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Il signor Melanzana, gli amici e i giornalisti

Una storia di stupefacente laidezza

Mi metto a sfogliare svogliatamente i giornali delle ultime settimane, ma non trovo nessun argomento per questa rubrica, proprio niente. Non è colpa del caldo (fra le antiche mura della redazione c’è un fresco primaverile), forse negli ultimi quindici giorni non è proprio successo nulla che si presti ad essere trattato su questa rubrica. O forse mi distraggo pensando a redattori e collaboratori che ci hanno lasciati anzitempo: Renato al mare, Stefano addirittura in Vietnam, Fabio chissaddove... Insomma, sindrome da ultimo numero prima della pausa estiva.

In fondo, mi dico per ridarmi coraggio, in tutti i giornali in questo momento si sta lavorando, e quelli, poi, non hanno nemmeno la prospettiva di un intervallo di un mese e mezzo come noi. Verissimo: a loro, però, danno uno stipendio...

Ricomincio da capo senza molta fiducia, e stavolta prendo a sforbiciare qua e là notizie che forse, chissà...; ma alla fine butto via tutto, tranne un solo mucchietto di ritagli, tutti estratti dalle cronache di Rovereto, tutti sul seguito di una storia cominciata nei primi mesi del ’99 e di cui allora non ero andato al di là dei titoli. Una storia forse non istruttiva, ma di una stupefacente laidezza.

Anzitutto c’è un protagonista, il sig. Giuseppe Pianura, detto Jo Melanzana ("per l’abilità nel far crescere l’ortaggio" - sic), "oppure Tubo o Tubone per tutt’altra e più intima virtù di cui si narra" ("noto per i suoi generosi attributi virili" - si chiarisce in altro articolo per chi ancora non avesse capito). Il sig. Melanzana, cinquantenne dall’aspetto giovanile, nativo di Sessa Aurunca e residente a Pergine, ufficialmente imbianchino, devoto di Madre Teresa di Calcutta, per cinque anni ha fatto l’autista (e anche qualcos’altro) per una facoltosa signora roveretana, maritata, e quando costei ne ha avuto abbastanza, è riuscito ad ottenere una liquidazione di 200 milioni: 100 subito ed altrettanti a rate. Ed è allora, nel febbraio scorso, che il caso è finito sui giornali, perché, insoddisfatto del trattamento ricevuto, l’autista-amante ha raccontato la storia ai giornali prospettando il suo caso come una ingiustizia sul piano sindacale, e poi - questa almeno è l’accusa - esercitando pesanti pressioni sulla donna onde ottenere una buonuscita ancor più sostanziosa.

Il sig. Melanzana, che è anche finito in galera per una decina di giorni, nelle numerose dichiarazioni rilasciate, alterna con somma disinvoltura la riproposizione delle sue pretese economiche ad appassionate, inverosimili dichiarazioni d’amore alla signora che l’ha lasciato e a parole in libertà: "Sono qui a Pergine e sul lago di Caldonazzo in ritiro spirituale, sono tentato da uno sciopero della fame ed intanto firmo autografi. (...) Sono piuttosto triste, devo decidermi a tornare a lavorare".

Quanto alla "maliarda roveretana" (così la definiscono i giornali), non ci sono altrettanti particolari da raccontare, perché ovviamente non è uscita allo scoperto, ma insomma, nemmeno lei ci fa una gran figura.

Poi ci sono gli amici del Melanzana, che in due distinte lettere pubblicate sui quotidiani solidarizzano, esprimendosi anch’essi, come il loro leader, con parole in libertà: "Grazie Jo, tu hai fatto sapere al mondo che anche un uomo può essere sedotto e abbandonato, può decidere di soffrire in silenzio o gridare al mondo il suo dolore. Aspettiamo con ansia il tuo libro (già, il Melanzana vuole scrivere anche un libro, n.d.r.) dove ci racconterai come può finire un grande amore. Non mollare, Jo".

E ancora: "Il sistema italiano dà ragione sempre alle donne o ai mariti traditi, anche perché non sanno tenersele vicine (?). Noi amici per te, Jo, faremo di tutto per farti ritornare in mezzo a noi, per rallegrare le serate mancanti (?), per rivivere quei momenti indimenticabili...."

Ultimo protagonista poco impeccabile, la stampa, soprattutto l’Alto Adige (10 articoli in meno di un mese, contro i 5 dell’Adige), come pure i media nazionali (Cronaca Vera, ma anche La Nazione, Panorama, l’Ansa, il Giornale...) che su questa "storiaccia da rotocalco" si sono tuffati a corpo morto.

Tornando ai quotidiani di casa nostra, diverse sono le osservazioni da fare. Anzitutto sulla terrificante ripetitività di articoli che ogni volta, dovendo aggiornare di un millimetro la storia, raccontavano tutto da capo con imperterrita prolissità. Poi c’è la caccia al tesoro per l’identificazione della donna, "moglie di un noto imprenditore": non potendo farne il nome, i giornali hanno puntato l’attenzione sulla casa di lei, prima (15 giugno) informando che la dimora è ben visibile da "un bar del centro" dove il sig. Melanzana trascorreva abitualmente il suo tempo; poi (22 giugno) specificando che il bar si trova in piazza Rosmini; e infine (24 giugno) precisando che si tratta del Mon Café.

Conclusione? Dopo il danno di tutta questa brodazza, arriva anche la beffa, con i rimbrotti che l’Alto Adige rivolge ai lettori, responsabili di certo giornalismo-spazzatura: "Tutti invocano un quotidiano dedito alle notizie serie, e tutti s’avventano avidi su quelle stile Pianura..."

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