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Elogio della tolleranza (e della pazienza)

Mi è sembrata molto densa la discussione a più voci che Questotrentino ha pubblicato sull'ultimo numero, provocata, mi pare, dalla mia lettera del numero precedente, piuttosto critica su come era stato presentato dal quindicinale il congresso in corso dei DS del Trentino.

Mi dispiace che Mario Delpero e Veronica Bridi si siano risentiti (Così parlò Ballardini)per ciò che avevo scritto a proposito del loro commento all'articolo di Bondi. Non ho difficoltà a riconoscere che le mie parole (Così non si aiuta la sinistra) erano assai pesanti.

Gli è che il loro pezzo (Politica o maschilismo?), e l'altro di Michele Guarda (Congresso DS: vogliamo suicidarci?) e quello di Ettore Paris (Congresso DS: i problemi non si affrontano), formavano un trittico omogeneo nel quale la pungente vis polemica non era temperata da quel civile atteggiamento intellettuale che Silvano Bert, nel suo bellissimo intervento (Siamo tutti nella stessa barca, la sinistra), definisce "compassione", e che preferisco laicamente chiamare "tolleranza". In tempi come i presenti, in cui gli schemi ideali che la sinistra ha ereditato dall'Ottocento sono messi in crisi dall'89 russo, disponiamo di un consolatorio flash-back che ci esibisce i valori dell'89 francese, ivi compresa la tolleranza, di cui tanto trattò Voltaire.

Tutto si può, anzi si deve discutere. Tutto è tollerabile, fuorché l'intolleranza. Persino con gli avversari. A maggior ragione fra di noi. La tolleranza è la base di ogni onesto confronto. L'alternativa è la posizione disperata che esprime Antonio Marchi (Una sola preoccupazione: restare al governo). Disperata e sterile, perché se si perde la facoltà di distinguere, il rischio più probabile è quello di sbattere la testa contro un muro.

Distinguere anche fra miseria e nobiltà, binomio che spesso accompagna le vicende umane. Soprattutto quelle della politica, come dovrebbe sapere Michele Guarda che (Congresso DS: il "vogliamo suicidarci" illustrato), pur così giovane, ha sufficiente esperienza per aver avuto modo di constatare quale torbida miscela di ideali, generosità, abnegazione ma anche di ambizioni, invidie e rancori sia fatta la politica (per la verità, non solo la politica, ma nella politica il fenomeno è più evidente).

Ed il fatto che i DS del Trentino abbiano selezionato due candidati alla segreteria come Bondi e Bressanini non mi sembra, come contrasto allo squallore dei panni sporchi da lui denunciati, un rimedio così banale e trascurabile. Spero che converrà che in questo dato vi è quel tanto di nobiltà che giustifica la fiduciosa attesa di uscire dalla miseria delle erbacce che sempre allignano attorno al potere, poco o tanto che sia. Purtroppo è poco, cari Antonio Marchi e Roberto Antolini.

a mia lettera non aveva l'ambizione di affrontare la questione degli effetti che i "moti tellurici" che squassano il globo saranno per provocare anche nel nostro Trentino, sebbene un accenno a questa prospettiva vi fosse presente (avevo scritto: "E' dunque immutabile questa realtà? No certo, anche perché se noi non andiamo nel mondo, il mondo sta venendo da noi", e scusatemi l'auto-citazione).

E tuttavia anche Roberto Antolini (Burocrazie e clientele: ecco il problema), quando dal mondo abbassa lo sguardo alle nostre valli, vi scorge - e ci descrive lucidamente - quello "straordinario centro di potere con proprie fortissime dinamiche di resistenza passiva burocratica al cambiamento" che è rappresentato dall'apparato. Ma anche dalle leggi, dalla struttura consolidata del bilancio, e, io temo, dalla cultura diffusa nel popolo. Davvero crediamo che il clientelismo, il localismo, il corporativismo siano solo vizi della dirigenza dorotea che, nella sua versione democristiana, è stata disgregata?

O non è forse fondato il sospetto che queste forme deteriori della politica siano connaturate alla stessa società civile?

E' evidente che la politica, la nostra politica, deve operare per superarle. Ma non basta un decreto. Nemmeno bastano pochi mesi con due assessori in giunta. Forse una legislatura potrebbe essere un primo passo.

Ciò detto, beati gli impazienti! Non so se sarà loro il regno dei Cieli, ma è certo che la cosa più necessaria è la loro spinta propulsiva.