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La città e i suoi matti

Mille persone a Trento hanno problemi psichici. Con quali rapporti con la gente, gli esercenti, le strutture sanitarie? E un bar di Trento ha avviato un’interessante iniziativa...

Luca Petermaier

Trento, centro storico. Una giovane donna, apparentemente normale, entra in un bar, si siede e ordina un Gran Marnier. Lo finisce in fretta e ne ordina subito un altro, che tracanna con altrettanta foga. Il barista, insospettito, prima di servirle il terzo, le intima di pagare i primi due. Ma alla richiesta di pagamento, la donna comincia a dimenarsi e a urlare frasi sconnesse, tanto che il titolare la caccia fuori in malomodo.

Dopo pochi minuti però, la giovane donna si ripresenta davanti al bar, in sella a una bicicletta che prima non aveva. Scende dalla bici, ne impugna con decisione il manubrio e comincia a scagliarla contro il locale, tentando di sfondare la vetrina. Che per fortuna, non si rompe, mentre la donna fugge via.

Passa un po’ di tempo, e rieccola entrare nuovamente nello stesso bar. La moglie del titolare le si avvicina e, con tono pacato ma deciso, chiarisce all’inusuale avventrice che, prima di ordinare alcunché, deve saldare il debito della volta precedente, pena la cacciata dal locale. Sicura di aver trovato il modo per liberarsene, la titolare non crede ai suoi occhi quando la donna estrae dalla tasca un plico di banconote da diecimila e, con distaccata serenità, ne porge un paio alla barista.

Quest’ultima, del tutto spiazzata, ma in parte anche sollevata, le chiede allora che cosa desideri consumare. La giovane, questa volta, ordina un tramezzino. Tutto pare calmo. Ma dopo averlo trangugiato avidamente, all’improvviso si alza, si dirige verso il contenitore della pizzette, ne afferra due, se le ficca in bocca intere e scappa a gambe levate, inutilmente rincorsa dalla barista.

La storia che vi abbiamo raccontato è assolutamente vera e ci è stata riferita dalla stessa protagonista della vicenda: la proprietaria del bar a fianco del nostro giornale.

In realtà, quello appena descritto è un caso limite. Ma è emblematico di un disagio: come ci si comporta con i "matti"? Con decisione e autoritarismo, come ha fatto il titolare del bar nella prima circostanza, senza peraltro ottenere grandi risultati? O con tatto e pacatezza, come accaduto a sua moglie, senza tuttavia miglior sorte?

La questione non è di poco conto, dato che di matti (li chiamiamo così per comodità, senza alcun pregiudizio e con quel termine intendendo disagi psichici di varia natura e intensità) nel Trentino ce ne sono parecchi. Sono almeno mille, attualmente, le persone in cura presso il Centro di Salute Mentale di via Petrarca a Trento, ma ogni anno il Centro registra oltre 300 prime visite, o consigliate dal medico di base o autoreferenti, e di queste, una percentuale che va dal 10 al 30% si rivela poi un caso di disagio psichico ritenuto grave. E considerando che parliamo di una malattia dai contorni indefiniti, dalla quale non si può dire di essere guariti una volta per tutte, come dal morbillo, visto che le ricadute sono sempre in agguato, ben si comprende come i numeri che abbiamo citato siano fatalmente destinati a lievitare.

Il problema dell’approccio al disagio psichico è certamente complesso. Da quando i matti non sono più segregati nei manicomi, e dunque forzatamente isolati dal resto della società, avere a che fare con persone che soffrono di disagi psichici è diventato un fatto quasi all’ordine del giorno. E questo è un bene. Perché si favorisce il contatto, l’integrazione, la presa di coscienza che i matti non sono di regola né contagiosi nè violenti (la vicenda descritta in apertura è in tal senso un’eccezione). Insomma: si incentiva l’accettazione della diversità.

E’ interessante, a questo proposito, dar conto dei risultati di una ricerca riportata nel Bollettino dell’Organizzazione Mondiale della Sanità di Salute Mentale e Neuroscienze del gennaio 1998. Vi si dice come alcuni studi sulle terapie contro i disagi psichici documentino un decorso più favorevole nei soggetti seguiti presso i centri dei paesi poveri rispetto a quelli reclutati nei paesi sviluppati (27% contro 8% rispettivamente).

Il dato è inquietante: significa che un matto guarisce più facilmente nella "selvaggia" Africa piuttosto che nella "civilizzata" Europa. Com’è possibile?

"La risposta è molto semplice - ci dice Renzo De Stefani, primario del Centro di Salute Mentale di Trento - ed è strettamente connessa al tipo di devianza. La natura del disagio psichico infatti è duplice: da una parte patologico-genetica. E qui una cura farmacologica è indispensabile. Dall’altra, però, ci sono cause di natura caratteriale, debolezze ingenerate da fattori esterni, soprattutto difficoltà relazionali.

Per allentare questi nodi le pillole non sono sufficienti. Bisogna far sì che la persona si senta accettata, ben voluta, capita. Nei paesi in via di sviluppo vi è una migliore accettazione del diverso perché c’è una concezione del tutto relativa del ‘normale’. Lì non ci sono i pregiudizi tipici della nostra società industrializzata, per cui non è così fondamentale essere produttivi a tutti i costi; si è normali anche se non si è omologati al circuito socio-economico ufficiale e sono meno accentuate le tensioni dovute a fattori sociali, come la disoccupazione o l’emarginazione sociale".

Dunque la chiave di volta sembrerebbe la capacità di accettare il matto.

Ma cosa vuol dire accettare, come si fa ad accettare uno che ti entra nel bar con dei grossi moccoloni penzolanti dal naso, si siede e comincia a farfugliare in una lingua incomprensibile? O quello che si apposta dietro ai clienti e, mentre stanno sorseggiando il caffè, improvvisamente si mette a parlargli a dieci centimetri dall’orecchio?

Accettare il diverso significa, prima di tutto, capire i motivi della sua diversità.

Queste le ragioni che hanno spinto la Consulta per la Salute Mentale di Trento, composta da rappresentanti di diversi enti pubblici (Comune, Polizia Municipale, Servizio Salute Mentale) e del privato sociale (associazioni, cooperative) a realizzare un progetto di sensibilizzazione del centro storico al tema del disagio psichico.

Perché proprio il centro storico? "Per scegliere il quartiere su cui sperimentare il progetto - ci dice Irma, una delle responsabili dell’iniziativa - si è fatta una ricerca, dalla quale è emerso che il centro storico è il quartiere che, per numero di servizi, di risorse e di senso di appartenenza degli abitanti, si presta di più a questo tipo di intervento. Il metodo adottato consiste nel contattare persone significative della comunità (parroci, persone a capo di associazioni, eccetera) e grazie al loro supporto arrivare a gruppi di quartiere, come i gruppi parrocchiali, i circoli anziani, i gruppi di volontariato e i commercianti. La proposta è quella di organizzare dei momenti di incontro dove possano essere approfonditi i temi del disagio psichico, dove si ascoltino testimonianze di esperienze vissute sul campo, si fornisca una consulenza sul come affrontare singoli casi problematici e si organizzino iniziative varie di sensibilizzazione, come cineforum, feste e altro".

Ciò che immediatamente risalta, nell’iniziativa, è la compattezza operativa messa in piedi dagli enti pubblici e dai privati che vi hanno aderito. Un rapporto integrato, collaborativo tra le varie istanze del pubblico e poi tra queste e quelle del privato sociale.

In quest’ambito, in effetti, l’azione integrata è la carta vincente. Prova ne sia la pressoché totale assenza in Provincia di cliniche private che si occupino in modo specialistico di problemi psichici.

"Rivolgersi ai privati per risolvere situazioni di disagio psichico è, a mio giudizio, sconsigliabile. Il pubblico infatti - sostiene De Stefani - può offrire una gamma più variegata di opzioni di intervento nella cura, che vanno al di là dell’intervento esclusivamente farmacologico che le private mettono in campo. Abbiamo riscontrato infatti che molte famiglie, con larga disponibilità di denaro e che in principio avevano scelto il ricovero presso cliniche private (nel veronese ve ne sono due particolarmente ambite), in un secondo momento, constatata l’inefficacia, nel medio-lungo periodo, della sola cura a base di farmaci, si sono rivolte al nostro Centro. Infatti, per le peculiarità della malattia, di cui parlavo prima, alla cura farmacologica è indispensabile affiancare il reinserimento della persona nel sociale, e in questo secondo passaggio il privato sociale, inteso come cooperative, associazioni, ecc. svolge un ruolo insostituibile. E’ chiaro che per una clinica privata, che per statuto persegue fini di lucro, è più difficile restare inserita in un circuito operativo, del quale al contrario l’ente pubblico è parte integrante e in molti casi motore".

La realtà trentina è, in effetti, una tra le più consolidate in Italia sul fronte della cura ai disagi psichici. Il Centro di Salute Mentale ha messo in piedi negli anni una rete di collaborazioni con cooperative e associazioni del privato sociale tale da coprire gran parte degli spazi necessari per un completo reinserimento della persona.

Quindi in primo luogo l’aspetto dell’accoglienza abitativa, cioè appartamenti, messi a disposizione dalla Caritas, ad esempio, oppure più semplicemente un tetto sotto cui trovare riparo sicuro, come a Villa S.Ignazio.

C’è poi l’area del reinserimento lavorativo, e qui le cooperative la fanno da padrone.

Da non dimenticare infine il terzo settore, quello della socialità. E qui il discorso si fa più complesso. Perché già non è facile organizzare momenti di socialità tra persone con disagi psichici, figuriamoci poi normalizzare questi momenti di ritrovo, facendoli convogliare in ambienti abitualmente frequentati da persone "normali".

Diciamo la verità: quanti di noi, entrando in un bar, deciderebbero di sedersi accanto a un matto a sorseggiare una bibita, potendo starsene con gli amici?

E allora si capisce l’importanza di avere spazi di socialità privilegiata per queste persone, perché ci può essere la casa, ci può essere il lavoro, ma se un matto resta sempre solo o al massimo con altri matti, l’integrazione e la normalizzazione, vanno a farsi benedire.

Segnaliamo dunque con piacere un’iniziativa curiosa e intelligente a questo proposito. Si tratta di un bar, voluto e realizzato dal Centro sociale "Il Delfino", e aperto da due anni in Piazza Venezia 37.

Il bar ha la caratteristica di essere veramente aperto a tutti, e in modo particolare alle persone con disagi psichici. Si può mangiare, bere (non alcolici), giocare a biliardo, a calcetto, il tutto all’insegna dell’integrazione, per cui entrando al bar "Il delfino" sarà del tutto normale bere una Coca o giocare a calcetto accanto a uno che straparla.

Chi frequenta il Centro sa bene che ci si può trovare di tutto, ma lo accetta e anzi frequenta il bar proprio per questo.

E allora andiamo tutti al Delfino e sediamoci a bere qualcosa. E visto che siamo lì, facciamo anche due chiacchere con qualcuno che ci sembra un po’ matto, che parla di cose incomprensibili e ne combina di ancora più strane. Poi usciamo e fermiamoci un momento a pensare a quello che ci sta succedendo attorno: ma siamo proprio sicuri di essere noi quelli normali?