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Pittori di corte

Guerra: quando anche l’informazione si mobilita.

Luciano Baroni

Di fronte alla follia omicida della Nato e di Milosevic non credo sia necessario chiamarsi fuori dai due campi per evitare il sospetto di una presunta partigianeria che potrebbe inficiare la plausibilità del proprio giudizio.

Non lo credo soprattutto perché il bisogno primario della pace e d’una pacifica convivenza tra i popoli e i loro ordinamenti statuali sta sopra ogni altra considerazione di natura politica o di carattere ideologico.

Si sono ormai spese tutte le argomentazioni possibili per giustificare o per condannare, per comprendere o per intimare, per discutere o per imporre il proprio punto di vista. Dalla violazione del diritto internazionale e dello statuto stesso d’una alleanza militare difensiva al dettato della Costituzione italiana, dagli inganni e dai silenzi di Rambouillet ai massacri delle bande e dell’esercito serbo nel Kossovo, dal diritto all’autodeterminazione etnica alle provocazioni e alla guerriglia dell’Uck, dai tragici errori delle bombe e dei missili "intelligenti" sui civili serbi alla cacciata delle popolazioni di etnia albanese fuori dai confini di una provincia della Federazione jugoslava.

Ma l’aspetto che, più o meno volutamente, tranne pochi lodevoli esempi, è stato trascurato da opinionisti e politologi di diversa estrazione è quello degli strumenti di comunicazione pubblica che sono entrati in questa macabra danza di guerra, del loro uso e della loro obiettiva pericolosità. E l’appunto non riguarda tanto l’ovvia constatazione che ogni guerra è anche sempre guerra di bugie, di versioni interessate, di silenzi e di menzogne diplomatiche e demagogiche, di notizie scarsamente controllabili, di grossolani miltarismi del linguaggio. Questa guerra, peraltro mai dichiarata perché la relativa dichiarazione suonerebbe come un reato confesso di aggressione a uno Stato sovrano, si rivela più di ogni altra come una guerra che oltre gli esseri umani e la loro dignità, oltre le vittime delle bombe e delle repressioni, uccide l’intelligenza di quanti ne sono loro malgrado spettatori, non poi tanto lontani, e ne possono diventare giudici, e cancella di fatto la stessa libertà del pensare e del riflettere, che è condizione irrinunciabile per capire e per giudicare.

Che dire, sennò, del diluvio di spettacoli, orrendi al limite del morboso, giocati dalle televisioni nazionali (Rai e Mediaset unite da una concordia degna di miglior causa) sul pianto e sulla disperazione dei profughi al confine albanese o macedone?

Che dire, contestualmente, del quasi silenzio sulle rovine e sui morti di Belgrado e delle altre città serbe colpite dagli aerei della Nato che viaggiano invece sugli schemi del video come sinistre metafore degli angeli sterminatori?

L’assalto di tale e tanta cronaca televisiva, a guerra iniziata e a rappresaglie moltiplicate, si deve - ma non solo per il nostro Paese - alla paura di perdere il consenso delle popolazioni e alla necessità di rassicurare chi detta le regole d’un gioco tutto suo, dimostrando che la fedeltà ai patti, gìà traditi peraltro da una norma surrettizia e pretestuosa, non divide i governi dalle nazioni e non ne pregiudica la stabilità.

Diranno certo i cuori democratici che l’oscuramento dell’informazione messo in atto da Milosevic è molto più grave della parzialità di cui dà prova l’occidente europeo, ma i due piani della propaganda sono specularmente mirati al medesimo obiettivo. Con una differenza sostanziale forse. E cioè che là dove si sigillano con la violenza le telecamere, i microfoni e le bocche scomode, si potrà un giorno o l’altro, finita la tragedia, riprendere a parlare e a filmare in libertà, ma dove il torpore indotto negli occhi e nelle mani si sia identificato col cattivo magistero d’una stampa e d’una televisione ad uso e servizio dei governi, non basteranno certo la rettitudine, il pensiero, il coraggio di pochi per scuotere i più dal sonno della ragione.

Un Santoro di Moby Dick, che apre le finestre dell’informazione sull’intero orizzonte o la correttezza d’una Gruber che, in nome della serietà del giornalismo, confessa di non disporre di prove sufficienti a garantire la veridicità delle notizie provenienti dai Balcani sono poco più di una rondine e molto meno di una primavera.