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Porto Arco: mazzette a parte, una brutta storia

Turismo quantitativo o ambiente di pregio? Lo scontro tra due mentalità, in una vicenda che dagli anni ‘80 arriva all’oggi, seminando guai.

L'arresto dell’architetto Enzo Siligardi su denuncia dell’imprenditore Giorgio Domenichelli, ha improvvisamente aperto una finestra sul malaffare legato alla pianificazione urbanistica. Domenichelli accusa - da tempo invero - di essere stato invitato a pagare la classica mazzetta al progettista, per avere un certo indice di fabbricabilità su aree di sua proprietà; Siligardi contrattacca dicendo che è stato l’imprenditore ad offrirgli denaro.

La vicenda è di particolare interesse perché porta alla luce realtà da sempre sospettate, ma mai provate: il perverso intreccio tra imprenditori, politici, progettisti, che dagli anni Cinquanta ad oggi ha rovinato in Trentino le città e le aree turistiche. Ci riserviamo in seguito di approfondire questo aspetto.

Ma c’è un altro aspetto, altrettanto o forse ancor più importante, che va chiarito, anche perché alcune interpretazioni della vicenda rischiano di creare confusione su un argomento sempre caldo: ambiente e politica turistica.

Dunque, le aree in questione di proprietà Domenichelli, erano state da questi acquistate per realizzarvi un grande investimento turistico, il Porto Arco. Era un progetto funzionale alla concezione dello sviluppo turistico allora prevalente (siamo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80) basata sul cemento, nel senso di dimensione quantitativa. Oggi questa visione, nella sua versione più brutale, la ha solo l’ex assessore Moser e pochi altri; ma allora era prevalente, al punto che i gestori degli usi civici di Mezzana, quando (s)vendevano i terreni della comunità alla società Marilleva, ponevano una penale se la società non avesse realizzato la volumetria prevista. Insomma, più metri cubi sembrava dovessero per forza significare più turisti, più sviluppo, più benessere.

E così, dopo lo sviluppo turistico in quota (Fassalaurina, Folgarida, Marilleva) si era passati alla sponda gardesana.

Domenichelli aveva acquistato da vari proprietari le superfici che, dall’unico fronte lago ancora naturale, si estendevano su aree agricole in località Linfano. Il progetto, denominato Porto Arco, aveva due punti forti. Il primo, la propria qualità, unanimemente riconosciuta: si prevedeva un porto turistico a valle della strada provinciale, collegato a monte con svariate forme di insediamento integrate, dall’albergo, al residence alla seconda casa, secondo un convincente progetto unitario.

Secondo punto forte, il venir incontro alle aspettative del Comune di Arco, che pensava di riqualificare la città, - turisticamente ormai in declino - sia attraverso una concorrenza sul lago con Riva e Torbole, sia con un (velleitario) progetto di turismo invernale sul Monte Stivo.

Di qui la convinta adesione della grande maggioranza del Consiglio comunale all’iniziativa di Domenichelli, di cui approvava il piano di lottizzazione nel febbraio dell’86. A questo punto occorreva l’approvazione della Giunta provinciale.

Intanto però erano cambiate alcune cose, a iniziare dal clima culturale: ci si rendeva conto che il turismo poteva autodistruggersi, edificare su tutto il lago, voleva dire comprometterlo; queste consapevolezze trovavano sbocco normativo a livello nazionale nella legge Galasso sulla tutela, tra l’altro, delle rive dei laghi e dei fiumi; mentre a livello politico locale, dopo la tragedia di Stava, con la nuova Giunta provinciale si imponeva un impegno di tutela ambientale, concretizzatosi nel super-assessorato di Micheli all’ambiente.

Queste nuove consapevolezze non potevano non essere colpite dal Porto Arco, con la sua dimensione quantitativa, (180.000 metri cubi nella sola area del Linfano); mentre in parallelo venivano presentate altre proposte di forti insediamenti a Riva (area Cattoi) e a Torbole. Di qui un allarme, cui seguì una forte opposizione, sia a livello locale (e in prima linea fu proprio Questotrentino), come a livello nazionale, con il coinvolgimento del Ministro dell’Ambiente.

Si giunse così al pronunciamento della Giunta provinciale, che attivando norme di salvaguardia prima mai utilizzate impose una visione d’insieme della fascia costiera del Garda, attraverso un piano generale che superasse le concorrenzialità campanilistiche fra i tre comuni. Veniva così bloccata la Porto Arco, in base a due motivazioni: una (solo di sostanza e quindi di per sé insufficiente) per cui andava cambiata la cultura dello sviluppo; una seconda motivazione (di sostanza e di forma, e quindi decisiva) per cui Porto Arco, visto dal solo Comune di Arco, poteva avere effettivamente un senso, ma non se si considerava il lago nel suo complesso.

Giorgio Domenichelli da tutto questo si ritenne sempre torteggiato, anche perché la sua proposta fu la prima di grande impatto ad essere cassata; perché fino ad allora in riva al lago si era costruito male e a casaccio, e si bloccava chi voleva operare bene e con raziocinio; e infine perché Arco, negli anni successivi, ha trasformato una decina di zone agricole in edificabili, ma non le sue.

Se a questo aggiungiamo svariati miliardi tenuti fermi in terreni inutilizzabili, e un carattere combattivo e a tratti anche arrogante, si capisce l’insistenza dell’imprenditore a proporre ancora, negli anni successivi, la sua creatura: trovando diversi appoggi, ma scontrandosi con uno scoglio ormai insuperabile, i dettati del nuovo Piano Urbanistico Provinciale; ne è seguita una serie innumerevole di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, alcuni ancora in itinere.

A Domenichelli rimangono i terreni, sempre verdi di vigne ed olivi, quindi inutilizzabili. E allora, quando nel ’93 l’architetto Enzo Siligardi inizia a lavorare al nuovo Piano Regolatore di Arco, si muove, affinché da quelle aree, se non l’intero grande progetto, si possa comunque ricavare qualcosa, attraverso una oramai limitata edificabilità (al massimo 30.000 mc, invece dei 180.000 iniziali).

A questo punto, a prescindere dalla vicenda corruzione/concussione, l’esito è banale. Si è rinunciato al grande e bel progetto di cementificazione, salvando l’unica zona verde, ed è un bene; si potrà costruire poco, ma senza alcuna ambizione di utilizzare veramente l’area verde.

Negli anni dello scontro era stata avanzata la proposta di passare dalla Porto Arco alla Parco Arco, trasformando cioè l’unica area intonsa a ridosso del lago, in un grande parco attrezzato, progetto realizzabile con il supporto finanziario della comunità europea. Ma il Comune di Arco ha sempre considerato tale ipotesi poco più che una provocazione, perché nella sua ottica i propri terreni sarebbero stati al servizio dell’economia degli altri, cioè dei turisti che risiedono e spendono nei comuni di Riva e Torbole.

E’ questa la tomba della visione globale dell’economia, del turismo, del territorio: non si può proporre un’economia integrata tra località vicine pochi chilometri, bisogna duplicare tutto, porti, impianti, alberghi; e il proprio territorio, o è cementificato, o è inutile.

Non è una bella storia.

Se poi ci aggiungiamo le mazzette...

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