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Il travaglio della sinistra

Le riforme non sono più centrali, Dellai non va fatto arrabbiare, con il Patt bisogna accordarsi a tutti i costi... La pericolosa deriva dei Ds. Poi però...

In questi giorni di grigia confusione della politica provinciale, sono stati i Democratici di Sinistra il primo partito ad entrare in fibrillazione. Giorgio Tonini - testé promosso da leader locale dei Cristiano-sociali a portavoce nazionale di Walter Veltroni - in una riunione interna ha apertamente attaccato il segretario dei DS Stefano Albergoni, che arrabbiato ha infilato il cappotto e se ne è andato a casa; "I DS rischiano di essere per la Margherita quel che era il PSDI per la Dc" - ha scritto Michele Guarda su questo giornale; il consigliere Roberto Pinter e l’ex-consigliere Mauro Bondi in due successivi articoli su L’Adige hanno presentato due strategie esplicitamente diverse. C’è stato un momento in cui i DS, provvisorio momento unificante di varie componenti della sinistra (ex-PCI, Solidarietà, Rete, Laburisti, Cristiano-sociali) si sono trovati ad essere una costruzione traballante, privi di una proposta e di una pratica politica condivisa, e quindi pericolosamente esposti al gioco delle ambizioni e gelosie interne.

Insomma, l’attuale pesante impasse della politica trentina, ha subito coinvolto non tanto i partiti del centro-destra, sconfitti alle ultime elezioni; non - almeno in un primo momento - il Patt, sconfitto alle urne e devastato dal caso Tretter; non la Margherita, macedonia di svariati ingredienti amalgamati dalla presenza di un leader pur in difficoltà. Ha coinvolto la sinistra, e segnatamente i DS. Come mai?

Imotivi di fondo vanno ricercati negli avvenimenti degli ultimi anni. Innanzitutto nella tensione riformatrice della sinistra, che arrivata al governo con la seconda giunta Andreotti, aveva caratterizzato la propria presenza con la predisposizione di leggi di riforma; e poi se ne era andata sbattendo la porta, visto l’ostruzionismo antiriformista dei partner di giunta (PATT e Grandi).

Di fronte a questo esito, la sinistra si smarriva: al suo interno si levavano sempre più forti le voci di chi riteneva "inutili" "fumose" le riforme, contrapponendovi "i problemi della gente"; in buona sostanza, si faceva una campagna elettorale secondo l’assunto che "con le riforme non si prendono voti" e che "alla gente interessa che si parli di scuola e di sanità, non di istituzioni". Una valutazione paternalistica e un po’ sprezzante dell’elettorato, al cui supposto basso livello prontamente ci si adeguava; snobbando peraltro le pur vistose manifestazioni in senso contrario, come ad esempio il successo di massa delle due campagne-stampa pro-riforme de L’Adige. "Le riforme? Hanno stufato" - era la valutazione che in privato davano diversi dirigenti diessini.

A questa deriva si aggiungeva un altro fattore: la sindrome di essere, come dice D’Alema, "figli di un dio minore", di non poter essere maggioranza, di dover appoggiarsi a qualcun altro, non alleato, bensì Grande fratello, naturalmente ex-democristiano e quindi garante, presso la società trentina, della rispettabilità degli ultimi arrivati. Di qui le genuflessioni, la litania "riconosco in Dellai il nostro leader" con cui dirigenti e candidati della sinistra trentina conducevano una campagna elettorale masochista, incoronando vincitore il segretario del piccolo Partito Popolare prima ancora della stampa, prima del mondo economico, e soprattutto prima del responso delle urne. Responso che naturalmente risultava favorevole al capo, non ai gregari: mentre la Margherita sbancava, i DS, presentatisi con sei consiglieri, arrivavano con cinque, e la sinistra nel suo insieme perdeva sette punti percentuali.

Una posizione quindi di debolezza, di scarsa consapevolezza di sé, di lento smarrirsi della propria identità. Nodi che sono venuti al pettine al momento delle trattative.

Sostanzialmente nei DS si sono formati due schieramenti. Da una parte chi ritiene ancora prioritario l’argomento riforme: soprattutto ora, quando la paralisi del Consiglio e la palude delle trattative evidenziano l’inadeguatezza di un assetto dell’Autonomia pensato quando c’era la Democrazia Cristiana con la maggioranza assoluta, e quando l’insofferenza dell’opinione pubblica (vedi le lettere che hanno sommerso L’Adige) indica il supporto anche popolare che oggi avrebbe un’azione riformatrice. Di qui la rivendicazione per la sinistra della presidenza della Giunta regionale, carica-chiave per gestire le riforme istituzionali.

Dall’altra parte c’è invece chi pensa prioritario, per una Giunta che deve governare cinque anni, l’azione appunto di governo: e quindi la necessità per la sinistra di caratterizzarsi per le proprie capacità di incidere sulla società in alcuni settori - scuola, territorio, economia - di cui si rivendicano gli assessorati.

Le due opzioni non sarebbero contraddittorie: "Ed è inaccettabile che nel partito si sia lasciata nascere questa contrapposizione - ci dice Walter Micheli - La sinistra, per la propria storia, per il proprio patrimonio di idee, ha tutti i diritti, e senza essere accusata di ingordigia di potere, di chiedere la guida del processo riformatore e quella della gestione del territorio." Insomma, perché le altre forze politiche dovrebbero accaparrarsi gli assessorati che a loro piacciono tanto (lavori pubblici, sanità, agricoltura... là dove corrono i soldi e i posti) e la sinistra dovrebbe rinunciare alle posizioni in cui può esplicarsi la sua vocazione riformatrice?

Ma qui scatta il secondo fattore: la subalternità al leader, a Sua Maestà Lorenzo Dellai: il quale già si è visto le carte scompaginate dall’arresto di Tretter, con cui aveva disegnato un bell’organigramma, ha tanto da fare con i rivoltosi del centro-destra che stanno bloccando il Consiglio, ha le sue gatte da pelare nel tentativo di agganciare il Patt; non si vorrà mica contrariarlo creandogli ulteriori problemi? "Stiamo attenti: - dice qualcuno nella direzione dei DS - alle elezioni di maggio per il sindaco di Trento, il candidato naturale sarebbe Alberto Pacher (diessino, già vice-sindaco e subentrato a Dellai dopo la sua elezione in Provincia n.d.r.), ma se Dellai si arrabbia, possiamo dire addio a quella carica."

Ed è questa logica che fa scattare la reazione. "Non si può entrare al governo chiedendo ‘permesso, scusate, disturbo?’ - ironizza Giorgio Tonini - Dellai sta attuando la politica del carciofo: si mangia una foglia dopo l’altra, assegnando le cariche come vuole e devitalizzando il programma. E noi lì a dire che va tutto bene. Se non si combatte, se non si pongono discriminanti, si finisce con il non aver più potere contrattuale: dopo mesi che dici che siamo tutti d’accordo, poi non puoi metterti a fare una battaglia sulle sedie."

Discorso analogo vale anche per il sindaco di Trento: Pacher è bravo, ma non è una personalità dirompente: avrà diritto alla massima carica se è espressione di una forza politica centrale, caratterizzata per la sua funzione guida nell’attuare le riforme del Trentino; se invece è espressione di un partito vassallo, farà l’assessore.

Eil disagio diessino aumenta con le discussioni sul programma. Le bozze del programma del centro-sinistra, redatte da Dellai e poi emendate dalla sinistra, e ancor più le bozze provvisorie dell’accordo centro-sinistra/Patt risultano sconfortanti. Di legge elettorale non si parla, "si vedrà"; sulla chiusura dei Comprensori e il riassetto istituzionale permangono le ambiguità; non si dice nulla su sanità e politiche sociali, con un drammatico buco nero sull’immigrazione ("e su questo, in questo momento, non si può far finta di niente" - tuona Massimo Giordani, diessino e direttore dell’Atas, associazione di accoglienza); sull’ambiente...

L’ambiente doveva essere il punto forte, secondo l’assunto "rinunciamo alle riforme istituzionali ma presidiamo l’assessorato all’ambiente, orientando lo sviluppo del territorio". I primi accordi sono disastrosi: non si parla di fermare PiRuBi e terza corsia dell’A22, si apre la porta alla Pinzolo-Campiglio e ad altri collegamenti funiviari, si prospettano ulteriori peggioramenti nell’attuale già disastrata gestione dei Parchi. Però - si dice - avendo noi Pinter come assessore...

"Storicamente la sinistra faceva bellissimi programmi, e poi se andava bene ne realizzava la metà - commenta sarcastico Walter Micheli - Qui invece si sottoscrive un programma orrendo, ma poi si confida nell’assessore per non realizzarlo."

Questa disastrosa impostazione è emblematica. Non hanno tutti i torti i cementificatori ad accusare di "vincolismo" la prima fase dell’ambientalismo; il fatto è che ora la gestione dell’ambiente può essere invece vista come fattore di sviluppo: agli impiantisti non si deve dire di no, si deve smettere di sovvenzionarli con contributi su tutto, dalle telecabine ai gatti delle nevi, e dirottare invece gli incentivi al turismo ecocompatibile, alle inizative che allungano la stagione ecc., ottenendo così la riqualificazione del turismo oltre alla salvaguardia dell’ambiente; e così per le strade, il problema non è bloccare iniziative, è dare corso a una diversa politica dei trasporti. Ma per far questo, non è il presidio di un assessorato che serve, è una politica generale, rivendicata e impostata da una forza politica che mira a questo, non a chiedere degli assessorati al Grande fratello.

Idue schieramenti nei DS si possono così schematizzare: da una parte i sostenitori degli assessorati, con il gruppo della Rete (con Vincenzo Passerini assessore all’Istruzione in pectore) quello di Solidarietà (con Roberto Pinter papabile assessore all’Ambiente) e il consigliere Remo Andreolli (in predicato per l’assessorato all’Economia); dall’altra gli autori delle riforme della passata legislatura, Wanda Chiodi e Mauro Bondi, Giorgio Tonini loro autorevole consigliere, e ad essi si sono aggiunti Margherita Cogo (in lista di attesa per la presidenza della Giunta regionale) e l’on. Olivieri, sponsor della Cogo, naturale interfaccia romano di qualsiasi discorso di riforma istituzionale, su cui si è speso in tutta questa legislatura.

La posizione di Margherita Cogo - già sindaco di Tione e quindi forse per questo in passato a rimorchio di Dellai "nostro leader" - è una novità; e non è malizioso pensare che ad essa abbia contribuito la prospettiva personale. Ma al contempo è una posizione ben motivata: "E’ vero, il programma cui stiamo lavorando, con la Margherita, con il Patt, è frutto di continue mediazioni, e non sarà una cosa convincente. Proprio per questo è importante che sia l’ultima volta che si fanno i governi in questo modo; di qui la centralità del discorso delle riforme; e la necessità che a dirigerle ci sia qualcuno che ci crede, non un Andreotti che vuole insediarsi in Regione per bloccare tutto."

Sulla stessa lunghezza d’onda Wanda Chiodi: "Per i DS le riforme non possono essere al secondo o terzo posto. Sono determinanti, punto e basta. Come nella passata legislatura: se non si possono fare le riforme, i riformisti stanno all’opposizione."

Il segretario Stefano Albergoni a lungo è rimasto in mezzo ai due gruppi. Da una parte temeva di pregiudicare il rapporto con Rete e Solidarietà mandando all’aria un’aggregazione che è l’unico vero successo della sua segreteria; dall’altra però non poteva rinnegare la centralità riformatrice, che pure è stata caratterizzante anche della sua azione. Di qui una posizione oscillante, aggravata dalla tradizionale sua personale fiducia nel rapporto con Dellai, "che invece - più furbo che santo - gioca in proprio, a far pagare a noi i prezzi dell’alleanza con il PATT" - secondo l’accusa di Tonini.

Poi però sono apparsi chiari a tutti i rischi di questa dinamica: una progressiva diminuzione del peso del partito, l’essere costretti ad accordi sempre più perdenti, l’apparire di vistose crepe nell’unità interna, fra le varie componenti (Solidarietà, Rete, Cristiano-sociali...).

E allora Albergoni ha deciso di tirare fuori le unghie, e ha dato la nuova linea (pur rivestendola di continuità, ma questo si sa, fa parte del gioco): "E’ sbagliato mettere in contrapposizione riforme e governo; la vocazione riformatrice è costitutiva dei DS; per questo rivendichiamo con forza la presidenza della Giunta regionale e tre assessorati in quella provinciale." Su questo i DS hanno raggiunto la quasi unanimità.

Il fatto è che essere riformisti non è facile, è molto più semplice accordarsi per gestire il tran-tran. Ma forse (e per fortuna) certe formazioni politiche hanno la strada obbligata: o sono riformiste, o cessano di avere senso.