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Un golpe al parco dello Stelvio

All’interno del parco le due Province autonome e la Regione Lombardia regolino come vogliono la propria porzione di territorio. E’ questo che vuole Dellai?

Si affinano le armi di chi ormai da anni tenta di smantellare il parco nazionale dello Stelvio. Negli anni 50-60 si è provato con l’abbandono, poi è soppraggiunto il tentativo di umiliarlo in tre distinte aree geografiche, tentativo assorbito con correttezza negli accordi di Lucca del 1992 con la Provincia di Trento, protagonista responsabile e garante propositivo di quel passo, un passo che aveva costituito l’attuale consorzio di gestione che permetteva comunque il rispetto della legge nazionale, un’attenzione unitaria alla complessità geografica e sociale del parco.

Durnwalder, dopo tanta impaziente ed infruttuosa attesa, passa i comandi del demolitore all’apparentemente serafico Dellai. Il presidente della giunta provinciale di Trento, divenuto passacarte e portavoce di quello di Bolzano, il 14 dicembre 1999 scrive una lettera clandestina alla commissione dei 12 chiedendo di arrivare a varare una norma che permetta alle due Province autonome una gestione separata dell’ente parco, e per quanto riguarda la Lombardia, nel solo territorio del parco, anche questa Regione avrebbe autonomia piena in tema urbanistico in attesa del varo del piano parco.

Se tale lettera trovasse consensi o studiata disattenzione dentro la commissione, Dellai otterrebbe due scopi ugualmente devastanti. Il primo sarebbe l’umiliazione del ruolo della commissione, una pagina di storia gloriosa gettata al vento. Da ente consultivo del governo che ha per scopo la valutazione e la proposta di leggi con valore di modifica costituzionale, la commissione cadrebbe in una visione provincialistica e particolarista dell’agire, un banale assorbente delle esigenze delle due Province autonome, una lettura del federalismo che cadrebbe nel localismo e nella raccolta di interessi di piccole corporazioni, siano queste politiche o associative (vedi cacciatori).

Il secondo riguarderebbe direttamente il parco: dopo un lavoro estremamente delicato condotto da Trento negli anni Ottanta per mantenere in vita un ente aperto, che rispettasse gli obiettivi della sua istituzione, si vedrebbe il tutto ridursi a tre isole fra loro confinanti dove le politiche di gestione territoriali e ambientali assumerebbero divaricazioni anche forti.

L’attuale consorzio diverrebbe lo strumento più incisivo per anullare i princìpi di tutela del parco e sarebbero messe in atto tutte le misure ostruzionistiche possibili per ritardare il varo del piano parco. Il possibile lungo periodo transitorio necessario per vedere in vita il piano parco accoglierebbe l’intenzione della sindaca Penasa e della precedente giunta provinciale, concordante con Bolzano, che era quella di utilizzare gli strumenti di gestione urbanistici delle Province anche dentro il parco fino al varo dello strumento unitario. Pochi anni di attesa e sarebbe stato impossibile definire un piano parco serio, perché ci troveremmo davanti ad una sola soluzione di lettura del territorio, quella già imposta nei due parchi provinciali, la sommatoria degli strumenti urbanistici di Provincia e Comuni.

La richiesta avanzata da Dellai alla commissione dei 12 azzererebbe i contenuti della legge nazionale dei parchi, ridurrebbe il ruolo dello Stato a pura marginalità, al ruolo di osservatore impotente. Partendo da uno dei più importanti parchi nazionali del nostro paese si costruirebbero così i presupposti per la definizione di un’autonomia della chiusura, del fai da te, incapace di dialogare con i fermenti culturali dei paesi vicini, impossibilitata ad assorbire energie, proposte. Uno splendido isolamento che porterebbe povertà culturale ed ideale. Il più importante parco delle Alpi centrali, invece di diventare polo di riferimento delle altre realtà regionali, (Orobie, Adamello, Adamello-Brenta, Engadina) e giungere al grande progetto Peace, parco d’Europa, si troverebbe a essere uno spezzatino di realtà geografiche, amministrativamente fra loro non comunicanti e svuotato di ogni significato culturale, scientifico e conservazionistico, all’interno del quale troverebbe facili vittorie quello spaventoso insieme di interessi economici che la promozione del turismo più devastante va ovunque imponendo sulle Alpi.

Leggendo questi passi diventa difficile comprendere in cosa si differenzi Dellai dal suo predecessore Andreotti. Una sinistra che non voglia farsi schiacciare da questa logica dovrebbe riprendere una iniziativa forte in tema di parchi, uscire dalla difensiva ed almeno riguardo al parco nazionale dello Stelvio riportare in positivo i contenuti della legge quadro nazionale, affidare allo Stato il ruolo prioritario nella gestione dell’area protetta e chiedere alle due Province autonome coerenza e rispetto dei valori naturalistici ancora presenti sul nostro territorio.