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Il disoccupato, tra neokeynesiani e neoliberisti

Dopo le dimissioni del ministro tedesco Lafontaine, si apre il dibattito sulle tecniche di intervento in economia, e tra neo-keynesiani e neo-liberisti spunta la cosiddetta "terza via".

Roberto Tamborini

Travolto anch’esso dalla guerra, è scomparso il dibattito sulle dimissioni del superministro tedesco Oskar Lafontaine, che pensava - incauto - di poter rilanciare l’occupazione mantenendo gli attuali standard di sicurezza sociale. A spezzare una lancia per il neo-keynesismo di Lafontaine, sono stati solo, su Repubblica, Eugenio Scalfari e Paul Fitoussi (oltre ad alcuni improbabili neofiti keynesiani come Bertinotti). Su queste pagine aveva trattato l’argomento Renato Ballardini, al cui intervento qui si ricollega [/a]il prof. Roberto Tamborini, docente a Trento alla facoltà di Economia.

Se chiedete a un biologo quali speranze vi sono di sconfiggere l’Aids vi risponderà che la ricerca sarà lunga, che non disponiamo di conoscenze sufficienti del fenomeno e che occorre procedere per tentativi ed errori, con tenacia e molti fondi. Se chiedete ad un economista quali speranze vi sono di sconfiggere la disoccupazione in Europa vi darà una ricetta abbastanza semplice, aggiungendo che il vero problema è la volontà di realizzarla. Il guaio è che se fate la stessa domanda a un secondo economista vi darà un’altra e diversa ricetta, sempre basata su poche, semplici idee. Mentre gli scienziati si sforzano di convincere che il mondo è più complesso di quel che sembra, gli economisti s’impegnano nell’opposta missione di dissolvere la complessità dei mondi socio-economici. Non sembri un vezzo accademico questo incipit un po’ filosofico; sento solo il dovere di avvertire i lettori, così che diffidino di chiunque tenti di convincervi che la soluzione è a portata di mano. La nostra insufficiente comprensione del funzionamento di un sistema socio-economico complesso è una parte del problema, se non altro in quanto causa di ricette sbagliate. Detto questo, per coerenza, mi limiterò a un ragionamento critico intorno a quanto sappiamo sulla disoccupazione e i suoi rimedi, lasciando al lettore l’onere di farsi un’idea propria.

E’ noto che sulle cause della disoccupazione di massa in Europa si fronteggiano due visioni contrapposte: quella neoliberista e quella neokeynesiana. In entrambe le posizioni, trovo assai poco di neo, cioè nuovo. Oggi come allora i liberisti propongono un approccio per così dire microeconomico. In un’economia di mercato lavoratori e imprenditori contrattano il salario e le norme che regolano i rapporti di lavoro. Fatti i loro conti, gli imprenditori decidono quanti lavoratori conviene assumere. Se il numero di occupati è inferiore al numero di coloro che sono disposti a lavorare, cioè se si ha disoccupazione, la causa va cercata anzitutto nel sistema contrattuale. I liberisti sono convinti che il sistema contrattuale europeo sia inadeguato.

Esso genera disoccupazione fondamentalmente per tre vie. 1. Costi diretti troppo elevati, ossia i salari relativi pagati in Europa, cioè rapportati ai salari negli Usa o nei paesi emergenti, impongono prezzi e vendite insufficienti ad assorbire più manodopera. 2. Costi indiretti troppo elevati, in particolare l’imposizione fiscale necessaria a finanziare le spese assicurative e assistenziali comporta un minor salario netto dei lavoratori ma un alto costo del lavoro per le imprese. 3. Norme contrattuali troppo vincolistiche: le moderne tecniche di produzione e vendita richiedono un’elevata capacità di adattamento alle condizioni di mercato, cioè aumenti e riduzioni della produzione rapidi e poco costosi, mentre il lavoratore europeo rappresenta per l’impresa una sorta di bene d’investimento a lungo termine e quasi irreversibile, e di posti di questo genere le imprese moderne possono permettersene pochi. Questi tre fattori sono solitamente fusi (e confusi) nello slogan liberista che tutti conosciamo: le rigidità del mercato del lavoro.

Oggi come sempre i keyne-siani hanno un approccio più macroeconomico. Keynes si professava liberale, ma contrastò l’idea che la disoccupazione di massa fosse sempre un problema legato al sistema contrattuale del lavoro. Qual è - si chiedeva Keynes - il salario di efficienza per un lavoratore che dovrebbe produrre una merce invenduta? La risposta è: zero. Da qui l’istinto dei keynesiani di guardare alla disoccupazione come a un problema di insufficiente domanda di beni e servizi. Le cause di questo stato di cose possono scatenarsi su due fronti, come, secondo i keynesiani, è avvenuto in Europa negli ultimi 10-15 anni. 1. Instabilità della domanda di beni di consumo e d’investimento, dovuta all’incertezza che famiglie e imprenditori possono nutrire sulle loro condizioni economiche future. 2. Politiche fiscali e monetarie inappropriate, ossia incapaci di correggere le cadute della domanda aggregata con appropriati stimoli fiscali o monetari. Non stupisce, quindi, che molti keynesiani siano critici della duplice restrizione, fiscale e monetaria, che ha accompagnato la creazione dell’euro, e che essi le attribuiscano gran parte della disoccupazione creatasi in Europa a partire dalla metà degli anni ’80. Colui che viene oggi visto come il martire del keynesismo in una battaglia tutta tedesca, Oskar Lafontaine, non a caso chiedeva un allentamento dei vincoli fiscali imposti dal suo predecessore Theo Waigel e/o una politica monetaria più generosa da parte della Banca centrale europea creata a immagine e somiglianza della Bundesbank di Hans Tietmeyer.

Né la visione liberista né quella keynesiana, da sole, forniscono spiegazioni e rimedi soddisfacenti. Anzitutto la disoccupazione non è quasi mai un fenomeno omogeneo. Quando parliamo di disoccupazione europea abbiamo dinanzi realtà molto disomogenee. Basti pensare all’Italia, in cui il tasso di disoccupazione ufficiale è del 12%; ma questo numero è il risultato di un 5-6% al centro-nord e di oltre il 20% al sud. Inoltre la disoccupazione è concentrata tra i giovani e le donne piuttosto che tra gli uomini tra i 35 e i 50 anni. La capacità di creare posti di lavoro è diversa da settore a settore. La superiorità occupazionale dell’economia americana è quasi interamente dovuta al settore dei servizi commerciali e personali, mentre l’assorbimento di lavoro nel settore manifatturiero è simile.

Realtà di questo genere non si prestano a spiegazioni indifferenziate. Le condizioni contrattuali sono le stesse in tutta Italia, e, grosso modo, in tutti i settori, eppure si accompagnano a tassi di disoccupazione molto diversi. Storicamente, gli istituti contrattuali vigenti oggi in Europa sono stati creati dopo l’ultima guerra, accompagnandosi ad un ventennio di occupazione elevata e stabile. Quindi le rigidità contrattuali non possono essere l’unica spiegazione e la flessibilità non può essere l’unica risposta. Come ha suggerito Olivier Blanchard del MIT di Boston, il problema può nascere da una inadeguatezza del sistema contrattuale rispetto a condizioni economiche specifiche del settore produttivo o dell’area territoriale. Le condizioni economiche esterne possono mutare rapidamente, ma i sistemi di regole e di relazioni contrattuali sono più lenti da modificare, soprattutto, paradossalmente, se hanno un passato di successo. Quando si ha una discrasia del genere, si apre un problema non solo economico, ma anche sociale e politico. Il lavoratore medio europeo continentale è molto affezionato al sistema contrattuale che lo ha accompagnato verso un benessere senza eguali. E oggi questo sistema privilegia gli occupati a tempo indeterminato nell’industria e i loro genitori pensionati a scapito dei loro figli disoccupati. Perché allora negli ultimi 15 anni tutti i governi che sul Continente hanno provato a mutare questo stato di cose hanno fallito? Non ho ancora trovato spiegazioni convincenti.

Siamo in presenza di un’ondata d’irrazionalità o di egoismo? O forse quel micro-sistema economico che è la famiglia, che nelle società europee continentali conta assai più che in quelle anglosassoni, consente di attutire gli svantaggi dei giovani proprio grazie ai privilegi dei padri e dei nonni? O forse è successo che le iniezioni di flessibilità praticate in Europa non hanno dato risultati apprezzabili?

In fondo il sogno keynesiano è quello di ricreare le condizioni di sviluppo degli anni ’50 e ’60. Un’impresa che vende ed ha prospettive di crescita stabile per un lungo periodo sarà in grado oggi, come lo fu allora, di dar lavoro anche al costoso lavoratore europeo. Questa visione, incentrata sui compiti macroeconomici del governo, non è in contrasto con un’idea liberale della vita economica: interferire il meno possibile con la sfera contrattuale privata. Ma è difficile che un sogno del genere possa realizzarsi, se non altro perché nel nostro ventennio aureo l’altra metà del mondo sprofondava sempre più nell’arretratezza, mentre oggi una metà di quella metà comincia a mordere le nostre posizioni in termini di competitività e distribuzione del reddito. Inoltre, le politiche di sostegno della domanda di tipo keynesiano sono anche loro troppo aggregate rispetto alla varietà dei problemi occupazionali. Tendenzialmente, esse vanno ad alimentare la domanda nel settore manifatturiero, quello con meno problemi occupazionali. Il timore è che esse si traducano in aumenti salariali e/o di profitti, e magari spinte ai prezzi, a favore degli in senza alcun reale beneficio per gli out. Più appropriate sarebbero politiche fiscali mirate e selettive, come riduzioni dell’imposizione fiscale su lavoro e impresa, agevolazioni fiscali dell’offerta privata di servizi sociali, ripresa degli investimenti pubblici in infrastrutture e capitale umano. Da questo punto di vista, le critiche keynesiane verso i vincoli fiscali imposti ai paesi dell’Unione monetaria sono fondate. Negli ultimi dieci anni in Europa la quota degli investimenti privati sul PIL si è ridotta dal 19% al 16% e la quota di quelli pubblici si è ridotta di un terzo. Non si tratta certo di eventi favorevoli allo sviluppo dell’occupazione.

Max Weber aborriva il detto "la verità sta nel mezzo". Nessuna teoria è vera, tutte le teorie sono spiegazioni parziali della realtà, e due mezze spiegazioni (con fallimenti alle spalle) non danno la verità. Ma in mancanza di una visione interamente nuova e alternativa, di cui non vi sono tracce per ora, è probabile che i governi europei cerchino l’ennesima Terza Via (Blair, Schroeder e D’Alema amano molto questa parola), cercando di agire sia sul fronte micro che macroeconomico.

Speriamo che Weber non avesse ragione.

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