati il diritto alla difesa, e l'esercizio dei diritti politici.

Il diritto di asilo è una cosa diversa. La nostra Costituzione (art. 10) lo assicura allo "straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana".

Deve essere riconosciuto ad Abdulah Ocalan, il capo del P.K.K., uno dei partiti del popolo curdo che lotta per conquistare la propria autonomia?

La questione, per come si è posta, presenta tutti gli ingredienti di uno psicodramma assai intricato. Sullo sfondo vi è la tragedia del popolo curdo, povero e diviso, che in Turchia non può organizzarsi in un partito rappresentativo della sua identità etnico-linguistica, che negli altri stati ove le sue parti minori risiedono conta ancora meno.

Al terrore con cui è dominato risponde anche col terrorismo, in una spirale cruente di oppressione e ritorsioni.

L'intero Parlamento italiano aveva manifestato solidarietà al popolo curdo, ospitando una assemblea dei suoi rappresentanti in esilio. Su questo sfondo si muove la dabbenaggine, o forse un meschino calcolo propagandistico associato ad una maliziosa intenzione di creare imbarazzo al governo D'Alema, di un deputato di Rifondazione che, in accordo con Bertinotti, favorisce l'arrivo a Fiumicino del capo del P.K.K.

La furia primitiva del governo turco esaspera la tensione pretendendo una estradizione impossibile, e Casini e Berlusconi, con la beceraggine che li caratterizza, si avventano sul caso con il loro abituale sproloquio anticomunista.

La Germania, che ci aveva chiesto di catturare Ocalan perché accusato di reati consumati nel suo territorio, non ne domanda l'estradizione, che sarebbe invece possibile secondo il nostro ordinamento, in omaggio ad un cinico pragmatismo che la porta a sacrificare il principio della giustizia all'opportunità di evitarsi disordini interni fra Turchi e Curdi che numerosi si sono insediati entro i suoi confini.

L'imbarazzo del Governo è comprensibile. Non può consegnare Ocalan alla Turchia, perché in quell'ordinamento è prevista la pena di morte. Non può consegnarlo alla Germania, perché questa non ne ha fatta richiesta. Difficilmente potrà rispedirlo in Russia da dove è venuto. Per concedergli il diritto d'asilo, dovrebbe dichiarare ufficialmente che la Turchia, paese alleato, non è democratica. Può processarlo in Italia forse solo per violazione della legge sull'immigrazione e per il falso passaporto, bagatelle patteggiabili. Da questo groviglio è spuntata un 'idea folgorante, l'idea di un processo celebrato da una corte internazionale, innanzi al quale accusa e difesa, a cospetto del mondo intero, potrebbero portare le prove dei crimini attribuiti ad Ocalan, ma anche a loro giustificazione, la prova delle ragioni che li hanno provocati. Un processo ad Ocalan, ma anche alla Turchia, per condannarlo ma anche, se del caso, per assolverlo. Un 'idea folgorante, perché avveniristica; ma che comincia ad acquistare attualità. L'idea ha già un suo embrione, qualche frammento di attuazione. Ha una sua preistoria nel processo di Norimberga contro i criminali nazisti. Ma più puntuale è il richiamo alla Corte Europea per i Diritti dell'Uomo di Strasburgo, o i più recenti Tribunali istituiti per i casi specifici della ex Jugoslavia, con sede ali 'Aja, o per il Ruanda, che risiede ad Arusha. A luglio di quest'anno, proprio a Roma, si è deciso di costituire un Tribunale internazionale permanente, ben lungi dall'essere funzionante perché il trattato che lo istituisce deve ancora essere ratificato da molti paesi, tra cui i riluttanti Stati Uniti. E' un'idea dunque che circola in tutto il pianeta e che ha trovato in questi giorni un poderoso avallo nel voto degli imparruccati e austeri Lord inglesi che hanno negato l'immunità al dittatore cileno Pinochet.

Nasce dunque, e sta sviluppandosi con rapidità vertiginosa, la concezione del progetto di una giurisdizione europea o addirittura mondiale sui crimini contro i diritti naturali dei popoli. Ci vorrà tempo prima che il progetto sia attuato e non credo che ciò possa accadere in tempo per togliere al governo italiano l'imbarazzo creatogli dal prigioniero curdo. E tuttavia è sbalorditivo che l'idea abbia già raggiunto un così avanzato grado di maturazione. Come è potuto accadere? E' effetto della globalizzazione? Il progresso tecnologico ha ridotto il globo ad un villaggio. Ciò ha unificato il mercato economico. Ed ora anche le sovrastrutture nelle quali si incardina il potere, giudiziario, legislativo esecutivo che sia, subiscono una eguale tendenza ad unificarsi? Dio mio, ma che dico, questa è un 'analisi marxiana! Davvero imperdonabile.

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