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Il pasticcio delle Terme di Levico

Fra appalti poco chiari e una gestione discutibile, l’arrivo dei privati suscita malumori.

Petermaier Luca

Dal 1995, anno in cui la Provincia di Trento, dopo anni di gestione in rosso, decise di smantellare l’azienda pubblica che gestiva il complesso termale di Levico e di optare per il libero mercato, le polemiche sulla gestione del complesso termale si susseguono a suon di interrogazioni in Consiglio provinciale e di prese di posizione sulla stampa, alimentando i malumori e le preoccupazioni degli operatori economici levicensi. A far masticare amaro gli albergatori locali sarebbe in primo luogo una conduzione non all’altezza delle terme, ma soprattutto la presunta gestione al ribasso, da parte della LevicoFin, la società vincitrice dell’appalto che seguì alla privatizzazione, dell’Imperial Grand Hotel Terme, una struttura alberghiera di prestigio (quattro stelle superiore), antica residenza estiva della famiglia imperiale austriaca, che, con i suoi 150.000 mq. di parco, costituisce il fiore all’occhiello di Levico.

Un importante richiamo pubblicitario, insomma, sia in termini di immagine che di prestigio per l’intera Valsugana, che avrebbe dovuto fare da traino per l’intero circuito alberghiero levicense, collocandolo all’interno del segmento medio-alto del panorama turistico termale e della salute.

Ma a sentire l’associazione albergatori di Levico, i proclami pre-contrattuali della LevicoFin, che assicurava una gestione dell’hotel secondo criteri di eccellenza, sono rimasti lettera morta, cosicché, tra le convenzioni coi militari e le classiche comitive di anziani d’oltre confine, il gioiello di Levico finisce per danneggiare proprio gli alberghi compaesani, pigliandosi pure la loro fascia di clientela.

Ma la questione Imperial Grand Hotel Terme è solo la punta dell’iceberg di un malessere generale cominciato nel 1995, con lo smantellamento dell’azienda pubblica, poi alimentato da un’operazione di privatizzazione non perfettamente cristallina e infine esploso con lo sbarco in Valsugana dei toscani della LevicoFin.

Giova, allora, fare un piccolo passo indietro e ripercorrere brevemente le tappe che hanno condotto agli odierni malcontenti.

Come detto, nel 1995 la Pat decide di passare dalla gestione pubblica delle Terme di Levico, fino ad allora guidate da un’apposita azienda, all’affidamento del compendio termale (composto dal Palazzo delle Terme di Levico, dal Grand Hotel Terme di Levico, dallo Stabilimento termale di Vetriolo e da quello di imbottigliamento dell’acqua minerale Levico Casara) a imprese private.

All’appalto partecipano tre società: la Termoraggi, con sede a Milano, la Mimosa, cooperativa rivana che rappresentava una cordata di imprenditori, tra i quali i fratelli Zontini, proprietari dell’Hotel Du Lac di Riva; e infine la già citata LevicoFin S.r.l. di Pistoia, società costituita 8 giorni prima del termine di scadenza del bando con un capitale sociale di 20 milioni, di cui solo 6 interamente versati.

Si aggiudica l’appalto la LevicoFin. E subito divampano le polemiche.

Termoraggi e Mimosa, con due separati ricorsi al Tar, lamentano, tra le altre cose, la violazione delle norme in tema di appalti. In particolare le due società denunciano la lacunosità del bando che, a loro dire, non predetermina alcun criterio oggettivo di valutazione degli elementi di decisione.

Si contestano inoltre i punteggi assegnati dalla Commissione alle due società ricorrenti.

I ricorsi sono presentati, ma il Tar non li accoglie, dichiarando legittima l’aggiudicazione dell’appalto alla LevicoFin, che dunque inizia l’attività.

Nel frattempo altre nubi si addensano sull’operazione. L’affidamento del complesso termale alla società di Pistoia, infatti, suscita perplessità, poiché il suo programma viene da molti ritenuto complessivamente meno valido di quello presentato dalla Mimosa, sia da un punto di vista tecnico che economico.

Vediamo più nel dettaglio.

La LevicoFin conclude con la Pat un contratto in base al quale tutto il patrimonio oggetto degli accordi è concesso in uso gratutito per l’intero arco del contratto (quindici anni, dal 1996 al 2010).

In particolare, dal 1996 al 2001 la Pat non chiederà una lira per l’affidamento dell’espletamento dell’attività idrotermale e alberghiera, mentre dal 2001 la LevicoFin si impegna a corrispondere una somma complessiva di 3 miliardi e 780 milioni. La proposta della Mimosa appariva più vantaggiosa per la Provincia, visto che la cordata rivana offriva 150 milioni a titolo di affitto a partire dal terzo anno di gestione, destinati a diventare 400 dal 2000 fino al 2010, per un ammontare complessivo, nei quindici anni, di 4 miliardi e 700 milioni, circa un miliardo in più di quanto offerto dalla società toscana.

Ma non è tutto. La LevicoFin, una volta ottenuto l’affitto gratuito dell’intero complesso per 5 anni, subaffida la gestione dell’impianto di imbottigliamento dell’acqua minerale Casara a una società di Parma, la Levico Acque Minerali. Gratis a sua volta? Nient’affatto. La società emiliana pagherà alla Levicofin un affitto di 200 milioni e in cambio potrà gestire un impianto industriale capace di sfornare 18 milioni di bottiglie all’anno, che nei 15 anni di contratto dovrebbero lievitare a 30. Un affare per tutti, insomma, tranne che per la Pat, che nel primo caso perde un miliardo e nel secondo perde la faccia, presa per i fondelli da un accordo in cui l’unica a rimetterci è lei.

Altre ombre. All’articolo 11 del contratto di appalto tra la Pat e la LevicoFin, si legge: "L’impresa aggiudicataria assume a proprio esclusivo carico gli oneri relativi alla manutenzione ordinaria dei beni immobili, dei beni mobili, delle attrezzature e degli impianti (...) nonché delle opere di captazione e delle condutture, mentre la manutenzione straordinaria rimane a carico dell’Amministrazione concedente, ad eccezione dei beni mobili". Tutto chiaro dunque: la Pat si assume la manutenzione straordinaria di tutto, tranne che dei beni mobili.

A sua volta la LevicoFin è tenuta, per contratto con la Levico Acque Minerali, alla manutenzione di tutto il macchinario dell’impianto di imbottigliamento.

Nel 1997 la società di Parma trasmette alla LevicoFin le note degli interventi (riparazioni, sostituzioni di pezzi e altro) inerenti ai macchinari della linea di imbottigliamento, per ottenerne il rimborso.

La LevicoFin, a sua volta, gira queste note alla Provincia, sostenendo che, trattandosi in gran parte di lavori di manutenzione straordinaria, se ne deve far carico la Pat. Ma come abbiamo visto, il contratto esclude che la società aggiudicataria possa chiedere il rimborso degli interventi, ordinari o straordinari che siano, che facciano comunque riferimento a beni mobili.

E qui succede qualcosa di strano. La LevicoFin, che evidentemente può contare su qualche santo in paradiso, spera che la Giunta provinciale trovi il sistema di aggirare l’articolo 11 del contratto di appalto. E il miracolo effettivamente avviene. A fine ‘97, la Giunta estrae dal cilindro una delibera che sembra fatta su misura per la società toscana, stabilendo (testualmente) "che la manutenzione straordinaria debba comprendere non solo i beni immobili, come definiti in senso stretto dall’articolo 812 del Codice Civile, ma anche le relative pertinenze e ciò, in particolar modo, con riferimento ad un’attività produttiva che, per essere tale, necessita della disponibilità anche di specifici impianti e macchine operatrici".

Una forzatura clamorosa del codice civile. In sostanza si dice: è vero, la legge già individua quali beni siano da considerare immobili, ma visto che non sono abbastanza, noi ne aggiungiamo degli altri e facciamo passare i macchinari per pertinenze dello stabilimento. Ma allora quali sono i beni mobili, se non si considerano tali gli impianti e i macchinari? Forse solo sedie e scrivanie? Siamo al limite del ridicolo.

La Pat, dunque, rimborsa alla LevicoFin £ 173.501.933, per gli interventi effettuati nel 1996 dalla Levico Acque Minerali sui macchinari dell’impianto di imbottigliamento.

Ma la smania di benevolenza della Provincia non è ancora sazia. E infatti, come ulteriore gentil concessione, la Pat si assume pure l’onere relativo all’Iva (circa 20 milioni di lire) sulle spese rimborsate alla LevicoFin, spese che questa non può detrarsi, visto che opera in un settore esente dall’imposta sul valore aggiunto. Neanche Babbo Natale sarebbe tanto generoso.

Il gioco di prestigio non passa però inosservato. E infatti Pinter, allora consigliere di Solidarietà, presenta un’ interrogazione al Presidente del Consiglio provinciale Giordani in cui sottolinea l’evidente incogruità della delibera di giunta con la disposizione dell’articolo 11 del contratto di appalto, il quale, proprio per evitare problemi di interpretazione - cosa frequente nei contratti di locazione o simili - esclude espressamente (lo abbiamo visto) qualsiasi onere a carico della Provincia per la manutenzione dei beni mobili.

La replica, di una vaghezza quasi controproducente, ribadisce tuttavia la legittimità della decisione della giunta.

Una volta ricordate le perplessità sulle valutazioni di tipo finanziario operate dalla Commissione di appalto (sulla legittimità di quelle tecniche si è pronunciato il Tar) e dopo aver constatato la disinvoltura della Pat nella gestione del sistema degli appalti, riprendiamo la matassa del discorso e tiriamo un po’ le somme dei primi quattro anni di gestione LevicoFin.

Per ciò che riguarda l’impianto termale, a quanto pare la società di Pistoia non ha ancora fatto valere la sua esperienza pluriennale nel settore. Il primo settembre 1997, con una nota congiunta, le organizzazioni sindacali di Flai-Cgil e Fat-Cisl denunciano la mala conduzione del servizio termale. Vengono rilevati "eccessivi carichi di lavoro al personale, in particolare per quello dei reparti fanghi e bagni, la mancanza o quasi di personale che dovrebbe provvedere alla pulizia e al riordino, l’utilizzazione di personale previsto per i servizi termali diversamente impiegato nei servizi alberghieri" e altre inadempienze del genere. E ancora: il 29 settembre il "Gruppo amici degli anziani" di Brescia, clienti affezionati delle terme, invia all’amministrazione provinciale trentina una lettera di protesta, in cui sono rilevate le disorganizzazioni relative alle cure che, durante l’ultimo soggiorno, il gruppo ha incontrato.

Come sottolineavamo in apertura però, le polemiche più recenti accompagnano la gestione dell’Imperial Grand Hotel. Già in fase di appalto le credenziali della LevicoFin come gestore di alberghi di lusso erano sembrate nettamente inferiori rispetto a quelle presentate dalla cooperativa Mimosa, che contava sull’esperienza dei fratelli Zontini, gestori del Du Lac di Riva, uno dei pochi alberghi trentini in grado di competere con la concorrenza estera.

L’accusa è quella di una gestione poco integrata con la realtà locale e non all’altezza delle potenzialità della struttura alberghiera levicense. E in effetti non pare che in questi anni l’Hotel delle Terme abbia fatto quel salto di qualità che ci si aspettava. Gli obiettivi che la società toscana si poneva nel piano-programma presentato alla Commissione di appalto sono ancora lontani dall’essere realizzati. Si parlava, in proposito, di proporre l’Hotel come punto di eccellenza dell’intera Valsugana. Di qui le ricadute di immagine sulla località e sull’intero Trentino. A tutt’oggi, onestamente, non sembra che né Levico né il Trentino si siano accorti di tali miracolosi benefici. I vari comparti della struttura dovevano essere gestiti in armonia tra loro, ma soprattutto (citiamo dal piano programma della LevicoFin) "nell’ottica di una politica globale della località e delle sue componenti di offerta".

Qui proprio non ci siamo. Già in maggio la presentazione della stagione termale era andata praticamente deserta, segno forse che in Valsugana non tutti vedono di buon occhio l’attuale gestione LevicoFin.

Il malessere degli operatori economici levicensi è confermato dal presidente dell’associazione albergatori di Levico, Luca Libardi; e purtroppo non siamo in grado di dar conto della replica dell’ing Gori della LevicoFin, in quanto i ripetuti tentativi di contattarlo si sono scontrati con gli urgenti e, a quanto pare, improrogabili impegni di lavoro dell’ingegnere toscano, che non ha trovato il tempo di dedicarci nemmeno 10 minuti al telefono. Dunque Libardi: "Durante i primi due anni i problemi gestionali e di conduzione dell’albergo erano evidentissimi. Ma erano anche giustificabili con le difficoltà che normalmente si presentano all’inizio di avventure di queste dimensioni. Gli investimenti sono stati pochi, si è giocato più in difesa che in attacco. Ma ora credo che sia giunto il momento di muoversi. E’ da due anni che reclamiamo più collaborazione tra la politica gestionale del Grand Hotel e i progetti di rilancio dell’immagine del nostro paese. A me pare che alla LevicoFin interessi ben poco cercare di operare in un contesto globale. L’Imperial sta andando per conto proprio e le ricadute della gestione LevicoFin sulla situazione turistica locale sono pressoché inesistenti. Il Grand Hotel si è inserito nel circuito economico della Valsugana, e di Levico in particolare, non come concorrente, nel senso di concorrere ad un progetto comune, ma come competitore: altro che fare da traino...".

Libardi, in sostanza, accusa la LevicoFin di dimenticare che l’Hotel delle Terme non è cosa sua, ma patrimonio della realtà levicense, e come tale andrebbe gestito. Vero. Ma è anche vero che buona parte della responsabilità di quanto sta accadendo è da addebitare alla superficialità con cui la Provincia ha condotto l’intera operazione di privatizzazione. Basta scorrere il contratto di appalto per comprenderlo. All’articolo 18, parlando degli obblighi dell’impresa aggiudicataria, si dice che questa "si obbliga a mantenere la gestione del Grand Hotel Terme di Levico ad un livello non inferiore a quello comunemente individuato con il simbolo quattro stelle". Bene. Però ci sono quattro stelle e quattro stelle. E’ ovvio che l’hotel più bello della Valsugana, di proprietà pubblica, nel quale la Pat (tra l"85 e il ‘94) ha speso circa 30 miliardi tra ristrutturazioni e migliorie, deve essere gestito in modo da diventare un simbolo, e non semplicemente "ad un livello non inferiore a quello comunemente individuato con il simbolo quattro stelle". A questo punto anche recriminare contro la LevicoFin ha poco senso. Ai toscani andava imposto un contratto più dettagliato, che esplicitasse in modo inequivocabile l’obbligo di gestire una struttura alberghiera come l’Imperial secondo canoni di assoluta eccellenza. E soprattutto, andava messo nero su bianco come la conduzione dell’Hotel dovesse viaggiare in armonia con le attività e le iniziative locali.

Che ora la LevicoFin di Pistoia se ne freghi delle iniziative locali, del rilancio del Trentino e di fare da traino per gli alberghi di Levico, ma punti soltanto a incrementare gli utili, beh, non dovrebbe proprio stupire.

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