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Vogliamo dominare il tempo?

Non ha alcuna importanza stabilire se dal 1° gennaio 2000 siamo entrati nel nuovo millennio, o se invece per questo transito epocale ci tocca ancora aspettare fino a quando siano passati altri 365 giorni. Il rigore matematico propende per la seconda soluzione, ma la potenza suggestiva del simbolo numerico che muta ci fa accarezzare la prima. Tanto che è appunto sulla sostituzione simultanea dell’intera cifra che è stato montato l’apocalittico panico del Millennium Bug. Rivelatosi, a quanto pare, una bolla di sapone, una estrema, seppur costosa futilità, come appunto deliziosamente futile è la questione di quando - se oggi o fra un anno - finisca il Novecento. Futile come una telefonata col cellulare! Anche perché è questione che riguarda un ordine cronologico puramente convenzionale, e per di più basato su una convenzione che è alla radice menzognera, perché pretende di marcare la nostra era dalla nascita di Cristo, quando pare invece assodato che il Nazzareno era già nato nell’anno sesto avanti Cristo. Non nego tuttavia che la convenzione abbia una sua pratica utilità, purché però non pretenda di essere considerata un criterio, addirittura il criterio di misurazione del tempo. Già Albert Einstein ci ha insinuato il sospetto che il tempo forse nemmeno esiste, inteso come fenomeno uniforme ed assoluto, tanto da essere insuscettibile di misurazione. In ogni caso è di comune esperienza che esso ha trovato il modo di manifestarsi con segni ben altrimenti perentori, incisivi ed implacabili che non quelli del nostro calendario. Il succedersi delle stagioni con la fioritura primaverile, la calura dell’estate, le foglie morte d’autunno ed il gelo del verno, sono concreti segni di un fluire periodico sempre eguale, eppure sempre diverso. Lo stupefacente, quasi impercettibile ma inarrestabile lievitare di una creatura che giorno dopo giorno dalla sua nascita svela la magia del formarsi graduale di una persona e di una coscienza, o, sull’opposto versante, i molecolari indizi quotidiani del malinconico declino dell’adulto. Il tempo, dunque, forse non c’è, ma è impossibile negare che ne avvertiamo la misteriosa presenza. La cogliamo nei segni lieti ed in quelli impietosi del divenire, lo sperimentiamo nella sua banale inevitabilità, ne subiamo insomma l’indomabile signoria. Anche Einstein converrebbe, io credo, che nessuno, fino ad oggi, è riuscito a fermare il tempo, perché ciò equivarrebbe ad arrestare ogni movimento, compreso quello della luce. E’ il sempiterno moto delle cose lo scettro del tempo, il potere che esercita su di noi. Ed il tentativo di opporvi resistenza imprigionandolo nelle convenzionali cadenze di un calendario è solo una puerile vana ingenuità. Che però tradisce una geniale, forse inconsapevole intuizione: per affrancarci dalla imbelle schiavitù del tempo non ci resta che opporre al suo movimento un diverso e specificamente nostro movimento: il movimento della nostra mente, del nostro pensiero, rivolto in tutte le direzioni possibili, al passato ed al futuro, ed anche nello spazio che, quanto ad ambiguità, è parente stretto del tempo. La memoria storica e la capacità di progettare il futuro, in un contesto spaziale il più vasto possibile, sono la nostra ancora di salvezza. Aggrapparci solo al presente ed al locale non basta. In questo angusto orizzonte il tempo la fa da padrone, e noi andiamo alla deriva sopraffatti dalla sua insondata influenza

Ciò non significa negligere il sindaco Pacher o la giunta Dellai o il governo D’Alema bis, che soltanto qui ed ora reggono i fili dei nostri destini. Significa inscrivere il presente ed il locale che essi esprimono nella serie causale storica che li ha generati, nella proiezione di un futuro immaginato e voluto, nel vasto scenario di un mondo che nella sua integrità è sempre più vicino e contemporaneo. Il loro presente è solo un passaggio, un momento intriso ancora del passato che li ha originati ma che contiene in sé la potenzialità di liberare un futuro migliore. Il loro locale è contemporaneo ad innumerevoli altre situazioni locali, più o meno alla ribalta, come il Kossovo, Timor Est, la Cecenia, la sterminata Africa, poco o affatto omogenee al nostro ambiente opulento e tecnologico, che devono entrare a far parte sempre più delle nostre coscienze. Solo così riusciremo a dominare il tempo, o almeno a non esserne supinamente dominati. La matura e diffusa consapevolezza storica e globale del nostro destino è l’ultima difesa che ci resta contro gli insulti del tempo e della globalizzazione. In ogni caso, auguri a tutti!

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