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La fine di un boss

L’incredibile Franco Tretter: ascesa, gestione del potere e caduta di un modesto personaggio. Il tradimento delle idealità, lo sconcerto della sua gente, la fuga degli opportunisti. E adesso il Patt, per sopravvivere...

Era un pubblico particolare quello che seguiva il processo nell’aula di Rovereto: volti non più giovani, valligiani, segnati, di persone che la vita se la sono dovuta faticare. Lontani le mille miglia da quelle che per loro sono le raffinatezze e sofisticherie della città; e in Tribunale erano giunti per sostenere uno dei loro, che ha saputo fare strada, rappresentarli nei palazzi del potere, far vedere che anche loro contano; e che ora con un complotto si voleva far cadere nella polvere, umiliando anche loro, distruggerne le speranze. "Guardali, quello è lo zoccolo duro del Patt" - mi dice chi mi siede vicino.

Ma anche gli zoccoli duri s’incrinano. E così quelle facce dure, prima sospettose e vagamente insofferenti, soprattutto quando testimonia il gioielliere Leonardi, si fanno più assorte man mano che il processo si dipana, si intristiscono, e poi mestamente si allontanano. Una signora sui sessantacinque-settant’anni, venuta dal paese per sostenere "el Tretter",arrivata la sera, dopo la desolante deposizione dell’imputato, se ne va via senza aspettare la sentenza, piangendo piano.

Il processo a Franco Tretter non è stato una battaglia giudiziaria; è stato un massacro. "Ci troviamo di fronte a un suicidio giudiziario" - ha esordito nell’arringa conclusiva il PM Fabio Biasi, che sembrava non aspettarsi una così totale mancanza di argomenti difensivi. "L’ipotesi accusatoria è fondata, è possibile che le cose siano andate come dice il PM, anzi, è probabile..." - ha dovuto a denti stretti concedere l’avvocato difensore Nerio Diodà, quasi seccato di essere venuto da Milano per doversi ridurre, nella sostanza, a chiedere la clemenza della Corte.

In effetti la valanga di prove e di testimonianze prodotte dall’accusa (il gioielliere, i suoi genitori, le commesse, i carabinieri...) non sono state minimamente scalfite dalla difesa, assolutamente non in grado, non solo di fornire una qualche ipotesi alternativa, ma nemmeno di contestare, neppure marginalmente, alcun aspetto della tesi dell’accusa. Eppure fino al giorno precedente c’erano state roboanti - ed allarmanti - dichiarazioni: "E’ una trappola... un complotto... verrà a galla la verità". E invece, alla fine della giornata processuale, entrambi gli avvocati difensori si sono sentiti in dovere di mettere le mani avanti: "Sia chiaro, non c’è stato alcun complotto", prendendo implicitamente le distanze dall’ingombrante e debordante cliente.

E si ritorna inevitabilmente a lui, l’incredibile Franco Tretter. Precipitato in poche ore dallo scranno più alto in Regione al ruolo miserevole di piccolo, maldestro criminale; che rifiutava l’àncora di salvataggio che l’intero establishment, l’insieme dei media prontamente gli fornivano ("deve essere malato" "da un po’ era molto stanco" "non era più lui"), per contrattaccare rabbiosamente con "complotti" e "trappole"; tentando di trasformare il derubato in fellone, farabutto, traditore; per poi non riuscire a sostenere alcunché, fornendo così di se stesso un’immagine desolante.

Un nulla umano, inesorabilmente (anche se inconsapevolmente) messo a nudo dalla deposizione dei genitori del gioielliere Leonardi. Amici di vecchia data di Tretter, che avrebbe approfittato di loro per allontanarsi dal negozio e mettere in salvo (nell’auto blu) la refurtiva, si sono trovati - allibiti e disperati - nel turbine della vicenda: "Mio figlio mi chiama nel suo ufficio, si mette le mani nei capelli e piangendo mi dice: ‘Franco mi ha rubato un orologio!’" "Quando mio figlio, dopo aver parlato in disparte con mio marito, mi ha detto: ‘Mi manca un orologio’ gli ho chiesto: ‘Chi è stato?’ ‘Il signor Tretter’. E a me è caduto il cielo sopra la testa."

L’amicizia calpestata, la fiducia tradita: nelle parole dei signori Leonardi un’indignazione a stento repressa, le labbra tese, la voce che a tratti si incrina, gli occhi troppo lucidi. Per il pubblico del Patt è il momento peggiore: i Leonardi sono dei loro, hanno il loro stesso volto duro e onesto, credono, anzi credevano in Franco Tretter. E ne sono stati ripagati in tale maniera.

Intanto lui, il Tretter, nelle pause del processo, sommerso dai taccuini e dalle telecamere, e nella deposizione finale, talvolta arginato dal giudice comprensibilmente spazientito, lui parla, parla e parla... "Sono stato tirato in un trabocchetto, non so come, non so perché... Quello che mi dispiace non è il comportamento del figlio, ma quello del padre, che ho aiutato; ci vorrebbe più riconoscenza... So che in questo momento purtroppo non posso essere creduto; però pretendo un po’ di rispetto per la carica di vice-presidente del Consiglio... Sono l’ultimo Don Chisciotte del Trentino... Questa sentenza tocca profondamente l’uomo, che ha sempre fatto della trasparenza e della legalità una ragione di vita... Io ammalato? Sono una roccia. Continuerò, combatterò contro questa sentenza ingiusta, e continuerò, anche con i soldi - perché a questo servivano i soldi trovati nel baule della macchina - ad appoggiare quei mondi del volontariato, per la Romania, per il Nicaragua, per le povertà di casa nostra, che ci sono e non vanno dimenticate..."

Questo è Franco Tretter. E lo è sempre stato. Ci siamo divertiti noi su QT, come pure Roberto Pinter in Consiglio provinciale, ad "analizzare" - si fa per dire - i suoi discorsi pubblici: una serie di parole infilate a caso, e ogni venti, la parolina magica "Autonomia", e ogni cento, "dottrina sociale della Chiesa". Nei colloqui privati si professa delle stesse idee dell’interlocutore: con chi è di sinistra, rivendica una fede socialista che gli verrebbe da una serie infinita di progenitori socialisti (e poi ha fatto fuori il segretario del suo partito Moreni perché era "amico dei comunisti", cioè voleva aprire al centro-sinistra); con gli ambientalisti rivendica al Patt l’ambientalismo più autentico (e in Consiglio ha appoggiato tutte le proposte più impattanti) e così via. Un’attitudine mentale, una cultura per cui la politica è fatta di menzogne; anzi la vita è fatta così: vince chi le sa raccontare meglio e riesce a intortarsi i gonzi. E quindi un sostanziale, profondo disprezzo per gli altri, e una dilatazione smisurata del proprio io: ti racconto storie anche se non mi credi, tanto chi se ne frega.

"Un politico, se accusato di un reato grave, in genere si autosospende dalle cariche; soprattutto se si dichiara innocente, per poter così difendersi meglio e salvaguardare le istituzioni" - gli abbiamo detto, durante una pausa del processo.

"Condivido in pieno questo discorso" - ci ha risposto.

"E allora?"

"Mah, io non ho cariche ufficiali. E anche nel Patt, cosa vuole, per il ruolo che ho io nel partito..." - rispondeva con aria modesta e dimessa.

"Mi sta prendendo in giro? Lei 'è' il Patt."

"Beh... sì... in effetti sono cose che dovrò valutare. Finora non mi sono sospeso perchè le cose sono succedute così in fretta... Ma nei fatti, nei comportamenti, la sospensione la ho esercitata."

E difatti alcune ore dopo dichiarava "Non ho alcuna intenzione di dimettermi né di sospendermi; la politica, il Trentino hanno bisogno di me, della mia autorevolezza. E in Consiglio provinciale, se non c’è l’autorevolezza..."

Come mai una persona siffatta è riuscita ad essere centrale in Trentino? A far dipendere prospettive e futuro dalle proprie convenienze, quando non dagli sbalzi d’umore?

Il problema è come è organizzata la politica e come è strutturato il Patt. In genere i partiti sono associazioni solo formalmente democratiche; e l’inchiesta del Procuratore Granero sulle tessere false proprio nel Patt lo ha confermato. Il 28,5% delle tessere autonomiste sono risultate false, nel senso che riguardavano sia gente allontanatasi dal partito, sia soprattutto persone che con il Patt non avevano mai avuto alcun rapporto. Una pratica generalizzata: i sottopancia dei vari capibastone firmavano decine e decine di tessere false a nome di inconsapevoli cittadini, e con questi pacchetti di carte fasulle si giocavano i cosidetti "congressi". Ora, falsificare una tessera di un’associazione privata non è reato; mentre lo è influenzare con i falsi i risultati di un congresso di partito. Però Granero conclude che "la distribuzione geografica dei falsi iscritti conduce a ritenere che all’interno del Patt tutti falsificavano" (sottolineatura del Procuratore): e quindi il magistrato non riesce a collegare i falsi con gli esiti dei congressi; e così Tretter, che degli ultimi congressi era stato il vincitore, se la cava.

Il punto di forza vero di Tretter è però un altro: è il controllo di entità collaterali al Patt, il gruppo consiliare, l’Associazione Contadini Trentini, la Famiglie Trentine all’Estero. Il gruppo (totalmente) e le associazioni (parzialmente) sono finanziate con denari pubblici, che stipendiano una ventina e più di dipendenti, rigorosamente selezionati secondo il criterio della fedeltà assoluta al boss. E costoro solo in parte svolgono compiti istituzionali (tenere contatti con le famiglie degli emigrati, lavoro di sindacato agricolo); soprattutto costruiscono una ramificata tela di piccoli rapporti e interessi clientelari: far andare avanti una pratica in Provincia, ottenere un contributo, un posto di lavoro, un’esenzione da militare, un posto da obiettore di coscienza, l’ingresso in una casa di riposo... Tutto per conto e nel nome di Franco Tretter, che quindi da queste attività - finanziate, ricordiamolo, con denaro pubblico - ricava il potere personale: in termini di tessere al partito e voti alle elezioni.

Da qui infatti il passo successivo: controllare il partito mettendo nei posti chiave personaggi di modestissima levatura (rigorosamente inferiore a quella, non eccezionale, del capo) ma proprio per questo fedelissimi; e piazzare negli organismi decisionali dei guastatori con il preciso compito, a un cenno del boss, di alzarsi, sbraitare e insultare chi per qualche motivo osi dargli fastidio.

Un meccanismo collaudato, capace di reggere sia alle sconfitte elettorali, sia all’ormai provata incapacità del boss a gestire un partito di governo. Di qui forse l’ebbrezza di un potere apparentemente inespugnabile, l’arroganza, la convinzione di essere più furbo di tutti, di potere tutto.

E invece non era così. L’accusa e la condanna per il furto di Rovereto sono risultate devastanti, proprio all’interno del Patt, di quel meccanismo di potere che, sul piano stretto della politica, Franco Tretter poteva condurre dovunque volesse.

"Per la prima volta è stato intaccato lo zoccolo duro, quei 20-25.000 elettori che ci voterebbero comunque - ci dice un dirigente del Patt - Sono persone forse poco attente alla politica, rozze se vogliamo, ma sensibilissime al dato morale, perché profondamente oneste. E qui non si tratta di scartoffie, come nel caso della condanna di Binelli, di vincoli non rispettati; qui si tratta di una cosa concreta come il furto. E come l’inaccettabile arroganza di difendersi attaccando tutto e tutti."

Nel partito si è riproposta la dinamica che avevamo vista tra il pubblico al processo: anche ai più accaniti sostenitori di Tretter sono cascate le braccia, l’uomo semplicemente non è difendibile.

Ed è iniziata la grande fuga. "Ricevo ogni giorno a casa centinaia di messaggi di solidarietà" - ha affermato Tretter. Sarà; ma di messaggi pubblici (a parte il fedelissimo segretario Panizza) non se ne è visto uno; e di quelli il Tretter pubblico avrebbe bisogno. Non si sono espressi né gli amici né i paesani. Sono rimasti muti i grandi sponsor elettorali (Conforti di Mezzolombardo, l’industriale Garbari, Bruno Cristoforetti, il ghost-writer Rino Perego già direttore de L’Adige). E’ scomparso dalla circolazione perfino Rudy Ravagni, fino a ieri guardia del corpo del boss.

E quando la nave affonda, i topi scappano. Tutta una serie di opportunisti, recentemente convertitisi al verbo tretteriano (Fabio Caumo, ex-Avanguardia Operaia, ex-Uil, consulente aziendale, come tretteriano diventato consigliere dell’Aspe; Claudio DeVigili, ex-Dc, già presidente della Sit, in attesa di una qualche ricca nomina; Loris Taufer, ex Lotta Continua, ex coordinatore dei Verdi, ex Alleanza Democratica, professore di filosofia folgorato anch’egli dal pensatore di Tuenno) non si sono fatti più vedere. "Se non ci liberiamo di Tretter, la sede possiamo chiuderla e buttare via la chiave" ha commentato con l’usuale franca brutalità Francesco Moser.

Aggrappati al capo sono rimasti in pochi, quelli che sono qualcuno solo in virtù della benevolenza del boss. Ma chi ha un ruolo minimamente autonomo, o intravede qualche possibilità per sé a prescindere dall’appoggio del padrino, e chi magari nel partito autonomista ci crede ancora, tutti questi concordano sulla necessità di separare il Patt dal destino di Tretter. Non è quindi un caso che proprio dagli amministratori - sindaci, vicesindaci, assessori, che dovranno rispondere non a Tretter, ma agli elettori - sia venuta, sempre più forte, la richiesta di liquidare il boss. Chiedendogli una cosa molto semplice: di dimettersi da consigliere provinciale, carica che non può più rivestire con un minimo di dignità.

Gli ultimi seguaci tretteriani (il contestatissimo segretario organizzativo Gino Franzinelli, il segretario di Trento e grande falsificatore di tessere Paolo Monti, il fedele Franco Panizza) si stanno arroccando sulla richiesta di autosospensione: Tretter, in attesa del "chiarimento giudiziario" (fra quanti anni?), non siederebbe in Consiglio provinciale; in realtà dopo un’opportuna quaresima ritornerebbe prima al partito poi in Consiglio.

Sono gli ultimi tentativi di prolungare una vita politica autodistruttasi. Ma oramai è chiaro: per sopravvivere il Patt deve sganciare Tretter, e l’istinto di sopravvivenza è una molla troppo forte ed è facile prevedere l’esito finale.

Che farà allora Franco Tretter, privato del "suo" partito? Rimarrà in Consiglio, a farneticare di Autonomia e di complotti? Magari assieme al fido Panizza, a formare il "partito dell’orologio"?

Uscire di scena con dignità è sempre difficile. Per un boss è difficilissimo.