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La gabbia della discordia

Un insolito monumento scatena un acceso dibattito.

Una gabbia di 37 per 4 metri, 22 tonnellate d’acciaio, davanti alla nuova facoltà di Economia, che è costata al contribuente un milione di scellini (142 milioni di lire). Cos’è? Un gigantesco bidone d’immondizia? Uno scandalo culturale? Un’opera d’arte?

Andiamo con ordine. Nel centro della città, adiacente all’ Hofgarten (i giardini imperiali), c’era una volta una caserma, costruita dopo il 1848 dalla reazione absburgica per tenere buoni i sudditi di sua maestà. Dopo anni di accanita discussione in Consiglio e sulla stampa, vinse l’idea di demolirla per costruirvi la nuova facoltà di Economia e creare spazio per più di 5000 studenti e docenti, invece di situarla in periferia. Il nuovo centro universitario è perfettamente raggiungibile a piedi, in bici e coi mezzi pubblici, e perciò si decise di costruire solo un (relativamente) piccolo parcheggio sotterraneo. Fa parte del complesso anche il Management Center, sede di aziende di marketing, consulting, ecc., poiché la facoltà vuole essere aperta, rivolta verso la ed al servizio della comunità.

Gli architetti, vincitori di un concorso, sono riusciti a ridefinire lo spazio urbano fra giardini imperiali e vecchi palazzi (della facoltà di Teologia, con la chiesa barocca dei gesuiti), creando non una barriera, ma una cerniera di vetro ed acciaio, con molti passaggi in tutte le direzioni, e con una nuova piazza. Un progetto riuscitissimo, che è già divenuto oggetto di turismo architettonico. E che ha anche rianimato un pezzo del centro sull’orlo del degrado. Con gli studenti, che sono arrivati sin dalla scorsa primavera, è andata sviluppandosi una miriade di caffè bar, ristoranti, librerie...

Tutto bene, dunque, tutti contenti?

Magari. Alcuni (fra docenti e studenti), con l’appoggio della stampa di destra, sono in rivolta. Ragione dello scandalo: la gabbia. Seconda la legge, una certa (minima) percentuale dei costi dei progetti pubblici deve finanziare opere d’arte da esibire nel nuovo spazio pubblico. E con un millione, l’artista tirolese Lois Weinberger ha creato, appunto, questa gabbia con dentro niente, se non il suolo martoriato dalle macchine di costruzione.

Qui, la natura doveva ricrearsi. Protetta contro interventi umani da una gabbia, la "successione naturale" doveva svolgersi spontaneamente, in un ambiente altamente artificiale, urbano qual è il nuovo ateneo.

Questa crescita "naturale", appunto, bisogna proteggerla ingabbiandola, perché altrimenti non può più avere spazio in città. Non solo perché lo impediscono i palazzinari, ma anche i signori del verde pubblico, i giardinieri comunali, i quali la natura tout court, di regola non la sopportano e pretendono sempre di renderla "presentabile".

C'è chi questo messaggio non lo capisce, o si rifiuta di capirlo. Si sentono presi in giro, perfino offesi e umiliati da questa gabbia che distrugge (a sentir loro) la perfetta ottica della nuova facoltà, gridano allo scandalo dello sperpero del denaro pubblico, o invocano la censura. A tutto ci sarebbe un limite, perfino alla libertà artistica...

Sono in pochi a saperlo finora, ma c’é una piccola storia di decisioni comunali che dà ragione all’artista tanto vituperato: in una zona industriale alla periferia nord-est, c’è una casa in mezzo a un prato con dei vecchi alberi, un vero rifugio per uomini ed anche per un grande numero di uccelli, insetti e via dicendo. Per i proprietari, una famiglia di costruttori, tutto questo può coesistere perfettamente con l’adiacente azienda; gli impiegati, questo piccolo parco, lo usano perfino per le pause del pranzo. Il dipartimento comunale dei lavori pubblici, invece, vi ha progettato una nuova strada, per la quale vuole espropriare questi terreni.

Dopo avere cementificato, pianteranno qualche albero ai margini della strada, che è totalmente inutile, visto che i terreni ancora da utilizzare sono raggiungibili partendo da un’altra strada già esistente.

Cento metri più a nord, la Siemens sta costruendo la sua nuova centrale per il Tirolo. Il dipartimento urbanistica, per difendere il verde anche in zona industriale, impone alla Siemens di "rinverdire" i tetti, cioè di piantare l’erba ed i cespugli sui tetti piatti. Il che è anche una bella idea: ma perché costruire artificialmente la natura e poi - senza ragioni buone - distruggere quella vera?

Sia benvenuta, dunque, la gabbia di protezione. Ma prima che il verde dentro potesse crescere spontaneamente, spensierati cretini hanno incominciato ad usarla come bidone per i rifiuti; e la gabbia essendo chiusa, nessuno riesce a smaltirli.

Mentre i soliti benpensanti accusano l’artista di aver creato un bidone da un milione e di disonorare l’ateneo, l’artista risponde con un sonoro "Cazzi vostri!", cioé: se i signori studenti (o i professori) non riescono civilmente a portare i loro rifiuti dove vanno portati, quel monumento alla natura ingabbiata diventa un monumento alla stupidità e alla inciviltà.

Secondo me, ha ragione. Che cento fiori fioriscano. E se stiamo seminando lattine vuote, fioriranno le lattine.

E chi ha detto che l’arte deve soltanto decorare un mondo di merda, per renderlo sopportabile?

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