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Una ricca pagina sindacale

35 articoli e decine di fotografie dedicate alla storiaccia di Jò Melanzana. Ma c’è un perché...

In quattro giorni - dal 31 marzo al 3 aprile - 21 articoli (con due partenze in prima pagina) equamente suddivisi fra Adige e Alto Adige, corredati da 36 fotografie; articoli che vanno ad aggiungersi ad un’altra quindicina di pezzi comparsi sui quotidiani locali nel giugno scorso.

Quale il tema meritevole di tanta attenzione: la fame nel mondo o la disoccupazione giovanile? Macché: al centro di tutto c’è il signor Giuseppe Pianura, professione imbianchino, in arte Jò Melanzana ("il soprannome viene dal fatto che le sue melanzane sott’olio sono rinomate" - ci spiega L’Adige. Ma l’anno scorso ci fu raccontato diversamente: "per l’abilità nel far crescere l’ortaggio". Dove sta la verità?).

Orbene, il cinquantenne "Monico Lewinsky" di Pergine (come egli stesso ebbe a definirsi) dopo essere stato per cinque anni l’assiduo accompagnatore di una "maliarda roveretana" consorte di un notissimo industriale, la quale ricambiava le sue attenzioni con doni milionari, venne da un giorno all’altro scaricato, con la inquietante prospettiva di dover ricominciare a lavorare per vivere. Ma Jò non si dà per vinto e racconta la faccenda alla stampa locale, prospettando l’eventualità di citare in tribunale la signora (che pure dice di amare ancora appassionatamente) per motivi sindacali, in quanto per anni le ha fatto da autista e da tuttofare.

Bisogna ricordare che a quel punto l’identità della donna e del suo illustre marito non erano ancora divulgabili, con grande agitazione dei giornali, che sapevano e non potevano dire e che dunque impegnarono i lettori in una sorta di caccia al tesoro: moglie di grosso industriale, non più giovanissima, con villa che si vede da piazza Rosmini, e dunque - presumibilmente - su viale dei Colli...

Proprio per evitare che prima o poi i loro nomi finiscano sui giornali, la signora e il marito tentano a quel punto di chiudere la storia stipulando con Jò un bizzarro contratto: a lui 210 milioni (100 subito, il resto in 37 rate mensili di 3 milioni) a patto che se ne stia tranquillo. Ma ormai abituato alla bella vita, lo "stallone scaricato" dilapida in poco più d’un mese i cento milioni, e poi riprende a farsi vivo sui media, anche nazionali, e presso la coppia, pretendendo che i restanti quattrini gli vengano versati tutti assieme anziché a rate. Ma Jò ha tirato troppo la corda, e anziché il denaro gli arriva una denuncia per estorsione che ha portato al processo dei giorni scorsi: il "contratto" - ha deciso il giudice - era un libero accordo fra le parti, ma le successive insistenze e le minacce di raccontare tutto per avere il saldo in un’unica soluzione erano tentata estorsione. Risultato: una condanna a due anni e 4 mesi con la condizionale.

Chi ancora non fosse soddisfatto dello spazio esorbitante che i nostri giornali hanno dedicato alla storia (naturalmente, a questo punto, facendo i nomi dei protagonisti, dei loro figli, ecc.; e solo, probabilmente a causa del loro status sociale, evitando di fotografarli), potrà comunque rivolgersi allo stesso Jò Melanzana, il quale "non vuole che la sua storia cada nel dimenticatoio" e dunque ha allestito un suo sito su Internet (www.go.to/gionmelans), visitato finora da circa 500 persone, con riproduzioni del suo diario e numerose fotografie.

Quanto a noi, riproponiamo un antico, ingenuo, retorico interrogativo: perché tanto spazio a una storiaccia come questa?

Ecco la illuminante, imprevedibile risposta dell’Adige: "La vicenda, dal punto di vista giornalistico, aveva interesse soprattutto perché c’era un risvolto ‘sindacale’. Nel senso che Jò dichiarò di voler far causa alla sua signora, una causa di lavoro".

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In altri numeri:
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