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La troppa Irst sul buco Michelin

Affare Michelin: la brillante soluzione di Dellai. Ma a pagare sarà Pantalone...

Il puzzle Michelin sembra aver trovato una sua prima composizione. Con prontezza di riflessi Dellai ha ritenuto di smorzare le polemiche mettendo sul piatto un progetto vero: nell’area, su cui era iniziato un rincorrersi di ipotesi le più svariate, andrà l’Itc-Irst, dedicando quella parte altamente simbolica della città allo studio e alla ricerca. Il presidente riuniva attorno a un tavolo il sindaco Pacher, il rettore Egidi, il vice-presidente dell’Itc Schelfi, e concordava il disegno: via l’Irst da Povo dove subentrerà la nuova facoltà di Informatica, via l’Itc dall’attuale piccola ma preziosa sede presso il S. Chiara, metà dell’area Michelin dedicata alle nuove localizzazioni degli istituti. Egidi (che si vedeva regalata la sede della nuova facoltà), Pacher (che intravvedeva un allentarsi delle tensioni sul futuro dell’ex-Michelin), Schelfi (che a Dellai non può dire di no, ed in ogni caso nuove sedi, più grandi e gratis, non si rifiutano mai) entusiasti concordavano.

Insomma Dellai ritornava quello dei tempi migliori: muovendosi con abilità e decisione otteneva il consenso degli interlocutori e buona pubblicità sulla stampa. Ma questa è la superficie. Approfondendo l’argomento le cose non sono così semplici; e gli avversari politici se ne sono accorti.

Il primo discorso è il leit-motiv dell’area Michelin: perchè mai si è fatto, in quel fatale 31 luglio ‘98, l’accordo coi privati? Ricordiamo telegraficamente i termini della questione: il Comune di Trento poteva subentrare alla multinazionale francese nel possesso dell’area, ma la cifra (100 miliardi, si dice, in realtà saranno meno della metà, 49) venne ritenuta troppo elevata per l’ente pubblico, e allora la si fece acquistare da un consorzio di privati ad hoc costituito: "Iniziative Urbane". Col risultato di perdere il controllo di un’area importantissima, vitale per la riqualificazione della città.

Adesso invece l’ipotizzata utilizzazione dell’area segna un nuovo percorso: sembra infatti riaffermato con forza il principio "la regia rimane in capo all’ente pubblico", sbandierato, ma nei fatti messo in crisi dalle svariate iniziative del consorzio privato, proteso a massimizzare i risultati dei propri investimenti.

Eppure dicevamo, i conti continuano a non tornare: le nuove sedi di Irst-Itc, se l’ente pubblico avesse comperato i terreni (49 miliardi per tutto il comparto, 11 ettari) se le sarebbe costruite da sé; ora invece le costruiranno i privati su quelli che ora sono i loro terreni, e le pagherà la Provincia. Che senso ha tutto questo? E che prezzi potranno venirne fuori? I prezzi di mercato, che in un’area del genere sarebbero astronomici? Pensiamo di no, sarebbe una beffa, un intorto troppo smaccato.

Probabilmente si utilizzerà la legge provinciale sugli acquisti immobiliari, la cosidetta Malossini-Rella (a suo tempo sponsorizzata proprio da QT per porre una regola agli acquisti immobiliari a prezzi scandalosi). Ma la Malossini-Rella considera il valore di mercato dell’area, il costo di costruzione secondo i prezziari della Pat, inclusivi dei profitti delle imprese, più un 20%. Dunque, la Provincia sborserà un bel gruzzolo di miliardi in più rispetto a quelli che avrebbe speso se avesse comperato l’intera area (49 miliardi) e poi avesse appaltato i lavori. E difatti la stessa Malossini-Rella prevede il caso di acquisto di immobili solo come eccezione, individuando la via maestra, e più economica, nella acquisizione delle aree più appalti fra imprese in concorrenza.

Insomma l’ente pubblico - cioè Dellai prima sindaco e poi presidente - quando si trattava di acquistare l’area era senza soldi, quando si tratterà di comperare gli immobili avrà vagoni di miliardi da spendere. Miliardi che, acquistando allora, sarebbero serviti per fare le sedi dell’Irst-Itc, tenere il resto dell’area a parco, probabilmente avanzando ancora qualcosa. E allora torna la domanda: perchè si è fatto quell’accordo con i privati?

Ma anche sulla localizzazione dell’Irst è legittimo avere perplessità. Questi spostamenti di sedi sembrano il gioco dei bussolotti: la sede dell’Irst è nuova di zecca, è stata pensata in collina vicino alle facoltà scientifiche: che senso ha un costoso trasferimento? Discorso analogo, anche se meno stringente, per l’Itc.

Insomma, emerge la sensazione che queste localizzazioni non rispondano ad un disegno programmatico, ma solo all’esigenza di trovare una via d’uscita ad un pasticcio urbanistico-affaristico diventato politicamente imbarazzante.

E ancora: dedicare il nuovo ingresso della città alla ricerca può essere una scelta giusta e qualificante. Solo che il tutto sembra ridursi - more solito - a una questione puramente edilizia, nell’inveterato stile dei governi dorotei: vogliamo dare importanza alla ricerca? Si costruisce una nuovissima sede per l’Irst. Abbiamo problemi nella sanità? Si costruisce un nuovo ospedale. Ovviamente in tutto questo sanità e ricerca, che avrebbero bisogno di ben altri investimenti (magari quantitativamente inferiori), c’entrano pochino; il vero referente sono i soliti "poteri forti" come viene chiamata, l’eterna lobby del mattone.