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Mart di Rovereto: un vagone del treno per l’Europa

Un’opera faraonica, un caso di megalomania? Vediamo cosa succede negli altri paesi...

Luigi Serravalli

Le ricorrenti polemiche, riprese fra l’altro nell’intervento dello scultore Mauro De Carli pubblicato su questo giornale, ci inducono a riparlare del Mart. La cui idea è uscita fuori quasi naturalmente dal fatto che Rovereto, nel campo delle arti visuali, ha avuto, in questo secolo, una storia del tutto particolare. Bisogna risalire infatti alla scuola Elisabettina, ai primi del Novecento e ricordare che da Rovereto provengono artisti diversi fra i più importanti d’Europa. Basterebbe menzionare lo scultore Fausto Melotti, uno dei più interessanti del secolo in senso internazionale o architetti come Luciano Baldessari (presente allo stesso Hansa Viertel di Berlino) e Pollini, del quale le Albere hanno presentato una splendida mostra. E poi Fortunato Depero che, oltre che pittore della seconda ondata futurista, è certo una delle personalità più illustri del design italiano.

Se andiamo più indietro, Rovereto è anche patria di Antonio Rosmini, un filosofo fra i più attivi modernisti dell’Ottocento. A Rovereto si è fermato per anni Clemente Rebora, poeta singolare nella letteratura italiana del Novecento. Vorrei far presente infine anche Franco Rella, oggi uno dei pensatori e saggisti nonché filosofo con il quale è necessario fare i conti se si vogliono scandagliare davvero gli abissi della coscienza attuale.

Insomma, Rovereto nella storia della cultura ci sembra una località eccezionale, per cui appare logico che questa eccezionalità venga fissata anche negli occhi dei cittadini che spesso la trascurano, con un’opera di mattoni e cemento armato.

In anni passati i roveretani con il loro teatro hanno dimostrato di avere coscienza di sé. Recentemente questa coscienza l’hanno confermata, dotandosi di una scuola (Istituto professionale per il Commercio) del costo di 40 miliardi. Il valore della cultura di una città, che vanta oltre tutto una biblioteca assai ricca se rapportata al numero degli abitanti quando l’hanno istituita, dimostra che l’idea del Mart non viene solo da interessi particolari che sono sempre ineludibili in ogni umana iniziativa rispetto agli ideali trascendenti. Inoltre il nome di Botta, ideatore del progetto, è garanzia che l’edificio avrà caratteristiche tali da costituire attrattiva per se stesso. Il museo di Bilbao, gioiello dell’architettura post-moderna, è oggi, appena finito, ragione di pellegrinaggi. Il museo Stirling a Stoccarda, quello Ludwig a Colonia, i musei di Monaco, il museo di Munster, quello bellissimo di Düsseldorf, i musei famosi di Francoforte sulla riva del Meno, nonché la centrale delle Banche tedesche nella stessa Francoforte (Direzione Buba e museo nello stesso edificio) sono tutti momenti di una politica museale che si ripete in Germania perfino nella piccolissima Goslar fra le montagne dello Harz, come nella cittadina industriale di Moenchengladbach e così via enumerando.

Il compilatore del pamphlet comparso su QT sembra ignorare perfino l’esistenza a Parigi del Centre Pompidou (Beaubourg), osteggiatissimo in fase costruttiva.

Insomma il Polo, ideato da Botta come il Pompidou da Enzo Piano, dimostra l’internazionalità dei grandi musei e la loro importanza, non nel senso localistico, ma nel senso di cultura europea fondamentale per la nuova Europa che si va costruendo.

Voglio dire, per esempio, che il coltissimo e fornitissimo museo di Otterloo che sorge ai confini tra Olanda e Germania nel cuore di un bosco, cioè in una posizione strategica ma senza alcun centro cittadino al quale collegarsi, ha un grande valore proprio in questa geografia dei musei; infatti Botta ne costruisce uno a S. Francisco e uno a Rovereto, mentre i Guggenheim, dopo Bilbao, pensano a tirarne su un altro in Cina.

Non perdere il treno, mettersi in questo contesto che non è roveretano, né trentino, né italiano, ma europeo e mondiale, vuol dire avere una visione aperta, concreta del futuro in un mondo che si spera migliore (se sarà appunto influenzato dall’arte e dalla cultura). Non solo il Museo di Rovereto, ma un museo sull’asse Roma-Firenze- Bologna-Verona-Monaco-Stoccarda-Amburgo-Berlino eccetera, nel cuore del nostro continente, e le visioni minimalistiche, provinciali dovrebbero aver fatto il loro tempo perché o il mondo del duemila si poggerà su questi valori, oppure ci resterebbe solo una visione pessimistica del futuro.

Questa impresa eccezionale o la si vede in questo contesto, e ci si sente davvero cittadini d’Europa, cioè del mondo (ed è meglio lasciare fare le cose a coloro che sono in possesso di questa dimensione evolutiva, ricca di fantasia, piena di speranze), oppure ci si chiude sempre di più a Trento, al giro al Sass, rodendosi il fegato con delle invidiuzze contro personaggi che sono portatori di una visione più aperta, più vasta e che vedono, accanto ad una società che si basa sul profitto, un’altra società intesa con i dollari a comprare sogni per un uomo diverso e che ogni tanto (una rara fortuna che ciò sia avvenuto a Rovereto) vede gli esseri umani destinati a qualche cosa di più che ai localismi presenti.

Gli architetti dei faraoni che hanno tirato su Piramidi e Sfingi lo hanno fatto addirittura in mezzo al deserto. Eppure questi monumenti ci spingono ancora a lasciare anche noi un segno della nostra effimera presenza.

Il museo Pecci a Prato, il museo che Giancarlo Politi sta mettendo su a Trevi, nel centro d’Italia, come quello che Alfredo Paglione organizza, a poco a poco, a Giulianova in Abruzzo, il piccolo museo Primo Conti a Fiesole, ci dicono che il museo diventa un momento sempre più importante nella fisionomia del territorio.

Né ci si preoccupi del "riempimento". L’Italia, infatti, è un paese ricchissimo di questo materiale; si calcola che la metà delle opere d’arte sia rinchiusa in magazzini, cantine, soffitte, depositi, fondachi, ecc. Sarà un’impresa certo lunga e complessa. I movimenti della collina (l’Italia è franosa in molta parte della sua superficie montana), le rifiniture che Botta ritiene necessarie una volta completato il rustico ed altri elementi che sorgeranno cammin facendo, ci portano a pensare che i tempi non saranno brevi. A poco a poco le cose si sistemano in imprese sempre in progress. In un certo senso, un museo non è mai finito.

Il museo si identifica come una lotta a favore della conoscenza contro il tempo; una impresa intellettuale, un rischio e una sfida. Dal bilico dei miei anni vedo, nel museo Botta di Rovereto, una luce positiva rispetto alle catastrofi del mio secolo.

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