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Ambientalisti da esportazione

Il caso Tone Valeruz: “modernista” per gli elettori trentini, nostalgico per i lettori della “Stampa”.

La notizia è importante: anche l’Enit, l’Ente Turismo Italiano lancia l’allarme Alpi. Sotto accusa lo sci, che ormai invade ogni località alpina, impone impianti di grandi dimensioni, con grandi portate, piste sempre più ampie ed ambientalmente impattanti, innevamento artificiale e consumo idrico che sfugge ad ogni controllo. Parallela a questa attività corre la speculazione edilizia, che ricopre i fondovalle alpini di seconde case e mortifica l’attività alberghiera, consuma ulteriore territorio, priva le comunità locali della loro cultura: analisi che l’associazionismo ambientalista elabora da decenni e ben poco recepite. Finalmente, dopo il Touring Club, anche l’Enit si accorge dei limiti che lo sviluppo turistico basato sullo sci comporta, consumando e banalizzando sempre più l’ambiente montano.

E’ curioso come i mezzi di informazione trentini abbiano trascurato la notizia; ma è stato ancora più curioso leggere sulla Stampa di Torino un’intervista rilasciata a Enrico Martinet da Tone Valeruz, lo sciatore delle pareti verticali, delle discese ritenute impossibili. Abbiamo tutti presente Valeruz, anche recentemente, mentre scende da queste pareti, circondato dagli elicotteri che lo filmano.

Ricordiamo tutti Valeruz candidato alle recenti elezioni regionali nella lista "Autonomia Trentino Integrale". In quel programma elettorale, parlando della sua nativa val di Fassa, Valeruz affermava come vi fosse la necessità urgente di realizzare le devastanti circonvallazioni di Moena, Vigo, Pozza, Canazei con lo sbocco diretto verso i passi dolomitici. In un’intervista su un quotidiano locale, dopo i soliti discorsi di circostanza sulla necessità di tutelare la cultura delle genti montane, e le scontate affermazioni contro le seconde case (in val di Fassa non c’è più nemmeno il terreno utile per costruire le abitazioni dei residenti), diceva che bisogna potenziare l’industria dello sci e che occorre dare sbocco alle piste del Buffaure verso Ciampac attraverso il collegamento in valle Jumela. Era candidato in una lista che nel programma prevedeva lo svilimento delle regole di gestione dei parchi trentini.

Questo era il suo programma, la fotocopia di quello di tutti i partiti di centro-destra, dei ladini della Ual, del Patt. Leggendo il Valeruz d’esportazione in quel di Torino scopriamo invece un verginello, un ambientalista quasi integralista che invoca "uno sci più contemplativo". Si accorge che "noi montanari stiamo affittando con la montagna noi stessi. E fra poco gestiranno il turismo solo le agenzie di viaggio. Non abbiamo più una nostra identità, siamo come i turisti, anzi peggio... Finora ci siamo sfamati, adesso pensiamo... Non si può avere, come unico scopo, il macinar denaro". Lo sciatore si accorge che gli stessi maestri di sci faranno la stessa dequalificante fine delle guide alpine: solo servizi e niente cultura.

L’intervistatore conclude inneggiando a Valeruz: "Valeruz come Samivel, lo scrittore e vignettista francese, che già negli anni ’20 aveva profetizzato come lo sci sarebbe diventato il conquistatore e il killer dell’ambiente alpino".

E'curiosa la doppia faccia che tanti personaggi dell’alpinismo o dello sport sanno mostrare. Si è consapevoli che in valle di Fassa schierarsi con la cultura ambientalista significa perdere ogni elezione, subire un’emarginazione anche personale, incorrere nella calunnia. Ed allora localmente leggiamo di un Valeruz paladino del solito sviluppo: più strade, più piste, più impianti, anche in una realtà ormai satura, che in alcuni periodi esplode.

Sulla stampa nazionale invece è opportuno dipingersi un’immagine alla Messner, si ricerca la cultura raffinata, la perduta poesia della montagna, si invoca l’escursionismo diffuso lontano dai mega-impianti, dai concerti in quota, dalle motoslitte. Questa immagine colpisce il lettore della città, delle pianure, quello che viene in montagna con lo scopo di gettare alle spalle i ritmi frenetici che caratterizzano la sua vita nelle nebbie padane, colpisce il lettore dei dépliant pubblicitari dove brillano foto spettacolari delle Dolomiti, circondate o da cieli limpidi o da tramonti che commuovono, colpisce quelle centinaia di migliaia di lettori che, trascorsi alcuni giorni in montagna, tornando in città ricordano quelle foto, al massimo una ubriacatura in una malga raggiunta in motoslitta, qualche avvenente cameriere/a e non hanno saputo comprendere i torrenti canalizzati, un territorio urbanizzato con scelleratezza, una viabilità che ha eroso versanti geologicamente instabili, tabià e stalle trasformate in condomini, ricoperte di perline in legno, impianti di sci che hanno aggredito aree delicate e che hanno sconvolto la morfologia dei nostri monti.

Gli sponsor che sostengono le imprese di tanti alpinisti o di sciatori dell’estremo, accanto alle indubbie capacità tecniche chiedono ai propri testimonial la capacità di vendere questa doppia identità; e dopo il precursore Reinhold Messner, tanti altri uomini di montagna, usando un’identità ambientalista, riflessiva, pacata ma ferma, hanno compreso il messaggio: l’importante è continuare a macinar denaro.