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La sinistra smarrita

Anche a Trento, come a Bologna e Roma: la sinistra è al potere, ma per fare cosa? L’abbandono dei progetti riformatori, la coscienza che così ci si perde.

"Il tipo di sviluppo del Trentino, è un problema mio, un mio pallino, o un problema della sinistra? - si chiede il vice-presidente della giunta provinciale Roberto Pinter - In questi mesi di ascolto sul territorio, dai vari amministratori ci vengono avanzate richieste che in genere sono la lista della spesa: con scarsissima attenzione all’ambiente e ai limiti di bilancio. Parliamoci chiaro: sui problemi dello sviluppo sostenibile gli amministratori della sinistra non ci sono."

L’appassionato e dolente intervento di Pinter al recente convegno dell’associazione Società Aperta ha messo il dito nella piaga: cosa vuole la sinistra, per cosa è al governo? "Abbiamo un alto profilo istituzionale - proseguiva Pinter - dappertutto abbiamo sindaci, assessori, amministratori." Ma su quali obiettivi operano, quali valori perseguono?

E così anche il convegno di Società Aperta ha fatto registrare in Trentino quello che le elezioni hanno segnato a livello nazionale: la sinistra è al governo, ma ha smarrito se stessa.

La sconfitta di Bologna ha messo a nudo una cruda realtà. Un ceto politico diventato autoreferente: convinto che l’arte del governare consista nella gestione dei propri giochi interni (scissioni, aggregazioni, contrapposizioni, riappacificazioni...). E che si possa impunemente chiedere il voto per un obiettivo, e poi perseguire il suo opposto: su pensioni, giustizia, conflitto d’interessi, tutela dell’ambiente, la sinistra al governo va per altre strade - spesso opposte - a quelle dichiarate agli elettori. Quando D’Alema in un salotto della Roma-bene si è incontrato con Enrico Cuccia fornendo il proprio decisivo appoggio a lui e al vacillante capitalismo familistico e non-concorrenziale che da decenni rappresenta, è parsa chiara una cosa: dopo aver messo in soffitta Marx, e poi addirittura Keynes, anche la concorrenzialità fra le imprese non è più un punto di riferimento per la sinistra. Ragazzi, cosa rimane?

Calza a pennello la figura del colonnello Josè Aureliano Buendia, il rivoluzionario descritto da Garcia Marquez, che dopo trent’anni di guerriglia rivoluzionaria, alla vigilia della battaglia finale, vedeva i rappresentanti politici del movimento sottoscrivere un accordo con la borghesia, con cui si rinunciava a tutti gli obiettivi sostenuti per una vita: "Molto bene - commentava - Almeno adesso una cosa è chiara: a noi interessa solo il potere."

La deriva conseguente è stata impietosamente descritta dallo stesso Veltroni: personale politico che ha una sola mira, l’assessorato e l’auto blu; e quindi una china fatta di cinismo, distacco dalla gente, reciproco disprezzo. Mazzette? Non ancora, ma è solo questione di tempo.

In Trentino una sinistra debole, che non ha potuto adagiarsi sulle peraltro fasulle certezze bolognesi, è arrivata solo all’imbocco di questo percorso. Ha iniziato cioè a perdere le proprie ragioni fondanti.

Il punto critico sono risultate le scorse elezioni provinciali. Affrontate all’insegna di due incredibili slogan. Il primo, l’incredibile, esplicito "Dellai è il nostro leader", manifestava non solo subalternità, ma incapacità di distinguere tra un programma di centro, post-doroteo, da uno riformista. E tale sbandamento veniva meglio chiarito dal secondo slogan, raramente espresso in pubblico ma fondamentale nel dibattito interno: "con le riforme non si prendono voti"; il che vuol dire, o si è giacobini, e le riforme le si fanno a prescindere dalla volontà popolare; oppure non le si fanno proprio, anzi non ci si pensa più.

Le conseguenze sono venute a cascata. Nella pratica si è messo in un angolo il progetto - ancora non compiutamente definito, ma stimolante - di modernizzazione del Trentino, per passare dallo sviluppo assistito, basato sui contributi e sul cemento a quello basato su concorrenzialità e formazione. Per misere beghe interne si è lasciato perdere il centrale assessorato all’istruzione per cui si aveva l’uomo e le competenze giuste. La centrale riforma dei comprensori è stata vista come il pallino dell’assessore Bondi, la tutela dell’ambiente come il pallino di Micheli, la speculazione edilizia e la questione urbanistica del capoluogo (espunte dal programma alle comunali e dalla formazione della giunta Pacher) come il pallino di QT.

Insomma, indifferenza più totale verso i contenuti della politica; e insofferenza verso chi a questi richiamava.

Questa latitanza sui temi programmatici, ha portato gli amministratori ad appiattirsi sull’esistente: visto che alternative non se ne vedono, andiamo avanti con l’esistente, con i metodi di sempre: "E’ incredibile, ma all’inizio del 2000 nel Trentino saltano fuori tutti i ferrivecchi - ha denunciato a Società Aperta Ettore Bonazza, esperto di problematiche del turismo - quegli interventi distruttivi che stanno in piedi solo perchè sovvenzionati dall’Ente pubblico". Di qui da una parte l’idea che ogni cosa si risolva con i contributi e con il cemento (la sanità? costruiamo un nuovo ospedale; il turismo? nuovi impianti; rapporti internazionali? l’aeroporto); dall’altra il ritornare, per ora discreto, della centralità degli antichi poteri forti, i settori industriali e finanziari - cemento e aree edilizie - più dipendenti da un rapporto di commesse e di favori con l’ente pubblico.

Il disagio per questo smarrimento non è di questi ultimi giorni. E nei Democratici di sinistra si è focalizzato nel mettere sotto accusa il segretario Stefano Albergoni. Il quale ha diverse responsabilità, tra cui la più grave l’assoluta indifferenza ai contenuti programmatici, regolarmente svenduti ad ogni trattativa. Ma anche dai suoi contestatori (praticamente tutti i maggiorenti del partito) non sono ahimè venute grandi indicazioni: un segretario lo si caccia se sta perseguendo una linea politica disastrosa, e si sa indicare un’alternativa. Ma su questo l’amplissimo (forse troppo) fronte antialbergoniano è stato assolutamente vago, inconsistente.

E quindi il problema si ripropone: a sinistra, ci si rende conto dell’indispensabilità di dare un orientamento alla propria azione? "A settembre usciremo con un chiaro documento congressuale" ci dice il presidente diessino Mauro Bondi. Vedremo.

Intanto nel citato convegno di Società Aperta tante sono state le voci che si sono levate per un ritorno alla cultura della progettualità, della politica come proposta verso la società. Sul concetto di sviluppo, sui poteri forti, sui patti territoriali, sulla rimotivazione del sindacato, su una società trentina fondata sui saperi, sulla politica della qualità e altro ancora sono stati tanti e stimolanti gli interventi. Come invece poche ma sferzanti, e unanimente condivise, le parole sulla politica come giochetto interno, alchimia di sigle ("chiamiamola con il suo nome: cappelli sulle sedie").

La passione civica non sembra morta. Ce n’è ancora a sufficienza per contrastare il progressivo spegnersi del riformismo trentino?