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Per cosa andiamo a votare?

Le elezioni europee: problemi veri e polemiche da cortile

Meglio Mastella che Milosevic" - ho letto da qualche parte in questi giorni. Ed è certamente vero, ma non credo che l’alternativa debba essere necessariamente questa. Eppure il livello della polemica nostrana in vista delle elezioni europee del 13 giugno mi sembra di una qualità così scadente da far temere che il nostro destino resti dominato dal meschino grigiore del piccolo intrigo di cui il politico campano è un inconfondibile modello.

L’Europa ha innanzi problemi enormi, che possono trovare un avvio di soluzione soltanto impegnando fantasia e mezzi nel quadro della sua dimensione, ma i leader del Polo, prima Berlusconi e poi anche Fini, l’unico significato che sanno attribuire alla consultazione europea è una sorta di appello al popolo perché con il suo voto faccia mancare la maggioranza al governo della nostra Repubblica. La formazione del Parlamento europeo è còlta come occasione per tentare una vendetta domestica. Non importa se il nuovo Parlamento europeo avrà prestigio e potere sufficienti per continuare l’edificazione dello Stato federale, per dare alle risorse del continente un indirizzo che favorisca l’assorbimento della disoccupazione, per spronare i governi a rinunciare ai propri eserciti e sostituirli con un corpo d’intervento e difesa unitario. Ciò che sembra interessare ai leader del Polo è soltanto trovare nell’esito del voto un pretesto per esigere le dimissioni del governo D’Alema, ed a questo non pertinente obiettivo aizzano i loro elettori con argomenti sfacciatamente demagogici.

E’ ben vero che vi è ancora poca corrispondenza fra la solennità, l’estensione e l’impegno del rito elettorale ed il suo risultato in termini di potere reale. Decine di milioni di cittadini europei reciteranno domenica la loro parte di protagonisti della sovranità, ma l’Assemblea dei loro rappresentanti, il Parlamento europeo, avrà poteri assai modesti. La montagna avrà partorito un topolino. Porzioni assai maggiori del potere ormai trasferito all’Unione Europea sono ancora nelle mani dei burocrati e tecnici della Commissione e dei governi degli Stati aderenti. Però il Parlamento ha aumentato via via le sue funzioni e la sua capacità di incidere concretamente sulle sorti presenti e future delle nostre popolazioni.

Perciò non è affatto indifferente l’esito della consultazione di domenica rispetto agli orientamenti dello sviluppo economico e politico dei prossimi anni.

Si lamenta che fino ad oggi l’Europa sia stata soltanto l’Europa dei mercanti, dell’economia, della moneta. La si è definita un gigante economico e un nano politico. E ciò è sicuramente vero, ma niente affatto sorprendente. Oggi è un po’ fuori moda, ma la dottrina marxiana del materialismo storico ci aveva insegnato che i processi dell’evoluzione storica prima si realizzano al livello dell’economia, e solo successivamente producono corrispondenti istituzioni politiche e culturali. Dal mercato comune delle merci siamo passati alla libera circolazione dei capitali e del lavoro, fino alla unificazione monetaria. Dietro l’angolo si intravvede l’armonizzazione fiscale ed anche contributiva, cioè degli ordinamenti dello Stato sociale. Basta pensare a queste prossime ineluttabili scadenze per rendersi conto della grandiosità dell’impresa.

Ma se fosse solo questo, tutto potrebbe ridursi a scelte fra alternative tecniche, contrastate ma non laceranti. Sul tavolo vi è il macigno della enorme disoccupazione di massa che affligge tutta l’area del continente. E rispetto a questo problema lo scontro sui diversi indirizzi possibili diventa divaricante. Le dimissioni di Lafontaine dal governo tedesco sono state un’anticipazione clamorosa del confronto non indolore che si prospetta. La proposta che Prodi fece quando governava l’Italia di utilizzare le riserve valutate eccedenti per finanziare investimenti pubblici vòlti a stimolare la ripresa economica, potrà essere rilanciata dalla autorevole sede che è stato chiamato ad occupare. E queste cominciano ad essere scelte politiche, e cioè tali da correggere ed umanizzare le perversioni niente affato neutre dei meccanismi del mercato.

Qui essere di destra o di sinistra è importante, è decisivo. Come lo è rispetto ai problemi violentemente esplosi con la guerra del Kosovo. Finalmente il trattato di Amsterdam ha previsto che l’U.E. si dia una politica estera e della sicurezza comune (Pesc). L’idea è buona, ma non mi sembra che si sia iniziato a realizzarla bene, se ad interpretarla è stato scelto come Mister Pesc quel Xavier Solana che in queste settimane abbiamo conosciuto come fedele mandatario dei falchi della Nato.

Domenica non si vota dunque sul governo D’Alema, ma se vogliamo un’Europa dei banchieri e succube degli Usa, o invece un’Europa democratica, capace di assicurare giustizia e prosperità ai suoi popoli e di svolgere un ruolo autonomo per la pace nel mondo.

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