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C’era una volta l’ECA

Adesso ci sono i servizi socio-assistenziali; ma per chi è sotto il “minimo vitale” non è cambiato niente. Come dimostra questa testimonianza.

Turri Romano

Leggendo la nostra Costituzione, là dove afferma che "tutti i cittadini hanno pari dignità sociale" e che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che... impediscono il pieno sviluppo della persona umana", si nota l’intenzione di far sì che nella costituenda Repubblica non ci fossero eccessive disuguaglianze tra i cittadini. L’intervento primario per attenuare tali disuguaglianze è una pronta assistenza nei confronti del bisognoso, ma soprattutto la possibilità di un lavoro stabile e duraturo, definito (art. 4) prima un diritto e poi un dovere.

Che cosa si poteva fare per mettere in atto questi princìpi nell’immediato dopoguerra, quando dappertutto c’erano macerie, famiglie senza tetto e senza lavoro, persone bisognose dei più elementari mezzi per la sopravvivenza? Per quanto riguarda il lavoro fu messo in atto il "Piano Fanfani per la ricostruzione" con l’introduzione dei cosiddetti "cantieri scuola", dove molte persone potevano operare nei lavori di sterro e di sgombro delle macerie per 4-5 ore al giorno con una paga mensile che si aggirava sulle 15.000 lire (la paga media di un operaio si aggirava intorno alle 30.000). C’erano però anche persone in condizioni tali da non poter lavorare e bisognose di assistenza economica. Per questi cittadini ci si avvalse degli Enti Comunali di Assistenza, gli ECA, appunto. Questi fornivano pasti caldi, dormitori pubblici, indumenti smessi, buoni per l’acquisto di materie di prima necessità, sussidi mensili. Era considerato umiliante avvalersi del servizio fornito dall’ECA, al punto che i più preferivano non farne parola; però quell’aiuto era efficace nelle situazioni di emergenza.

Poi l’Italia risorse dalle ceneri della guerra, sparirono i cantieri scuola, aumentarono i posti di lavoro, sorsero nuove abitazioni, si arrivò insomma al boom economico e a quel punto sembrò assurdo, oltre che troppo costoso, mantenere in piedi un servizio come l’ECA, ritenuto ormai un inutile baraccone, come tanti altri enti.

Ma purtroppo la persona senza alcun reddito e bisognosa di aiuto economico c’è sempre stata e ci sarà sempre. Che cosa si è fatto per queste persone, una volta soppressi gli ECA? Si sono creati i "Servizi socio-assistenziali", sempre gestiti dai comuni o da comprensori di comuni di una stessa provincia. Una novità con cui è cambiata la musica, ma i suonatori sono rimasti gli stessi ed il risultato umiliante, come vedremo, non è cambiato.

Il compito di questi servizi, infatti, è quello di fornire a chi ne fa domanda, e dopo un attento esame delle condizioni di disagio economico, un sussidio mensile (il "minimo vitale") che permetta di sopravvivere. Ma una condizione di sopravvivenza dovrebbe essere una fase provvisoria, dopo la quale, anche secondo il dettato costituzionale, occorrerebbe un lavoro fisso ed una abitazione per poter conseguire la tanto sbandierata pari dignità umana. Invece il sussidio dato dal Servizio può durare anche molti anni.

Per confermare quanto abbiamo detto, vogliamo riportare la testimonianza di un utente del Servizio socio-assistenziale del Comprensorio C5.

Percepisco un sussidio mensile dal Servizio socio-assistenziale dal 1991. Nove lunghi anni, e questo anno che è appena iniziato è il decimo. Dieci anni di stenti senza mai potermi concedere niente. Dieci anni fatti di debiti per sopravvivere, di umiliante accettazione di aiuti in denaro o di indumenti smessi da parte di amici, perché il sussidio economico non basta mai. Dieci anni in cui mi alzo la mattina e comincio a pensare a come fare ad arrivare alla sera e, alla fine della giornata, tiro un sospiro di sollievo: anche oggi è finita, domani si vedrà. In queste condizioni non mi sento di avere quella ‘pari dignità umana’ di cui si parla".

Hai una famiglia?

"No, per fortuna. Non saprei come fare a mantenerla. Vivo da solo da moltissimo tempo. Fino a una ventina d’anni fa ero una persona come tante altre. Avevo una professione, un buon lavoro, una famiglia composta dalla moglie e due figli ed un piccolo risparmio in banca. All’improvviso, per motivi familiari che non sto a dire, un colpo di spugna ha cancellato tutto questo e mi sono ritrovato senza famiglia, senza lavoro, senza soldi in banca. Invano ho cercato per mesi, per anni un altro lavoro: quando hai quarant’anni, anche se sei ricco di esperienza, difficilmente ti assumono. Per poter vivere ho fatto di tutto: dal contadino al manovale, all’idraulico, sempre lavorando in nero, mettendo così in pericolo anche la mia futura pensione. Ottenni una licenza per la vendita ambulante di capi di abbigliamento e per un paio di anni sono andato avanti benino. Ma con la crisi del ’91 ho dovuto cessare l’attività perché le uscite superavano le entrate. Allora mi sono rivolto al Comune ed ho parlato anche col sindaco per avere un lavoro. Ho sempre chiesto un lavoro, mai un aiuto economico. Il sindaco mi fece fissare un appuntamento con l’assistente sociale per avere un sussidio economico, possibilità, questa, della quale non conoscevo neppure l’esistenza. L’assistente sociale riempì un modulo e me lo fece firmare: era la richiesta rivolta al Servizio socio-assistenziale del Comprensorio per ottenere il "minimo vitale". Circa 350.000 lire mensili, che già dall’anno successivo scesero a circa 300.000. Il motivo - così mi spiegarono - è che si ipotizza che l’assistito, durante il mese, possa trovare qualche lavoretto per tirare avanti. Ragionamento azzardato, perché non si può giocare sulle ipotetiche risorse di una persona. In effetti, però, quelle 5-6 giornate al mese le ho sempre lavorate, facendo un po’ di tutto. Ma nel ’96 una cardiopatia mi tolse anche quella risorsa. L’anno successivo l’assistente sociale mi propose un posto di lavoro nel "Progetto 12" (lavori socialmente utili) per due mesi all’anno, durante i quali viene tolta qualsiasi forma di assistenza economica. Accettai con soddisfazione una proposta che mi faceva sentire utile a me stesso ed alla società, ma dopo appena due settimane di lavoro mi ritrovai ricoverato in terapia intensiva di unità coronarica al Santa Chiara. Era la definitiva conferma che per me era finita: non potevo più lavorare e dovevo cercare a tutti i costi di sopravvivere col sussidio, che nel frattempo era stato elevato a poco più di 700 mila lire mensili che, pagate le spese di affitto, luce, gas ed acqua e le spese per l’alimentazione, non lasciavano i soldi neppure per un paio di mutande".

Mi risulta che il Servizio socio- assistenziale fornisce anche sussidi straordinari...

"E’ vero, ma è difficile ottenerli. A me ad esempio, è stato fornito il tesserino per l’esenzione del ticket su qualsiasi prestazione sanitaria e questo, nelle mie condizioni, mi permette un buon risparmio, perché sono sottoposto a controlli medici semestrali ed assumo farmaci tutti i giorni. Altro sussidio straordinario che ho avuto parecchi anni fa è stato di circa 300.000 lire, per il risanamento di alcuni debiti che avevo fatto in negozi di alimentari per poter vivere. Ma prima di ottenere quell’aiuto sono stato costretto all’umiliazione del debito per poter mangiare. Altro sussidio è stato quello per l’acquisto degli occhiali, e qui si cade addirittura nel ridicolo. Prima mi hanno chiesto il preventivo fatto dall’ottico e, dopo averlo valutato, mi hanno concesso l’acquisto. Ma per avere il contributo era necessaria la presentazione della fattura. Ciò vuol dire che io dovevo avere il denaro per l’acquisto e dopo sarei stato rimborsato. E se il denaro non c’è, come nel mio caso? Bisogna ricorrere a piccoli espedienti: o trovi qualcuno disposto a prestarti i soldi (mezzo milione) oppure, come ho fatto io, trovi la disponibilità dell’ottico a farti dare la fotocopia della fattura, la presenti al Comprensorio, ritiri il sussidio e finalmente ritiri gli occhiali dall’ottico, facendo trascorrere fra tutto circa un mese di tempo.

A volte mi chiedo se era meglio prima con l’ECA. Nel caso dell’acquisto degli occhiali, l’ECA mi avrebbe fatto un buono d’acquisto, che è molto più sbrigativo e meno burocratico".

A parte il sussidio mensile, l’assistente sociale ti ha aiutato in altri modi?

"No, mi sono sempre dovuto arrangiare. In questi dieci anni ho cambiato sei o sette assistenti sociali e, tranne una, nessuna mi ha aiutato. Ho avuto bisogno di fare la domanda per il riconoscimento dell’invalidità (questo è compito loro, io non sapevo neppure da dove cominciare) e ho sempre dovuto fare da solo, per ben tre volte. E ho dovuto sbrigarmela da me anche per chiedere una casa ITEA e per la domanda per la pensione di invalidità (400.000 lire mensili che vengono detratte dal sussidio economico).

In conclusione: è giusto aiutare economicamente la persona nell’immediato bisogno; dopo però bisogna cercare di aiutare chi è in grado di lavorare a trovare un posto di lavoro e chi non è più in grado di lavorare ad avere una pensione. Questo per risollevare la persona caduta nel bisogno da una situazione invivibile, per farlo sentire autonomo e capace di autogestirsi. Oltretutto, continuando l’aiuto economico per molti anni, come nel mio caso, questo è umiliante. E poi sono soldi dei contribuenti spesi male".

Questa la storia, particolarmente pesante, di una persona costretta a vivere per anni nella più totale indigenza.

Ma quanti come lui vivono tra noi? Quante persone vivono in miseria, ricevendo solo briciole da un servizio preposto alla loro assistenza? Siamo convinti che, quando l’ECA fu ritenuto un ‘ente inutile’, si pensava a qualcosa di meglio e sicuramente più funzionale. Un servizio che fornisse sì un aiuto economico nel momento del bisogno, ma che operasse anche in collaborazione con l’Agenzia del lavoro per le persone in grado di lavorare e con l’Azienda per i servizi sanitari e l’INPS per gli altri: come suggeriva, appunto, il nostro interlocutore.

Altrimenti ha ragione lui: era meglio l’ECA!

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