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Una rapida involuzione. Come mai?

Di questi giorni, un anno fa, essendo prossime le elezioni d’autunno per il rinnovo del Consiglio regionale, trecento cittadini proponevano il documento "Cuore e ragioni della sinistra per il Trentino che verrà". Un testo contraddistinto da un sano concretismo ancorato a robuste bussole ideali, con l’obiettivo dichiarato di dare un forte profilo all’azione della sinistra, che si candidava con buone probabilità di successo a governare, assieme alle altre forze dell’Ulivo, la regione e la provincia.

Nei dodici mesi successivi ci sono state, a sinistra, vittorie smaglianti (l’elezione plebiscitaria di un uomo della sinistra a sindaco di Trento), risultati confortanti (l’esito delle elezioni regionali), segnali di stanchezza e disincanto (il voto di lista dei DS alle comunali di Trento, il voto per le europee, pur con l’ottima, confortante affermazione del candidato Giuseppe Ferrandi).

Da sei mesi la sinistra è corresponsabile del governo del Trentino, con un ruolo determinante, che potrebbe risultare decisivo, se vi fosse fra tutte le sue componenti maggior coordinamento e un po’ meno di guerriglia quotidiana. Eppure qualcosa non quadra e incomincia visibilmente a zoppicare. Non per denuncia di inguaribili utopisti, ma per ammissione franca ed apprezzabile di chi, per la sinistra, ha nella giunta provinciale le maggiori responsabilità (il vice-presidente Roberto Pinter, vedi a pag. 16). Perché dunque una così rapida involuzione?

Il progetto per dare cuore e ragioni alla sinistra non è riuscito a diventare diffusa cultura di governo nei diversi mondi in cui la sinistra si trova ad agire. Troppo forte rimane la vocazione a distribuire, piuttosto che a selezionare le risorse finanziarie e ambientali, troppo condizionati da un pensiero unico dello sviluppo del Trentino, che rifiuta regole, misure e limiti nella gestione dei bilanci e del territorio.

Lo si è visto nelle settimane scorse durante i pellegrinaggi della giunta provinciale per le valli del Trentino. In un confronto propedeutico alla stesura dei nuovi patti territoriali, sono tornate a galla tutte le vecchie richieste di impianti, infrastrutture, del fare per fare, tanto alla fine a qualcosa servirà, con un taglio inconfondibile di vecchie epoche democristiane che sono evidentemente tutt’altro che archiviate.

In un Trentino che si trascina l’infausto primato del maggior consumo pro-capite del proprio territorio, con una percentuale di seconde case pari al 33% dell’intero patrimonio edilizio civile si continua a parlare di ampliamenti di caroselli dalla Val di Sole alla Val di Fassa. Si propongono infrastrutture non perché utili ai bisogni dell’oggi, ma perché sono in grado di alimentare mobilità in proprio domani (come ieri la PiRuBi veniva giustificata - per modo di dire - sostenendo che la sua stessa presenza avrebbe incrementato dil 30% il traffico Trento-Vicenza; e oggi analoghe motivazioni vengono portate per l’aeroporto Caproni.)

Il Parlamento italiano ha ratificato la Convenzione delle Alpi, accordo internazionale di misure e direttive per lo sviluppo dell’intera area alpina, entro cui ricade tutto il territorio della nostra provincia e della nostra regione.

Ma gli stessi attori nelle istituzioni operano e parlano su due piani impermeabili, pensando che il gioco duri all’infinito. Il giorno di festa nel salotto buono impegnati in zelanti espressioni di buoni propositi, tutti gli altri dì occupati a manomettere i beni in cassaforte.

Alla sinistra toccherebbe - e a chi se non a lei? - porre rimedio o almeno contrastare in maniera visibile un simile stato di cose. Nell’adempimento di questo compito c’è il suo futuro e il suo destino; qui, come nel resto d’Italia e d’Europa. Un compito immenso, ma non impossibile. E già si vede come i tentativi di sottravisi, di rifiutare il problema e gli impegni presi, siano esiziali.

Il documento "Cuore e ragioni della sinistra" ricordato all’inizio, rammentava che per un così grande compito civile - cui la sinistra era chiamata - non fosse sufficiente federare sigle di partito. Occorreva un’alleanza fra tutte le realtà della nostra vita civile, disposte ad impegnarsi per far progredire il Trentino senza farne terra di conquista di gruppi e corporazioni, di mille interessi particolari a detrimento dell’interesse generale della comunità. Lo strumento per arrivare a questo obiettivo poteva essere quello dei Patti per lo sviluppo. Più diffusi, nelle nostre valli, dei patti territoriali. Purché nei loro contenuti si fissi, accanto ad una sana sollecitazione a criteri di qualità e competitività, anche il comunitario principio della solidarietà e la misura. Senza di che tutto si ridurrà ad ennesimo espediente di trasformismo lessicale in cui la sinistra potrà solo inaridire il proprio cuore, senza avere affermato le proprie ragioni.

Questa la situazione nell’attuale estate. In autunno, con la programmata stagione dei congressi, questi nodi dovrebbero essere le questioni fondamentali. Dovrebbero. Usiamo il condizionale perché, se pur vediamo fermenti positivi, segnali di impegno e dichiarazioni di disponibilità, c’è anche più di un motivo per temere che tutto si risolva nel solito tran-tran politicante.

Il che sarebbe per molti inaccettabile.