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Giornalisti e poveri cristi

I mass-media e i "soggetti" deboli

"Rissa in un locale. Uccisi un uomo e un marocchino". Questo assurdo titolo di Trieste Oggi, risalente ad alcuni anni fa, è ormai diventato l’esempio-simbolo estremo di una certa mancanza di sensibilità, soprattutto nei confronti dei cosiddetti soggetti deboli, da parte della stampa italiana; un esempio che viene spesso ripetuto negli incontri pubblici come quello di cui ci accingiamo a parlare; pur nella consapevolezza che negli ultimi anni qualcosa in meglio è cambiato.

Ma quello dei rapporti fra media e soggetti deboli (per intenderci: minori, immigrati, prostitute, carcerati, tossicodipendenti, vittime della cronaca nera, ecc.) resta pur sempre "un nervo scoperto", come ha detto il sindaco di Trento Pacher. Tanto da indurre il C.N.C.A. (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza: 234 gruppi aderenti in tutta Italia, 10.000 operatori di cui la metà volontari, in Trentino ne fanno parte fra gli altri il Gruppo ’78 di Volano, la cooperativa La Rete e il Punto d’incontro) a organizzare da alcuni anni a Capodarco di Fermo, nelle Marche, dei seminari di formazione dedicati ai giornalisti, significativamente intitolati "Redattore sociale"; lo stesso titolo dato al convegno svoltosi a Trento la settimana scorsa in collaborazione fra il C.N.C.A. e gli organismi rappresentativi dei giornalisti.

Il contenzioso aperto fra questi due mondi è corposo, riassumibile nel concetto che i mass-media parlano poco e male di questi temi. Gli operatori del sociale accusano la stampa di superficialità, scarsa attenzione, banalizzazione, mancanza di rispetto, spettacolarizzazione, uso di stereotipi, ignoranza della materia, pigrizia nel documentarsi. Dall’altra parte, il giornalismo ribatte alle accuse lamentando i condizionamenti a cui è soggetto (il mercato, l’editore, il direttore...), l’esigenza di semplificare le questioni, la difficoltà di accesso alle fonti, la mancanza di tempo e di spazio, la difficoltà per un cronista di essere un tuttologo.

Insomma, da questo come da altri incontri del genere, emerge che i mass-media difficilmente osano negare le proprie carenze, ma poi le addebitano a degli ostacoli in larga misura impossibili da rimuovere.

Che le cose non vadano come dovrebbero, d’altronde, è difficile negarlo, e Stefano Trasatti, segretario nazionale del C.N.C.A., ha fatto una precisa analisi delle ragioni di insoddisfazione, settore per settore.

Minori. Spesso si cerca di dribblare i divieti imposti dalla normativa (Carta di Treviso e legge sulla privacy) dando il via ad una sorta di caccia al tesoro. Cioè, non si cita il nome della bambina rimasta vittima, ad esempio, di un caso di violenza, ma si indicano le generalità del padre e della madre, si dice dove i genitori lavorano, si pubblica la foto della loro casa, si citano episodi significativi nella vita della famiglia, eccetera.

Se poi - putacaso - il minore è morto suicida, la privacy non vale più e allora ci si scatena con pagine intere prive di ogni reticenza e con scarso rispetto per il dolore di chi resta.

Altro caso classico, la leggerezza con cui, in casi di allontanamento di bambini dalla famiglia, si prende recisamente posizione a favore dei genitori, salvo ribaltare il tutto e lamentare il mancato intervento preventivo dei servizi sociali e della magistratura quando un figlio è rimasto vittima di violenze all’interno delle mura domestiche. Il tutto in una situazione in cui gli operatori sociali, essendo tenuti alla riservatezza, sono impossibilitati a replicare citando episodi e circostanze che hanno motivato la loro decisione.

Immigrati. Anzitutto - e questa è una miopia da cui sono colpiti anche i giornali "progressisti" - c’è una evidente difficoltà a capire che siamo davanti ad un fenomeno strutturale e non ad una momentanea anche se lunga emergenza. In secondo luogo, la prevalente attenzione ai fatti di cronaca nera produce inevitabilmente l’equazione immigrato uguale criminale (è stato citato il caso di un giornale veneto che, sotto il titolo "Inchiesta sull’immigrazione" ha in realtà trattato esclusivamente il tema della criminalità extracomunitaria). Il tutto favorito da una circostanza: il silenzio del cittadino straniero, che molto raramente viene interpellato.

Se poi il giornale persegue una linea dura, succede anche di peggio, come quando venne pubblicata la foto di una bambina albanese che - diceva la didascalia - "fuma sotto gli occhi del padre", a confermare lo stereotipo di un popolo barbaro, insensibile perfino nei confronti dei propri figli. Peccato che fosse stato il fotografo a chiedere alla bambina di mettersi una sigaretta fra le labbra, come è venuto fuori dopo la pubblicazione.

Si potrebbe continuare a lungo in questa disamina, analizzando come vengono trattati temi quali le malattie sociali, la prostituzione, l’emarginazione... Per constatare che si va anche qui dal mancato rispetto della riservatezza ad una sbrigativa catalogazione dei protagonisti della cronaca ("tossicodipendente", "prostituta", "barbone") che prescinde dalla storia di quelle persone, all’abitudine a consultare sempre le stesse fonti (la polizia).

Salvo poi, con operazione uguale e contraria, andare in cerca del "colore", della storia strappalacrime: "Capita spesso - dice Trasatti - che qualche giornalista venga da noi a chiederci qualche storia di ragazze schiavizzate o di prostitute redente. Quasi che ne avessimo un catalogo..."

Igiornalisti intervenuti al convegno hanno recitato il mea culpa, con l’eccezione di don Agostino Valentini, direttore di Vita Trentina, che dopo aver legittimamente rivendicato l’attenzione e la sensibilità del settimanale diocesano ai temi sociali, ha invece inaspettatamente denunciato l’insensibilità del suo pubblico: "A volte rischiamo di non essere capiti. I primi ad essere superficiali sono proprio i nostri lettori, che quando trovano questi argomenti, voltano pagina"

Ma quando si confessano i propri peccati, per essere assolti bisognerebbe impegnarsi a non più peccare. I nostri giornalisti come si comportano a questo proposito?

A sentire Antonio Cembran, presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti, che pure ha riconosciuto le pecche del mondo giornalistico, pare non ci sia molto da fare. Il ritmo infernale con cui si è costretti a lavorare rende molto difficile fare le cose come si dovrebbe e si vorrebbe: non c’è tempo di confrontarsi coi colleghi del proprio giornale, men che meno con quelli di altre testate (la concorrenza!) ed anche il rapporto con la realtà, con i cittadini, è forzatamente superficiale.

Paolo Ghezzi, direttore dell’Adige, si inoltra nei particolari, partendo da un dato evidente: i giornalisti, per poter raccontare e spiegare, dovrebbero prima essersi informati e aver capito: ma solo una minima percentuale dei giovani che intraprendono la professione ha fatto una qualche scuola di giornalismo, ed è ancora molto diffusa l’idea che la vera scuola siano la pratica e il lavoro redazionale. Tranne quando si tratta di argomenti considerati "alti": "Per occuparsi della cronaca politica o economica si ritiene necessaria una specifica formazione, mentre quando c’è da scrivere di temi sociali o di cronaca nera, va bene anche un principiante".

Certo, i giornalisti che si occupano soprattutto di questi argomenti, i "redattori sociali", dovrebbero possedere una formazione specifica; in mancanza della quale, aggiungiamo noi, sarebbe forse possibile intervenire almeno sul piano organizzativo. Cosa succede, infatti? Dato che i temi sociali vengono sottovalutati, non solo li si affida ai redattori più giovani, ma poi a questi ultimi non si permette nemmeno di farsi un’esperienza in materia, di crearsi una memoria storica, di specializzarsi insomma: l’impressione è che vengano fatti ruotare fra una tematica e l’altra a seconda delle necessità contingenti, nella funzione del tappabuchi. Lo si constata di frequente alle conferenze-stampe, dove le loro domande denotano tanta diligenza quanto mancanza assoluta di un retroterra. E ai convegni, dove potrebbero nel corso di una mezza giornata cominciare a costruirsi delle solide basi di conoscenza, possono fermarsi solo una mezz’ora, a prendere la cartella-stampa e a farsi riassumere da un qualche relatore il senso di quell’incontro. Oltretutto col risultato di darne, ai lettori dei loro giornali, un’informazione parziale e sbiadita.

Sarebbe stato interessante, al convegno di Trento, ascoltare le esperienze di questi affannati cronisti, ma purtroppo non c’erano, o non si sono fatti sentire. Probabilmente erano in giro a tappare un qualche buco.

Forse a causa del clima disteso e di collaborazione che ha caratterizzato il convegno ("Nessuno vuole insegnare niente a nessuno, siamo tutti qui per imparare"), sono rimaste un po’ in ombra alcune questioni di fondo che solitamente vedono le due parti in causa su posizioni contrapposte. Per esempio: un giornale deve avere un ruolo "pedagogico" o il suo compito si esaurisce nel fotografare la realtà, magari, come si è visto, con immagini sfuocate e inquadrature discutibili?

E ancora: è vero che i lettori vogliono i giornali così come sono adesso, impegnati e approfonditi sui temi politici e superficiali sui temi sociali, oppure questo è soltanto l’alibi di un mondo giornalistico pigro che rifiuta di mettersi in discussione?

Di sicuro si deve fin da ora pretendere almeno il rispetto delle regole in vigore in tema di rispetto dei soggetti deboli, troppo spesso aggirate col pretesto di un diritto di cronaca che in realtà dovrebbe restare entro i limiti della notizia di interesse pubblico, senza sconfinare nel pettegolezzo e nel morboso per compiacere certe malsane curiosità che ogni lettore, inevitabilmente, nutre.

Don Vittorio Cristelli, in proposito, ha ricordato che oltre al diritto al rispetto e alla privacy e al diritto di cronaca, esiste anche un diritto alla cronaca da parte dei soggetti deboli, poiché il rispetto non è garantito solo dal silenzio, ma anche da una informazione attenta e competente. "Nel corso dell’attività giornalistica - ha detto Cristelli - questi tre doveri entrano frequentemente in conflitto, il che richiede da parte dei giornalisti una scala di priorità; in cima alla quale, però, dovrebbe esserci sempre la tutela dei soggetti deboli".