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Sindacato: responsabile o conservatore?

Dibattito con Walter Micheli e con il segretario della Cgil Bruno Dorigatti.

Il sindacato deve difendere gli insegnanti che non si aggiornano sull’informatica? Deve battersi per mantenere l’anacronistica divisione nell’educazione fisica per ragazzi o per ragazze per "difendere posti di lavoro" dei docenti di ginnastica? O ancora, deve sostenere la strenua resistenza degli insegnanti di materie obsolete (dal francese al greco) che non vogliono diventare obsoleti anch’essi, e che così rendono nella scuola ogni innovazione sempre "aggiuntiva", con una dilatazione ormai pletorica di orari e materie?

Come tutte le istituzioni, anche il sindacato, nei mitici anni 2000 deve pesantemente ridefinire se stesso sotto vari aspetti; qui ne affrontiamo due, particolarmente sentiti nella nostra provincia. Il primo è la difesa dei diritti dei lavoratori, quando questi si configurano - particolarmente nel settore pubblico - come mantenimento dello status quo in una società entrata in un periodo di parossistica evoluzione (da qui gli esempi iniziali, riferiti al mondo della scuola). Il secondo punto è il tentativo di diventare cogestore, assieme al governo, degli indirizzi globali di politica economica, attraverso quella formula che qui è stata chiamata "Patti per lo sviluppo".

Di questi temi parliamo con Bruno Dorigatti, segretario provinciale della Cgil, e con Walter Micheli, già vice-presidente della giunta provinciale, e studioso delle vicende del movimento operaio trentino.

Dorigatti: "Il sindacato non è mai stato così forte come oggi, e al contempo così debole. Forte perché sa ottenere risposte dal mondo politico; debole perché stenta a mantenere un rapporto stretto coi lavoratori. Anche perché è un mondo del lavoro che cambia, dove si moltiplicano le figure atipiche, non facili da intercettare. Detto questo, starei attento a buttare via tutto. Si chiede al sindacato di seguire le trasformazioni, ma nessuno sa dire in che direzione si muovano le cose. Dovremmo traghettare le nostre truppe verso una sponda ignota per quanto riguarda diritti e garanzie; e quando arriviamo sull’altra riva, rischiamo di ritrovarci senza esercito, delegittimati. Siamo in crisi? Lo si diceva già quando la Cgil aveva 3 milioni di iscritti; ora siamo 5 milioni (certo, compresi i pensionati...) e saremmo sempre in crisi! I sindacati confederali hanno complessivamente 10 milioni di iscritti, che formano pur sempre il più grosso sindacato europeo.

Poi è vero, ci sono sacche di resistenza ai processi di razionalizzazione, ma la situazione si evolve. Quando nel ’90 si fece una prima assemblea alla Manifattura Tabacchi di Rovereto per parlare di privatizzazione, la reazione fu fortissima, mentre oggi il discorso è più accettato. Dobbiamo spingere per la trasformazione, preoccupandoci nello stesso tempo di non perdere le sue truppe."

Sta di fatto che ancor oggi i rappresentanti dei lavoratori sono sempre contrari ad ogni progetto di privatizzazione. Non è che semplicemente si ha paura di dover lavorare di più?

"Ci vuole del tempo: le riforme si fanno col consenso! La privatizzazione della Centrale del Latte era improponibile vent’anni fa, mentre oggi non la contesta nessuno. Ci vuol tempo per far maturare le idee: se le imponi, ottieni dei risultati negativi. Per il sindacato ci sono tre comparti che devono restare pubblici: sanità, scuola e previdenza. Su tutto il resto si può discutere, ricordando comunque che "privato" non è sempre sinonimo di maggiore efficienza."

Nel pubblico, però, ci sono le infinite rigidità di mansionari che rendono la gestione del personale una sorgente continua di inefficienza e di risentimenti.

Dorigatti: "Su questo possiamo essere d’accordo. Ricordo la nostra opposizione a passaggi di categoria e aumenti ingiustificati, con l’assessore di turno che invece per coltivarsi la clientela concedeva l’aumento o il passaggio... Cinquant’anni di una cultura del genere non li smonti in quattro e quattr’otto. Noi siamo per eliminare questa mentalità, ma dall’altra parte abbiamo una miriade di sindacati autonomi cresciuti in questo sistema proprio per mantenerlo così come è. Ma dobbiamo insistere, perché se non si persegue l’efficienza, tutti i servizi finiranno per essere affidati ai privati e ne vediamo già dei segnali: dalle poste al collocamento."

Micheli: "Sentendo Dorigatti, mi viene in mente quanto dicevano alcuni grandi leader sindacali: che per raggiungere un obiettivo bisogna essere una spanna davanti al movimento, e non più di una spanna, altrimenti rischi di perdere sia il movimento che l’obiettivo. E’ poi importante che il sindacato, oltre ai diritti dei singoli, interpreti anche le esigenze collettive, e in tal senso è buona cosa la riscoperta, da parte della Cgil, delle Camere del lavoro, di cui si era quasi persa la memoria. Se non riesce a mettere assieme lavoratori di diverse categorie che hanno l’obiettivo dell’interesse comune e non solo quello di salvare se stessi, il sindacato magari aumenta gli iscritti, ma perde incisività".

Dorigatti: "La Cgil, a differenza della Cisl per esempio, ha deciso di togliere spazio alle categorie (tessili, edili, provinciali, ecc) privilegiando invece come punto di riferimento il territorio (le Camere del Lavoro)."

Per arginare possibili tentazioni corporative?

Dorigatti: "Perché sulla frantumazione sociale puoi intervenire a livello di territorio, non di categoria. Di fronte a una crisi di queste proporzioni, si tende a chiudersi all’interno della categoria."

Questo ragionamento ci porta al secondo punto: il nuovo ruolo che il sindacato intende svolgere concordando col governo provinciale la politica economica, assieme alle altre categorie, a iniziare da quelle imprenditoriali.

Micheli: "Questo è il Progetto per lo sviluppo, che non deve ridursi a una sommatoria di interessi senza una sintesi. In questo documento ho apprezzato che il sindacato abbia dato peso al ruolo della comunità, all’interesse generale. Va invece chiarita la parte riguardante la direzione dello sviluppo, l’uso delle risorse e dell’ambiente; anche perché se nei Patti territoriali non c’è una forte presenza del sindacato che rivendichi l’interesse collettivo, i Patti rischiano di venir condizionati dai poteri forti, presenti soprattutto nelle valli. Per questo è importante, ad esempio, che la Cgil abbia deciso di rafforzare la Camera del Lavoro a Cavalese".

Ma questo non comporta una sovrapposizione di ruoli, o una supplenza: il sindacato che fa il partito?

Dorigatti: "Il tentativo di alcuni di supplire alle carenze della politica c’è stato e può essere legittimo. Il punto è se la Giunta provinciale intende dare concretezza ai Patti per lo Sviluppo. Anzi, bisogna essere chiari su cosa essi sono. Sono infatti state presentate come Patti per lo Sviluppo iniziative lodevoli (come un progetto enoturistico in val di Cembra) che però sono solo momenti promozionali di un settore. Non si tratta solo di promuovere settori del già esistente, ma di riunire l’insieme delle risorse territoriali per re-indirizzare un nuovo sviluppo complessivo."

L’esempio della Val di Cembra ci ha fatto vedere come si siano mossi settori della società civile: la cantina LaVis, operatori turistici, associazioni culturali...

Dorigatti: "Nei Patti, oltre alla società civile, devono esserci anche l’Ente pubblico, le banche... In questo momento manca l’input della Giunta provinciale; anzi manca ancora chiarezza su cosa i Patti siano: a livello nazionale sono stati ideati per le aree depresse..."

Micheli: "...mentre noi potremo reinventarli come strumento di indirizzo di una comunità che ha superato la sopravvivenza. Sul discorso della supplenza: va bene dire al sindacato di non perdere la propria natura facendosi parte politica; non è giusto chiedergli di ridursi a rappresentare i lavoratori solo quando sono in fabbrica. Il lavoratore si ammala, manda i figli a scuola...,. ed è positivo che il sindacato si ponga come interlocutore nelle dinamiche tra il governo e i poteri forti; perché deve difendere il lavoratore a 360 gradi, quindi anche come fruitore dello stato sociale,o deve contemperare la difesa dei lavoratori e i diritti dei cittadini, degli utenti".

Su tutto questo, come marcia la politica della Giunta?

Dorigatti: "Si parla di Provincia leggera: dobbiamo capire come sarà l’ente pubblico dopo l’insieme delle esternalizzazioni previste: è un problema di regole, di diritti dei lavoratori, di qualità dei servizi ai cittadini. La ventilata privatizzazione dell’APT..."

L’Apt è di un’inefficienza incredibile; chiunque abbia rapporti professionali con essa rimane sbalordito per lo spreco di risorse umane. Il sindacato difende situazioni del genere?

Dorigatti: "Tutti i lavoratori dell’Apt sono contrari alla privatizzazione..."

Perchè hanno paura di dover cominciare a lavorare sul serio?

"Nell’ente pubblico c’è chi lavora e chi no. Il problema è rimotivare le persone. Se non si vuole abbandonare il posto pubblico è soprattutto perché è sicuro, mentre nel privato se l’azienda perde competitività e fallisce, si perde il posto. Per questo abbiamo proposto l’aziendalizzazione dell’Apt, che il lavoratore sia garantito nei suoi diritti e che possa scegliere tra pubblico e privato."

Non è che poi i nullafacenti scelgono tutti il pubblico, cui rimane la zavorra?

"La Provincia ha recepito la legge 421, che introduce la privatizzazione dei rapporti di lavoro e dovrebbe garantire una gestione più efficiente del personale; e questo anche dopo le nostre sollecitazioni. Noi ci sforziamo di essere all’altezza dei compiti, ma spesso siamo spiazzati proprio dalla politica: abbiamo sostenuto l’unificazione fra Trento-Malè e Atesina, razionale ma impopolare fra i dipendenti, tra i quali abbiamo perso un centinaio di iscritti; e poi l’unificazione è stata bloccata in sede politica, dalle tre giunte Andreotti, che hanno seguito la posizione di Tretter per ragioni bassamente clientelari. Non siamo noi a bloccare la modernità: i conservatori sono in altri lidi."