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Ricordo di Helder Càmara

Da "Il Tetto", bimensile di Napoli

Colella Pasquale

Ultranovantenne, scampato più volte ad attentati e a svariate forme di intimidazione, capace di lottare e sperare sempre e di vincere non solo l’indifferenza e l’oblio ma anche la pratica e quotidiana emarginazione dalla Chiesa ufficiale, emarginazione intensificatasi nell’ultimo quindicennio dopo l’accoglimento delle sue dimissioni per ragioni di età, Helder Càmara, già arcivescovo di Recife, una terra del Nord-est del Brasile fra le più povere del mondo, è tornato alla casa del Padre. Con lui scompare un testimone, un maestro, uno dei padri più autorevoli del concilio Vaticano II, un vescovo che non aveva paura di affermare, nel ricordare che la carità non si costruisce mai a scapito della giustizia, che "un popolo unito non potrà mai essere vinto", parole non a caso pronunziate parlando di Che Guevara, che definì "un fratello con il quale combattiamo per la stessa causa; solo che io ho scelto le armi nonviolente".Il concilio Vaticano II rivelò don Helder Camara al grande pubblico e alla Chiesa universale, specie quando si alzò per condividere e far sentire la voce dei poveri, degli emarginati, e si batté con vigore, insieme a molti altri padri, per elaborare il famoso "Schema 13".Chiuso il concilio, operò concretamente per il rinnovamento della Chiesa in Brasile e per realizzare nell’ambito della Chiesa latino-americana la conferenza permanente sulla giustizia, la pace e la liberazione dei popoli, cercando di attuare i dettati della enciclica "Populorum progressio" di Paolo VI e le deliberazioni della conferenza di Medellin, ove si affermava fra l’altro il diritto dei popoli di ribellarsi all’autorità legittima che dimentica di operare il bene comune, e alla fine anche di ribellarsi rivoluzionariamente per porre fine al disordine costituito. Un uomo del genere, che scendeva in piazza insieme al suo popolo, che aveva scelto la povertà per condividere la condizione degli ultimi, che non arretrava di fonte alle minacce e alle lusinghe, divenne ad un tempo profeta e uomo scomodo tanto nella società civile quanto nella società ecclesiale. Per questo si tentò di farlo tacere e di emarginarlo: non è senza significato che al compimento del suo 75° compleanno le sue dimissioni vennero subito accolte e non è senza motivo che il suo successore tentò di svuotare quell’opera profonda di "reformatio ac renovatio Ecclesiae" in forza della quale egli parlava non solo ai suoi fedeli, ma a tutta l’umanità, credendo possibile l’utopia che solo nella giustizia si potesse delineare quella società umana nella quale si era "un cuore solo e un’anima sola", come leggiamo negli Atti degli Apostoli.

Helder Càmara fu fino alla morte, senza paura di essere incompreso, inascoltato, ignorato, emarginato e senza subire le remore e i ricatti del potere e le stesse lusinghe della gloria e del successo, un uomo che fermamente credeva - come scrisse Bernard Haring - che "chi risveglia la speranza non sta mai con le mani in mano". Questo nostro ricordo non è solo biasimo per quanti non lo capirono, non è solo ‘memoria’ per quelli (da ultimo L’Osservatore Romano e purtroppo anche Sandro Viola in un discutibile paginone di Repubblica) che anche in morte hanno cercato di farlo passare per un già dimenticato, un sognatore utopico che è bene lasciar obliare perché comunque scomodo e pericoloso, ma è soprattutto un ‘memento’ per tutti noi, affinché continuiamo il lavoro di coscientizzazione, l’opera di aprire gli occhi ai poveri, la denunzia nonviolenta delle ingiustizie. Benché convinto che "la protesta dei poveri è la voce di Dio" e che "chi ha preso coscienza delle ingiustizie generate dalla cattiva distribuzione delle ricchezze, se ha grandezza d’animo coglierà le proteste silenziose o violente dei poveri", è pur vero che, dopo le sue dimissioni, la gerarchia ecclesiastica cercò di distruggere o di edulcorare quanto Helder Càmara aveva operato ad Olinda e Recife, cercando di fare quel che non era riuscito al potere politico e militare del Brasile. Ma oggi possiamo dire che questo tentativo è fallito. Morto povero come sempre povero ha cercato di vivere, ci insegna che il silenzio, il rifiuto, l’emarginazione possono essere vinte se "le minoranze abramitiche" sono capaci di vivere insieme e dialogare "per essere la coscienza etica dell’umanità e il grido pacifico dei poveri".

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