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Un segno dei tempi

Ebrei e nazisti percepiti come i galli e i romani di Astérix: è questo l’aspetto preoccupante della vicenda di Storo.

"La tentazione di sommergere la cagnara con un mare di disgustato silenzio, non so se è giusta, ma è molto forte". Così Andrea Castelli sull’Alto Adige di domenica a proposito delle molte cose dette in merito al famigerato carro del carnevale di Storo, coi nazisti e gli internati che ballano e le colombe che escono dal camino del forno crematorio. Sottoscriviamo in pieno; ma è una tentazione che occorre vincere, perché la faccenda è importante, anche se il dibattito cui abbiamo assistito ci sembra che abbia spesso deviato dalla realtà dei fatti, finendo per parlare d’altro in un inutile dialogo fra sordi.

Per evitare malintesi, diciamo subito che la scelta del tema e la sceneggiatura di quella mascherata erano disgustosi. Ma non perché il carro fosse "antisemita" come leggiamo in una ‘locandina’ dell’Adige, o perché volesse "prendere in giro e porre alla berlina la tragedia di sei milioni di persone" - come scrivono in un comunicato le associazioni dei partigiani e degli ex deportati.

Queste accuse fuori misura, e più ancora un certo modo di far cronaca che ha dato l’immagine di un paese infestato da nazisti, ha ostacolato un dibattito serio, inducendo organizzatori, assessori, sindaco, parroco, responsabili di pro-loco e comuni cittadini a repliche altrettanto fuori misura e a volte francamente risibili: "Si è trattato al contrario di un’ironia sul nazismo... Nessuno dei presenti ha avuto nulla da ridire, nessuno ha protestato"; "Il carro è stato realizzato per dare un messaggio di speranza"; "Conosco le persone che lo hanno realizzato e le assicuro che sono lontanissime da qualsiasi ideologia che si rifaccia al nazismo"; "Non è che volevano prendere in giro gli ebrei o l’Olocausto... Ho sentito parecchie persone oggi, più indignate per lo spazio sul giornale che per il fatto"; "Non si dice che a carnevale ogni scherzo vale? (...) E’ una provocazione a fin di bene".

E poi l’argomento decisivo: il padre di uno dei due ideatori del carro è stato internato in un lager, figurarsi se il figlio voleva irridere l’Olocausto. Lui stesso, d’altronde, è tanto sensibile all’argomento che ha visitato più volte i campi di Dachau, Auschwitz e Bergen Belsen.

Dopo di che, naturalmente, parte la litania del vittimismo. Il sindaco, in una lettera all’associazione Italia-Israele, accusa: "Il carnevale intorno lo hanno costruito le prefiche dei media utilizzando gli immancabili incauti che sentenziano senza conoscere, i predicatori sull’intolleranza degli altri, le anime candide che non aggiornano il pregiudizio ed hanno la massima cura della forma...". Il parroco lamenta che "di Storo si parla sempre per fatti negativi, siamo sempre sulle cronache nere", mentre un organizzatore, riferendosi alla mancata vittoria del carro di Auschwitz nel concorso carnevalesco, parla di "bocciatura politica" e accusa: "Avevamo vinto, siamo sicuri. Poi è andato in onda il servizio della Rai regionale e ci siamo ritrovati quinti in classifica. Ma abbiamo vinto moralmente".

Infine, ce n’è anche per le critiche del vescovo, sia pure timidamente: "La Chiesa ha il dovere di parlare, ma se lo facesse anche su altre questioni ben più gravi non sarebbe poi male".

Allora ripetiamo la domanda: perché è ripugnante l’Olocausto in maschera? Non è semplicemente una questione di cattivo gusto, come qualcuno ha detto: cattivo gusto sarebbe stato se avessero sceneggiato - che so? - un fattaccio di cronaca nera. Qui c’è di più: la persuasione - più o meno consapevole - che quella storia di sessant’anni fa non ha più nulla da dire alla nostra coscienza, non ha più alcun legame con le urgenze dell’attualità e che dunque la si può manipolare a proprio piacimento. I nazisti e gli ebrei come i galli e i romani di Astérix, rivissuti in un ricordo divertito che non può più trasmetterci emozioni. Magari - per stare sul sicuro - ricoprendo il tutto con una goffa patina di finto buonismo, di volemose bene, con persecutori e vittime impegnati in un comune ballo liberatorio e le colombe a velare l’orrore dei forni.

Enrico Pucci, nella sua rubrica sull’Adige "Ritratti", esprime perfettamente il concetto: "Mi digo che, se te travesti da Hitler e Goebbels, i bocia i pensa che i xe eroi dei cartoni. Compresi tuti quei che i xe morti nel forno crematorio"

E allora la preoccupazione rimane anche se - e non abbiamo difficoltà a crederlo - gli ideatori di quel carro sono completamente estranei a qualunque ideologia nazisteggiante, e se il loro è soltanto un "atteggiamento goliardico e trasgressivo, segnato dalla voglia di sbalordire... da tanta voglia di prima pagina, nel bene e nel male".

Da quanto essi hanno combinato, dalla loro incapacità di comprendere le reazioni di sdegno (anche se a volte mal motivate) e dalla solidarietà che attorno a loro si è raccolta in paese, emerge un allarmante segno dei tempi: un passato sì lontano, ma del cui ricordo abbiamo ancora tanto bisogno (oggi più che 10 o 20 anni fa) è diventato - e non solo a Storo - tabula rasa, un terreno vergine sul quale possono a questo punto germogliare le piante più perniciose. Altrove - non molto lontano da noi - questo è già accaduto.

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