Menù
Home
QT
Questotrentino
Mensile di informazione e approfondimento
Utente
Cerca

Sezione principale

Dalla rissa al sistema

Vini trentini, qualità o quantità? Su questa scelta sembrava che, tra le grandi cantine della cooperazione (Cavit e Mezzacorona) e i privati si arrivasse alla guerra. Invece, forse...

Si preannuncia importante quest’anno la Mostra del Vino Trentino (da domenica 16 maggio alla successiva del 23), che apparirà rinnovata secondo modalità significative, come poi spiegheremo. In effetti la vitienologia trentina sta attraversando - un po’ come tutto il Trentino - un momento particolare: di grande floridezza economica (ai viticoltori vengono ogni anno liquidate somme decisamente cospicue, e difatti il valore del terreno agricolo è alle stelle) ma al contempo di fondata preoccupazione per il futuro. Futuro che, anche qui, si chiama globalizzazione, con i nuovi paesi produttori, Austrialia, Cile, Argentina, SudAfrica, Nuova Zelanda, che nelle grandi aziende da 200 ettari pianeggianti, impiegano 50 ore lavorative (per di più poco pagate) per coltivare un ettaro di terreno, mentre da noi, con le nostre piccolissime aziende, in terreni sfavorevoli, occorrono dalle 400 alle 600 ore. E allora come puoi competere? Riducendo il costo del lavoro? A un decimo della paga di un nero sudafricano?

Il mondo vitivinicolo trentino è storicamente litigioso; e un anno fa avevamo assistito a un blitz delle grandi cooperative (soprattutto MezzaCorona e Cavit) che trattano l’80% della produzione: di fatto avevano esautorato lo storico Istituto Trentino del Vino, in cui bene o male conviveva la totalità dei soggetti che operano nel settore, e avevano dato vita a una nuova associazione, la Trentino Vini - prontamente riconosciuta come interlocutore fondamentale dall’assessore provinciale - in cui c’erano solo le cooperative più qualche piccolo privato.

Quando l’anno scorso descrivevamo questo blitz, riportavamo l’ipotesi maggiormente accreditata tra gli operatori: i giganti (per il Trentino) MezzaCorona e Cavit avevano scelto la sfida sul terreno del mercato globale, e per poter competere con gli altri giganti (quelli veri, quelli degli altri paesi) non volevano avere tra i piedi troppi laccioli, condizionamenti; e quindi si erano costruiti un’associazione ad hoc, comandata da loro, che gestisse la politica vitienologica (rese per ettaro, disciplinari di produzione, zonizzazioni ecc). Nell’eterno dilemma quantità-qualità, una decisa opzione a favore della quantità. Che però coinvolgeva tutti i produttori, perchè l’immagine del territorio, del Trentino, è unica: se l’immagine prevalente è quella di un’anonima qualità media, buona per gli scaffali dei supermercati di tutto il mondo, sono tutti i produttori trentini a esserne coinvolti.

I passi successivi sembravano confermare questa scelta. Per avviare una ridefinizione dell’insieme della politica vitienologica all’insegna della qualità, sarebbe occorsa un’associazione forte, convincente, diretta da uomini di riconosciuta competenza; per lasciare che le aziende più grosse si gestiscano in proprio come meglio ritengono, basta un carrozzone, anzi il carrozzone è proprio l’ideale. E le prime nomine sembravano confermare in pieno questa seconda scelta: presidente della Trentino Vini era l’ing. Sartori, presidente guarda caso anche della Cavit e culo di pietra della cooperazione, presente in mille consigli di amministrazione; direttore era l’avv. Erman Bona, nipote guarda caso di Sartori, giovane di belle speranze ma dalla nulla competenza nel settore

La strada quindi sembrava segnata. Invece, inopinatamente, la Trentino Vini si è messa a funzionare: è stata costituita una commissione tecnica che sta lavorando sul nuovo progetto della pianificazione della politica vitivinicola, ci sono già state più di dieci riunioni, partecipate, produttive. "Si sta lavorando con grande serietà - ci conferma il prof. Attilio Scienza, già presidente dell’Istituto Agrario di San Michele, e uno dei più severi critici della politica quantità/mediocrità imputata alle centrali cooperative - secondo un nuovo concetto: il territorio deve produrre prodotti differenziati, le grandi cantine punteranno su un prodotto medio-alto, di largo consumo, da cui arriverà il grosso del reddito complessivo; i piccoli produttori si dedicheranno invece ai prodotti di alta qualità, che fanno immagine, e fungono da traino per l’intero sistema."

Tutto bello: solo che è l’esatto contrario della strada imboccata un anno fa. "Eh sì - conferma Scienza - allora la cooperazione era fortemente contraria a un’articolazione di livelli come questa: volevano una sola qualità, per far emergere la propria." Adesso invece... "Adesso si sono resi conto che non si possono affrontare i paesi emergenti sul loro terreno, quello quantitativo. I conti sui costi di produzione in Val di Cembra, e quelli in Argentina, li conosciamo tutti: la competizione sul piano dei prezzi è persa in partenza."

Il nuovo progetto prevede la differenziazione della produzione in quattro fasce (IGT Indicazione geografica tipica; Doc; Docg; Trentino superiore) a qualità crescente e quantità decrescente: è la cosidetta piramide, e ogni produttore decide in quale fascia collocarsi (e magari può anche realizzare linee di prodotti differenziate, affiancando l’etichetta di pregio a quella di più largo consumo). L’accento viene spostato dalla varietà del vino (Cabernet, Chardonnay ecc) all’indicazione del territorio: ossia, per sottrarsi al confronto-omologazione con la produzione massificata dei nuovi paesi (che producono le nostre stesse varietà, Merlot, Cabernet...) l’attenzione viene portata sulla località di produzione. Una nuova etichetta di un vino di qualità dovrebbe recitare, ad esempio "Trentino - Muller Thurgau - Val di Cembra" spingendosi magari a indicare, per produzioni particolarmente pregiate, zonizzazioni ancora più dettagliate.

E’ chiaro dove si va a parare: in questo progetto quello che conta è il Trentino e la sua immagine. E la sua capacità di fare sistema, per cui nessuno è autosufficiente, i successi e gli insuccessi di uno, si ripercuotono su tutti. Ed è anche comprensibile che i grandi produttori siano stati (e magari sono ancora?) restii ad imboccare questa rotta, nella quale le grandi corazzate devono tenere nel debito conto anche i piccoli motoscafi. "Anche alla cooperazione hanno capito di doversi alleare con il piccolo produttore, lasciandogli il suo spazio di produzione, qualità, comunicazione - afferma Scienza - Se ci sono cento piccoli produttori che con lavorazioni di qualità fanno il nome di Trentino, anche la grande produzione se ne avvantaggia."

Davvero il rissoso mondo vitivinicolo trentino sta andando in questa direzione? Lo chiediamo proprio a chi, dall’operazione Trentino Vini (o almeno, dal suo decollo) è stato tagliato fuori. Mauro Lunelli, delle celebri cantine Ferrari, da sempre portabandiera della produzione di alta qualità (gli parliamo mentre sta per andare a New York alla presentazione dell’edizione inglese della guida "Gambero Rosso"; e Ferrari sta lanciando una nuova linea di vini rossi di grande pregio, passo innovativo per la cantina finora famosa per lo spumante) si dichiara all’oscuro dell’attività della Trentino Vini; però si dice convinto "di un cambiamento di mentalità generale, una nuova consapevolezza dell’impossibilità per il Trentino di poter vincere sul piano del prezzo e della quantità. E anche le grandi cnatine stanno capendo l’importanza dei piccoli produttori d’elite, che stanno portando in giro, amplificandola, l’immagine del Trentino. Noi tutti dovremo incentivare le produzioni di nicchia, elitarie, di queste aziende medio-piccole."

"C’è una tendenza oggettiva: il mercato di nicchia sta diventando sempre più importante - conferma Angelo Rossi, direttore dell’Istituto Trentino del Vino, dalla riconosciuta competenza, da sempre sostenitore dell’opzione qualità; e anche per rimuovere la sua ingombrante presenza è sorta in contrapposizione all’Itv la nuova associazione Trentino Vini - Il vino è sempre meno una bevanda-alimento, e sempre più un’emozione; il consumo mondiale non aumenta, ma al suo interno aumenta la richiesta di qualità. Bisogna intendersi su cosa sia la nicchia: non è più solo il negozietto specializzato, ora è presente anche al supermercato che al proprio interno crea lo spazio-enoteca; è nelle cantine che ora sono aperte tutto l’anno, vendono sempre di più al consumatore, stanno diventando luogo di incontro... Queste tendenze sono sotto gli occhi di tutti: ora il problema - e mi sembra che ci si stia avviando - è superare la mentalità per cui chi ha l’80% della produzione (la cooperazione ndr) comanda su tutti. No, noi abbiamo bisogna di un sistema che valorizzi il 100% delle aziende."

A fungere da elemento-ponte, da trait-d’union fra la cooperazione e la politica della qualità, c’è stata la Cantina LaVis. Cantina cooperativa dalle dimensioni ragguardevoli (terza dopo MezzaCorona e Cavit) ha però da alcuni anni sposato la politica della qualità (una sua linea, la "Ritratti" è pluripremiata a livello nazionale). E il suo direttore, Fausto Peratoner è stato tra i padri della Trentino Vini: "Una nuova associazione era necessaria, l’Itv era paralizzato da anni di rivalità interne al settore. La controprova sta nel fatto che la Trentino Vini ha sbloccato la situazione, si sta lavorando a pieno ritmo: per cogliere e dare sbocchi all’attuale consapevolezza degli operatori. Infatti in tutte le cantine è all’ordine del giorno il problema di diversificare la produzione, di puntare, oltre al conferimento del vino sfuso alla Cavit, su produzioni proprie di qualità. Di qui la necessità di sistematizzare questa spinta, e di darle poi sbocco attraverso una comunicazione, una promozione complessiva; perchè la grande azienda fa comunicazione per conto suo, il piccolo ha assoluto bisogno di uno sforzo comune nella comunicazione. E questa consapevolezza coinvolge davvero tutti: la si respira negli incontri, nei rapporti aziendali."

Insomma, forse sta nascendo nella vitienologia, un sistema trentino. Che fatalmente - e anche qui la Cantina LaVis si sta muovendo da anticipatrice, come sta facendo sul piano del sistema-Trentino, formendo ai produttori più piccoli "know-how, supporti, collegamenti nazionali, in un’ottica di effettiva collaborazione" ci dicono alla Cantina Endrizzi - fatalmente dicevamo, il mondo delle cantine dovrà allargarsi al territorio, all’enoturismo, all’ecoturismo.

Di questi aspetti e tendenze l’attuale Mostra del Vino è uno specchio, una vetrina. Auguri.