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Viaggio nella Basilicata albanese

Arrivati nel Mezzogiorno d’Italia 500 anni fa, gli arbëreshe non hanno più legami con l’antica madrepatria; rimane, con difficoltà, il loro specifico patrimonio culturale.

Da tre anni a questa parte alcuni studenti del corso di Etnomusicologia tenuto dalla prof. Rossana Dalmonte presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Trento partecipano ai viaggi promossi e guidati dalla musicista Giovanna Marini e da Ignazio Macchiarella sulle tracce del vasto patrimonio musicale, ancora vivo, della cultura popolare italiana. I viaggi impegnano l’intera settimana di Pasqua e costituiscono anche un’occasione di incontro con gli allievi dei corsi che Giovanna Marini tiene a Parigi, a Losanna, a Bruxelles e a Roma.

Tre anni fa abbiamo assistito ai riti liturgici e paraliturgici, e contemporaneamente incontravamo i cantori di musiche tradizionali di alcune zone della Sicilia, l’anno scorso ci siamo recati in Puglia, e le ricerche si sono svolte nei paesi del Salento e del Gargano, mentre la destinazione di quest’anno è stata la Basilicata, in particolare Lungro, San Costantino e San Paolo Albanese. E questi sono tre dei paesi in cui risiedono le comunità arbëreshe (la parola arbëreshe deriva dall’etnonimo Arben-Arber, proveniente a sua volta dal nome della tribù illirica di Albanoi che viveva nella odierna Albania centrale), la cui storia inizia nei primi decenni del XVI secolo con una emigrazione indotta da motivazioni politiche (l’occupazione turca), ma anche da ragioni economiche, con il miraggio di terre più fertili da coltivare.

Migliaia di albanesi, rifugiandosi nell’Italia meridionale, fondarono cittadine dove ancora oggi si parla una forma arcaica di albanese, e dove è possibile riscontrare tradizioni estremamente originali. A quanto abbiamo potuto vedere, questi paesi, saldamente aggrappati al Pollino, che ci hanno accolto con semplicità e cordialità, richiamano i paesaggi montani del Trentino e del Friuli: stessi materiali usati, i colori, la forma delle case, in particolare dei tetti spioventi con comignoli fumanti, l’odore della legna, la disposizione di strade e fontane. Mentre del tutto tipica, anche rispetto al resto del Meridione, è l’architettura bizantina delle chiese, in cui abbiamo osservato le celebrazioni pasquali intrise di costumanze dell’antica madrepatria.

Ma nel corso dei secoli la cultura "di partenza" si è ovviamente trasformata attraverso un lento processo di acculturazione, al quale tuttavia alcuni tratti hanno opposto una maggiore resistenza: si tratta di aspetti legati alla cerimonialità, come il rito religioso greco-ortodosso, il costume tradizionale e la lingua; tratti evidentemente subito individuati come segni di un’identità culturale da proteggere e affermare, ma anche elementi culturali meno soggetti a quei mutamenti che le trasformazioni economiche comportano.

In un momento in cui l’Albania fa notizia all’estero e specialmente in Italia per il suo coinvolgimento nelle vicende balcaniche, era interessante osservare quali legami queste popolazioni avessero mantenuto con la terra d’origine. Ciò che abbiamo percepito è però una preoccupazione simile a quella che possiamo provare tutti noi, non priva cioè di un qualche distacco, dovuto alla sostanziale estraneità che queste popolazioni avvertono nei confronti dell’Albania, non più sentita come madrepatria. Un distacco che sembra essersi accentuato in questi ultimi anni, dopo che si sono evidenziati certi aspetti "sgradevoli" dell’immigrazione albanese in Italia

Le popolazioni arbëreshe arrivarono in Italia 500 anni fa, perdendo subito qualsiasi contatto con la terra di provenienza, tanto che oggi è problematico, per gli storici, capire da quale parte dell’Albania esse provenissero esattamente. In una recente pubblicazione un giovane studioso di Lungro afferma che "non esistono gli arbëreshe fuori dal loro contesto di riferimento locale, che nel nostro caso è quello della realtà socio-culturale del loro insediamento meridionale", e che solo nell’ambito culturale dell’Italia moderna "ha senso accogliere la specificità del contributo albanese nella storia meridionale, italiana ed europea, altrimenti consegnata a una pretesa originalità priva affatto di seri fondamenti storici e destinata ad alimentare la favolistica nazionalistica balcanica, suggestiva dal punto di vista letterario-creativo, ma perniciosissima sotto il rispetto storico-politico, e sostanzialmente mistificatorio". Per cui il modo "meno mitico e più attuale per essere Arbëreshe è quello di conservare la identità senza però ignorare la storia comune, che è arbëreshe in quanto meridionale, italiana ed europea" Una posizione che, nel riconoscimento della propria specificità, guarda con disincanto, quasi con disinteresse, al mito cultural-nazionale delle origini ed alla ricerca dell’antica comunanza con gli albanesi d’Albania, mentre si mostra realisticamente coinvolta nel problema dello sviluppo del Mezzogiorno, perché i problemi che affliggono oggi i paesi dell’antica immigrazione albanese sono gli stessi di tutto il Sud, ed anche perché è questa, oltre tutto, la sola condizione che può permettere agli arbëreshe di salvaguardare i loro tratti distintivi. In caso contrario infatti, l’emigrazione interna finirebbe con lo svuotare questi piccoli centri (seminati in una decina di province fra Campania, Puglia, Basilicata, Molise e Sicilia), disperdendone gli abitanti e dunque cancellando in loro ogni traccia dell’antica origine.

Una conferma di questa situazione ci viene da Nicola Scaldaferri, musicologo, tra i massimi esperti di musica tradizionale arbëreshe, originario di San Costantino nonché nostro mediatore culturale in questo viaggio con Giovanna Marini: "La mitizzazione ed il culto della madreterra era e rimane un atteggiamento intellettualistico di colti letterati, non sempre condiviso dalla gente comune. Qualsiasi tentativo di rivalutazione della propria matrice etnica e delle proprie radici, lontana però da sentimentalismi nostalgici e da posizioni estremistiche, può trovare un senso proprio alla luce di quelle condizioni generali, per la costruzione di un futuro che non sia di sopravvivenza a se stessi".

Una delle operazioni identitarie più importanti è quella volta alla tutela del patrimonio linguistico arbëreshe che sta perdendosi.

Perciò nella scuola media inferiore soprattutto, si tengono dei corsi di alfabetizzazione in modo che i ragazzi possano comporre in lingua arbëreshe e, attraverso la scrittura, conservare una cultura che fino ad oggi è stata solo orale e rischierebbe quindi di scomparire.

A Lungro, il giorno di Pasqua, la prof. Fortuna Rennis, del direttivo dell’Associazione Insegnanti Albanesi d’Italia, una delle più antiche e prestigiose associazioni che operano nell’Arberia, ci offre il tradizionale dolce pasquale, un pane dolce simile alla nostra torta di rose. E così ci spiega l’attività dell’associazione: "Stiamo realizzando due volumi diretti a tutti gli arbëreshe d’Italia in modo che possano avere uno strumento per la tutela e lo sviluppo dell’idioma avito, oggi minacciato come non mai dall’invadenza dei mass media che tendono ad omologare lingua, usi e tradizioni".