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Cermis: nel vortice dei miliardi e delle rivendicazioni

Risarcimenti: un’occasione sprecata.

Come è accaduto nei percorsi del dopo Stava, la tragedia del Cermis sta stimolando solo attenzione economica: in dieci mesi si è ricostruito l’impianto e per questo Provincia e Stati Uniti stanziano miliardi, i parenti delle vittime chiedono soldi e salvo rare eccezioni mettono ai margini i valori della verità e della giustizia, il Comune di Cavalese prova nel nome degli albergatori a chiedere altri soldi, come vedremo, tanti.

Per sostenere questi passi l’amministrazione comunale ha affidato al gruppo Clas (costituito da professori di diverse università) uno "studio sugli effetti economici del disastro del Cermis e sulle prospettive di rilancio dell’offerta turistica di Cavalese".

Analogo passo era stato fatto nell’immediato dopo-Stava, con un rapporto allora affidato al centro studi Isvaimer. La lettura di quel documento aveva illustrato analisi innovative, provocazioni, stimoli positivi che non costituivano patrimonio della statica cultura del mondo turistico fiemmese, e venne quindi subito archiviato e destinato ad essere dimenticato.

Nel nostro caso invece lo studio Clas - saremo facili profeti - avrà garanzia di applicabilità, giacché riassume la quantificazione del danno nell’unica voce che in valle si vuole ascoltare, quella dell’economia turistica, pone la propria attenzione solo sull’industria dello sci e dimostra, attraverso analisi discutibili nel metodo e nella sostanza, la presenza di un danno da riparare ingente, che va da un minimo di 40-50 miliardi per poter arrivare, si dice, ai 100.

Il dato più significativo che emerge è un sintetico riassunto statistico dello stato del turismo in Fiemme, la stima dei danni diretti provocati dalla tragedia, i conseguenti effetti di questa sulla immagine della valle.

Vi si legge così la fragilità dell’industria turistica fiemmese, dove i posti letto alberghieri sono solo il 20% del totale, mentre invece dominano le seconde case, tanto che dal 1990 al 1996 nella valle si sono costruiti altri 1100 alloggi, con l’esclusione di Cavalese, fortunatamente penalizzata nel settore da un severo ed avanzato Piano regolatore.

Si legge come gli impianti sciistici siano stati tutti riammodernati e potenziati, come il solo Comune di Cavalese in dieci anni abbia indirizzato 68 miliardi di risorse pubbliche nell’azione di sostegno all’economia turistica, tra costruzione della piscina, stadio del ghiaccio, acquedotto del Cermis, Palazzo dei Congressi, arredo urbano, teatro e gestione delle strutture.

Da questa analisi si passa a valutare le conseguenze e quindi i danni che la tragedia ha causato all’economia turistica dopo la forzata chiusura del primo tratto della funivia.

Nonostante si sia in presenza di un aumento del 6,4% di passaggi nell’area del Cermis e del 10% in valle durante febbraio, si annuncia un danno del 7-8%, un effetto fuga in valle che varia dal 20 al 33%, con perdita di presenze alberghiere a Cavalese stimate in 28.000 unità, più altre 90.000 in valle.

Si dimentica come nei mesi di febbraio e marzo non vi siano state precipitazioni e quindi le piste di sci non fossero certo appetibili.

La lettura dei dati dell’indagine conclude con la stima di un danno di mancato introito minimo a Cavalese che supera i 4 miliardi e di 23 per l’intera valle: una valutazione che, con effetto a ricaduta di 5-6 anni, porta il danno per Cavalese ad un importo che varia tra i 20 ed i 24 miliardi di lire.

Viene anche valutato il danno diretto subito dal Comune causa l’inefficacia dei 67 miliardi investiti nel settore turistico nel decennio e si arriva così a quantificare l’investimento pubblico necessario al rilancio turistico dell’area di Cavalese in 40-50 miliardi; tutto questo per ricreare le condizioni economiche e strutturali necessarie a rendere competitivo il Comune con la situazione precedente l’incidente.

Questi miliardi vengono giustificati dal sommarsi dei danni subiti (immagine, strutturali, disaffezioni all’investimento) e dalla necessità di aggredire in tempi brevi le soluzioni proposte che sono la soluzione dell’impianto, la qualificazione dell’area, il sostegno agli operatori locali nel recuperare fiducia, l’azione promozionale e di immagine.

Un’analisi che ci sembra banale, utilitaristica, finalizzata esclusivamente a sostenere le pretese di forti risarcimenti presso il governo americano. Tutta l’attenzione cade sull’industria dello sci, sui campionati mondiali di sci nordico del 1991, su quelli futuri del 2003, sulla Marcialonga.

Nessun accenno viene dedicato all’ambiente, alla diversificazione dell’offerta economica, ai bisogni della popolazione, ai servizi in valle, contraddicendo quanto questi illustri professionisti hanno letto in documenti da loro stessi richiamati: "I paesi turistici tradizionali sono svantaggiati a motivo della loro struttura caratterizzata da piccole e medie imprese e da prestatori di servizi isolati. Il turismo tradizionale, individualizzato e facente perno su una clientela fidelizzata, non è più il solo paradigma della domanda turistica... Il turista moderno esige prodotti complessi che propongono opzioni multiple... I fornitori dell’offerta devono organizzarsi attorno al prodotto e non il contrario".

Di tutto questo, contrariamente a quanto si afferma nel rapporto, non c’è consapevolezza negli operatori turistici di Fiemme. Infatti nelle pagine conclusive leggiamo alcune linee-guida di prospettive future, linee che sono certamente dettate dalle intuizioni del sindaco di Cavalese, ma non trovano altra fertilità e pertanto rimarranno parole scritte.

Si invita ad evitare che il parcheggio di fondovalle, servizio d’appoggio della nuova cabinovia, assuma attrattiva importante, dominante, in quanto trasformerebbe Cavalese in centro di transito e creerebbe deperimento dell’industria alberghiera.

Si invita a prestare attenzione al paese collegandolo con passaggi leggeri, con sentieri e idee alle attrattive ambientali e culturali, costruendo visibilità della storia e delle tradizioni locali, investendo nel senso di appartenenza.

Le scelte finora attuate contraddicono questi auspici.

Come nella costruzione del nuovo impianto, anche nell’elaborazione dello studio erano necessarie altre ed alte attenzioni, analisi più approfondite, coinvolgimento delle sensibilità culturali presenti nel paese e totalmente emarginate.

Si è preferito lavorare nella stanza della Giunta e con professionisti esterni, costruendo un documento puramente rivendicativo che serva a rafforzare le richieste economiche avanzate nei confronti della amministrazione americana. Si è persa l’occasione per riflettere pubblicamente.

Il documento sarebbe blindato, per ridefinire un humus culturale più omogeneo e frizzante non solo di Cavalese, ma specialmente a livello di valle. Sappiamo come tanti sforzi dell’amministrazione di Cavalese tesi a superare egoismi di campanile si siano infranti davanti all’assenza, alla superficialità, alla pigrizia intellettuale e programmatica degli altri sindaci, tutti adagiati nel soddisfare l’ordinario, la catena di piaceri, privi di fantasia e slanci ideali.

Quest’ultima constatazione non impedisce di rilevare come il rapporto presentato, accanto ad un’ordinata serie di statistiche e tabelle, sia limitato nell’analisi e si trovi ad offrire alla comunità di valle una sola risposta: economia turistica uguale sci.

Per arrivare a tanto, non era necessario scomodare sì illustri professori...