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Una famiglia per ogni bambino? Facile a dirsi…

Malgrado una buona legge, lo slogan “svuotare gli istituti” non ha funzionato. La difficile esperienza dell’affido familiare.

Fino a qualche tempo fa, la parola d’ordine era "svuotare gli istituti": tutti i minori senza una famiglia o privi di genitori in grado di svolgere degnamente il loro ruolo, dovevano trovare una sistemazione grazie alle possibilità offerte dalla legge: tramite l’adozione o - quando la famiglia d’origine presentava difficoltà ritenute recuperabili - l’affidamento (o affido che dir si voglia), ossia l’accoglimento presso un nucleo familiare, di parenti o esterno, per il tempo necessario a che i genitori potessero ricreare le condizioni adatte a gestire adeguatamente il figlio.

Ora quello slogan si è un po’ appannato. Da un lato, gli istituti si sono effettivamente in gran parte svuotati: i bambini senza una famiglia, trent’anni fa, erano in Trentino circa duemila, mentre oggi (o meglio, nel ’96, ultimi dati disponibili) i minori accolti in istituti e comunità sono circa duecento, molti dei quali, per di più, hanno in realtà dei genitori normalissimi, ma - ad esempio - sono ospiti di convitti, come l’Arcivescovile. Mancano, insomma, dei dati precisi, ma i numeri sono comunque bassi.

Ma c’è anche il fatto che l’affidamento non sembra aver operato i miracoli che forse molti si aspettavano. In provincia di Trento, attualmente, sono in corso circa 140 di queste esperienze (oltre naturalmente a quelle non ufficiali in cui un bambino è sistemato dai genitori presso un parente senza coinvolgere e informare i servizi sociali), una cifra notevole se paragonata alla realtà di altre regioni, soprattutto meridionali; una cifra che però, nonostante l’attività di sensibilizzazione svolta dall’ente pubblico e da associazioni di genitori come l’ANFAA e l’ACFA, da anni resta sostanzialmente invariata. A Trento città, per esempio, i nuovi affidi sono stati 45 nel 1996, 42 nel ’97, 47 nel ’98 e 47 in quest’ultimo anno. Ma la causa di questo mancato decollo non è da addebitare allo scarso numero di famiglie disponibili all’accoglienza, tant’è vero che non esistono minori abbandonati in lista d’attesa per l’affido. Il problema sembra essere più di fondo: l’affido è maggiormente problematico di quanto si pensasse e in molti casi non è una soluzione praticabile.

Una decina di anni fa, occupandoci di queste tematiche, raccoglievamo il malessere dei genitori affidatari, che si sentivano poco aiutati dalle strutture pubbliche nell’affrontare le difficoltà del rapporto con bambini spesso reduci da esperienze traumatizzanti. Un paio d’anni fa, nel corso di un convegno, si tornava a manifestare insoddisfazione: l’affido, grazie al quale si sperava di giungere alla scomparsa o quasi degli istituti, non riusciva a decollare. Nei giorni scorsi infine, in un incontro pubblico sullo stesso argomento organizzato dall’ANFAA (Associazione Nazionale Famiglie Adottive e Affidatarie), si constatava come, malgrado l’attivazione di nuove risorse da parte dell’ente pubblico, le cose non siano sostanzialmente cambiate.

Il problema, dicevamo prima, è più di fondo e c’è un aspetto in particolare che lo dimostra: l’affido, che secondo quanto prevede la legge dovrebbe essere una situazione temporanea e dunque destinata a concludersi, dopo qualche tempo, con il rientro del minore all’interno della famiglia di origine, in realtà, nella maggior parte dei casi, va avanti fino alla maggiore età del ragazzo: ciò significa che nel frattempo i suoi veri genitori non sono riusciti a ricostituire un ambiente familiare idoneo. Di chi la colpa di questo stato di cose?

"I bambini dati in affidamento - spiega la dott. Anna Berloffa dell’assessorato alle Politiche Sociali della Provincia - sono spesso provenienti da situazioni familiari molto pesanti, vittime di maltrattamenti ed abusi, allontanati dalla famiglia con decreti dell’autorità giudiziaria. Dunque, sono casi difficili da gestire: a volte servirebbero veri e propri interventi terapeutici".

"Ci sono casi - rincara la dose una rappresentante dell’ANFAA di Milano - per i quali, almeno in un primo tempo, sarebbe bene evitare l’inserimento in una famiglia; bisogna, prima, lasciar ‘decantare’ la situazione e intervenire con personale specializzato. In questi casi l’istituto è l’unica soluzione possibile, almeno per i più grandicelli. A condizione, naturalmente, che questi bambini, poi, non vengano dimenticati lì".

Ma perché di fronte a simili casi, in cui fin dall’inizio un rientro in famiglia appare irrealistico, non si ricorre direttamente all’adozione? Qui entrano in gioco le valutazioni dei Tribunali dei Minorenni, che possono variare da una realtà all’altra; in certi casi, ad esempio, quando si constata che, nonostante la presenza di gravi problemi, permane comunque un qualche legame fra genitori e figli, il giudice preferisce privilegiare l’affidamento rispetto all’adozione, con la conseguenza che la famiglia affidataria, per quanto disponibile ed anche addestrata al suo compito, si vede consegnare una patata bollente che non sa come trattare; col rischio ulteriore di veder nascere al proprio interno, soprattutto se ci sono di mezzo dei figli, problemi e conflitti.

Stando così le cose, è inevitabile che un rappresentante dell’ACFA (Associazione Comunità Famiglie Accoglienti) riproponga il disagio che già veniva espresso dieci anni fa: "L’ente pubblico si preoccupa molto della selezione delle famiglie affidatarie, ma poco del loro sostegno". E il sostegno alle famiglie disastrate a cui sono stati sottratti i figli? Di questo argomento non si è quasi parlato, nel corso dell’incontro, ma il fatto che gli affidamenti durino solitamente fino alla maggiore età dei ragazzi è di per sé significativo.

Ad un panorama già abbastanza problematico, si aggiunge ora - tra le famiglie come fra gli operatori - la preoccupazione per un intervento di modifica dell’attuale legge, risalente al 1983. Modifiche che, probabilmente prendendo spunto dal frequente mancato raggiungimento dell’obiettivo posto dalla legge (il ritorno del minore nella propria famiglia) indicano però soluzioni discutibili. Due esempi: si fissa un termine massimo (due anni, tre in certi casi) per la durata dell’affido. E dopo? L’istituto? L’adozione? Non si sa.

E poi si vogliono escludere dall’affidamento le coppie conviventi e i singles, e qui è legittimo il sospetto di un intervento di natura soprattutto ideologica.

Più positiva la situazione per quanto riguarda un altro strumento di intervento sulle famiglie problematiche, la cosiddetta "accoglienza", che il Comune di Trento ha ufficializzato quest’anno dopo tre anni di sperimentazione durante i quali sono stati assistiti una cinquantina di bambini della città.

L’accoglienza è destinata ai casi meno gravi: famiglie per lo più mono-parentali, col genitore (per lo più la madre) che, per ragioni di lavoro o altro, fatica a star dietro ai figli. Ebbene, questi bambini vengono seguiti secondo le necessità, in qualche caso quotidianamente, in media due/tre volte in settimana, da famiglie resesi disponibili e preparate a questo compito. Un tipo di assistenza che è stata definita "di buon vicinato" e che può essere effettuata indifferentemente a casa del bambino o della famiglia ospitante. "Un’esperienza positiva - commenta Soraja Rodatis del Servizio Sociale per i minori - come dimostra anche il fatto che, a differenza di quanto spesso accade nell’affido, i rapporti fra i due nuclei familiari sono buoni, fino a sfociare a volte in rapporti di amicizia. Credo che un’esperienza di ‘accoglienza’ possa essere un ottimo addestramento per le famiglie che vogliono avere un bambino in affidamento..."