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Più turismo, cioè più lavoro. Ma attenzione…

Nelle valli turistiche, come Fiemme e Fassa, siamo alla piena occupazione. Ma quale lavoro, quale cultura del lavoro? E quale tipo di occupazione si prospetta per il futuro?

Nella nostra provincia sembra che tutto debba assoggettarsi alle leggi dell’economia turistica più aggressiva. In nome dello sviluppo di questa industria servono strade? Altri impianti e piste di sci? Campi di golf? Senza rispondere ad altre esigenze, gran parte del mondo politico, imprenditoriale e sindacale grida un forte, incontestabile . Ognuna di queste organizzazioni porta i suoi buoni motivi, in fondo sempre gli stessi - lavoro, reddito... - salvo poi venire smentito dalla volontà popolare quando vi si è costretti con un referendum: vedi impianti del Roen o il golf alle Marocche di Dro.

Schierati su questo fronte troviamo perfino candidati alle regionali dei Verdi e portatori della voce ecologista della Cipra, l’associazione che sulle Alpi vorrebbe promuovere uno sviluppo integrato: un autorevole esponente di questi gruppi è infatti il progettista di uno dei piani di assalto ambientale più rovinosi presentati nella nostra provincia, il piano Roen.

Anche nel sindacato, molto più comprensibilmente, la situazione culturale non è diversa. Mentre una parte ricerca politiche articolate che leghino il turismo all’artigianato, alla cultura, alla media industria, settori ancora consistenti di cultura sindacale inneggiano allo sviluppo impiantistico e alla costruzione di strade nelle vallate in nome del lavoro. Ma le periferie trentine, oggi, hanno proprio bisogno di questo "sviluppo" così invasivo e settoriale targato anni Sessanta?

A leggere la realtà delle valli di Fiemme e Fassa sembrerebbe proprio di no.

Di lavoro, in termini di quantità, sembra non ci sia bisogno. Siamo a livelli di piena occupazione. Estate ed inverno richiamano nelle due valli oltre cinquemila occupati stagionali che finiscono negli alberghi, nel commercio o sugli impianti. Una realtà che produce ricchezza a livello nazionale, quindi. Ma è opportuno, specialmente per un sindacalista, fermarsi un attimo e domandarsi quale lavoro e quale cultura del lavoro si propone, quanto costi alla società la creazione di un posto di lavoro.

L'ufficio vertenze della Cgil, in un solo anno, ha avviato sessanta pratiche. Escluso qualche caso di licenziamento, gli altri sono molto simili fra loro. Orari di straordinario e festivi non riconosciuti, quote di salario tralasciate. A questi dipendenti che lavorano 60-70 ore la settimana vengono riconosciute, quando va bene, solo le 40 ore dell’orario contrattuale. E cosa significa, specialmente nella lunga stagione invernale, lavorare in questo modo? Cancellare dalla propria vita quattro-cinque mesi di socialità e cadere nel peggiore abbrutimento; significa subire angherie ed offese da parte di certi albergatori; significa vedere la propria crescita professionale e formativa fermarsi bruscamente e cadere nella precarietà. Significa che le vertenze le avviano solo i lavoratori provenienti da fuori provincia, in quanto i valligiani, anche quando sfruttati nel modo più ignobile, preferiscono tacere per non perdere occasioni lavorative nella stagione seguente, e contrattano qualche biglietto da centomila in nero, accettando di perdere quote di salario di due-tre milioni.

Il turismo così com’è ancora impostato in Trentino porta poi altri scompensi. Le amministrazioni comunali investono annualmente centinaia di milioni nei pacchetti azionari dei vari Ski-area o nel trasporto pubblico per turisti, o in strutture sportive e di intrattenimento sovra-dimensionate, o nella cultura fruibile solo ad agosto o a Natale, o in assurdi e distruttivi arredi urbani.

Non rimangono così denari per la formazione scolastica, per gli asili nido, per gli spazi ai giovani, per affrontare le situazioni di emarginazione, per costruire cultura e lavoro diversificato, potenziamento della struttura artigianale o dell’agricoltura.

Ed ecco i risultati: le nostre valli periferiche (Fassa, Primiero, Giudicarie...) competono fra loro per vincere il titolo del più basso indice di scolarizzazione; si trovano situazioni di disagio giovanile inattese e nella più totale impreparazione non si riesce nemmeno ad affrontarle; si lascia che le strutture ospedaliere periferiche vengano assorbite dai poteri forti dei primari di Trento e perdano autonomia gestionale, ecc.

Un altro tema è quello del costo della creazione di un posto di lavoro. I consistenti finanziamenti provinciali alla costruzione di impianti di sci, piste, innevamento artificiale, acquisto di macchine operatrici, contribuiscono con grande efficacia alla semplificazione e banalizzazione ambientale e paesaggistica del Trentino.

Pensiamo ancora a val Jumela: la collettività trentina può, in nome di questo presunto sviluppo, accettare di veder distrutti due endemismi vegetali unici nell’arco alpino? Perché dobbiamo imporre alle generazioni future la perdita di una tale specificità, di un gioiello così vario e ricco? Operando in questo modo non andiamo a ledere i basilari diritti umani dei cittadini del futuro?

Ed inoltre si costruisce una economia "drogata", come è stato recentemente detto. Quante opere distruttive avremmo risparmiato al nostro territorio senza questa pioggia torrenziale di contributi pubblici? I posti di lavoro stabili creati con questi ingenti finanziamenti sono pochi, di basso profilo qualitativo. Diffondono invece precarietà, acultura asociale, pura illusione di ricchezza.

Per ritornare all’inizio, ha quindi senso che le forze sindacali difendano ancora con piglio ed esuberanza questo tipo di sviluppo, o non è forse giunto il momento di progettare seriamente un sistema turistico trentino più articolato, complesso, che offra ricadute economiche positive non solo agli albergatori e ai padroni delle ruspe che ci spianano i boschi e le valli? Come possiamo definire il progetto Roen un patto territoriale quando in esso non troviamo una riga di analisi della situazione di vita degli abitanti del consorzio dei Comuni dell’alta valle di Non, quando non si accenna nemmeno ad un’articolazione dei progetti con l’artigianato, l’agricoltura, il commercio, lo sviluppo e l’offerta culturale?

E ancora a proposito della val Jumela, come può il sindacato, in val di Fassa, chiedere lavoro quando il vero problema di questa valle è la difficoltà di muoversi, di vivere, di costruire socialità in quanto tutto è assorbito dalla logica settoriale della ricerca dell’effimero e sono assenti i servizi sociali di base?

Un sindacato moderno, in una realtà simile, dovrebbe farsi carico di altri problemi, ad esempio, di rendere meno precario il lavoro negli alberghi e sugli impianti, di costruire processi formativi controllabili, di garantire il mantenimento delle professionalità acquisite. Questi problemi si possono affrontare solo attraverso patti territoriali, ma non i patti territoriali che stiamo leggendo in questi mesi tracciati da Dellai, ma patti che ricerchino nella società tutte le energie possibili per costruire sviluppo diffuso, socialità, solidarietà fra le diverse categorie economiche, risposte a bisogni sociali urgenti che la pura ricerca del profitto ci ha fatto, in questi anni, dimenticare.

Con questo non vogliamo assolutamente criminalizzare l’industria turistica, ma riportarne la progettualità e lo sviluppo in una dimensione meno affaristica, aprendo un confronto che non abbia già definito le sue vittime - ambiente e lavoratori - e tenda invece a costruire progettualità di lungo periodo per superare le tante precarietà che la cronaca non denuncia, ma che ritroviamo quotidianamente nel lavoro sindacale a livello del territorio.