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Trento-Roma: la crisi del centrosinistra

Dopo il terremoto elettorale: il governo di Roma, i problemi di Dellai, il rilancio di Bondi, le avanches del centro-destra. La politica oggi: chi parla di Margherite, Girasoli, ribaltoni; e chi invece propone, per l’Italia e per il Trentino...

"Un governo che ha snellito la burocrazia statale, reso il fisco più efficiente, iniziato a riformare scuola e sanità, ridotto il debito, agganciato l’Italia all’Europa... ma cosa si vuole di più?" - era il commento sconfortato di un sostenitore della sinistra alla recente batosta elettorale.

Di qui le recriminazioni: "Gli italiani non capiscono niente" "Sono di destra" "Votano solo per chi protesta" "Le riforme fanno perdere voti", ecc, che denotano un ancor più grave sbandamento.

A nostro avviso invece, i meriti del centro-sinistra avevano tutti (tranne uno, l’ingresso in Europa) il difetto di essere solo potenziali: riforme di capitale importanza, meritoriamente avviate, ma appunto avviate; e gli avvii non bastano. Anche perché sull’altro piatto della bilancia pesavano sempre più aperte operazioni di restaurazione dell’ancien régime: partiti e partitini, segretari e nomenklature, attorno all’eterno balletto delle poltrone, verifiche, veti, congiure. E così l’immagine di Visco e Bassanini impegnati nel modernizzare la struttura stessa dell’amministrazione, è stata sovrastata, annullata, dalle bizze di Cossiga, le allusioni di Mastella, i distinguo di Boselli.

In tutto questo c’è un problema di cultura politica, impersonato in maniera esemplare da D’Alema (che, ci teniamo a sottolineare, abbiamo sempre criticato, anche quando era in auge).

Una cultura che l’ha portato prima a inventare Prodi e l’Ulivo; per poi, subito dopo il successo del ‘96, sabotare entrambi con un costante lavoro di erosione: per sostituire a Prodi se stesso, secondo i maligni, per costruire il grande partito socialdemocratico, secondo i generosi.

La sostanza non cambia: c’è stata una sostituzione della centralità dei partiti, orgogliosamente riaffermata, alla centralità della coalizione, delle tattiche fra segreterie ai contenuti di governo. Per controbilanciare Prodi si è inventata la Bicamerale, legittimato Berlusconi come costituente "padre della patria", messo in soffitta il conflitto d’interessi, incartata la questione giustizia.

Caduto Prodi, ci si è rifiutati di andare alle elezioni ("perché si perde", argomentazione di grande responsabilità istituzionale) imbarcando Cossiga & C. in cambio del definitivo smantellamento dell’Ulivo: pietra tombale sul concetto di coalizione, sostituito dalla galassia dei partitini e dei deputati prezzolati.

Il trionfo del tatticismo si è inserito in un momento di stallo nell’azione di governo; già Prodi, raggiunta l’Europa, non era stato capace di indicare un nuovo orizzonte (la lotta alla disoccupazione è uno slogan vuoto al nord, dove le imprese lamentano mancanza di manodopera; e anche al sud, con gli extracomunitari nei campi e sui pescherecci, il problema semmai è la qualità del lavoro, non il lavoro purchessia). Né D’Alema ha saputo fare di meglio.

Intendiamoci, i problemi veri sono sul tavolo: l’adeguamento dell’Italia alla nuova società globale e competitiva del 2000. E la sinistra non vi giunge spiazzata. La sua ragione di fondo - la convinzione che una società solidale è non solo più giusta, ma più armonica e quindi efficiente di una società fondata sul prevalere dei forti e l’abbandono dei deboli - non è intaccata dagli eventi storici. I quali hanno sì decretato la profonda inadeguatezza di alcuni strumenti (collettivizzazione, nazionalizzazioni) ma hanno confermato la bontà del fine (una società equilibrata). La lezione della Storia ha convertito la sinistra al mercato; ma, tenendo fermo il fine ultimo, questo passaggio altro non sarebbe che l’abbandono di uno strumento ormai palesemente inadeguato: sostituendo quindi l’arrancante impresa pubblica con la pluralità di imprese private, disciplinate da regole che ne salvino la dinamicità, evitando i guasti del capitalismo selvaggio e salvaguardando l’equilibrio complessivo della società.

Questo riadattamento della propria cultura, la sinistra lo ha in gran parte compiuto. Ma di nascosto, quasi vergognandosene, non facendone un obiettivo pubblico e mobilitante. E così non attrezzandosi ad affrontare le resistenze che nel corpo sociale un tale processo di rinnovamento implica: resistenze che non sono quelle dei pensionati, ma delle corporazioni, dei potentati, delle imprese ammanicate.

Il tutto affogato nel solito tatticismo, che fa perdere ogni chiarezza sulla direzione di marcia: dall’inutile tormentone sulle pensioni, agli insistiti flirt con gli esponenti più immobilisti del capitalismo familiare (Cuccia e Fazio: quest’ultimo addirittura indicato come possibile prossimo premier). A questo punto nessuna meraviglia se il salariato è disorientato, e il piccolo imprenditore si rivolge al centro-destra.

In questo quadro nazionale, come si inserisce la situazione trentina, con le sue particolarità politiche, istituzionali, e di struttura economica-sociale?

Il primo problema se lo trova di fronte Dellai. Le elezioni hanno evidenziato un’accentuazione della polarizzazione del sistema: centro-destra da una parte, sinistra dall’altra (i DS, pur nella sconfitta, hanno raccolto 300.000 voti in più rispetto alle Europee). Lo spazio al centro continua a restringersi: e renderebbe marginale una forza che saltasse di qua e di là, perdendo qualsiasi credibilità. Di qui lo scarso appeal dell’ipotesi di ribaltone proposta da Forza Italia (vedremo dopo le avances di Santini).

A quel che sappiamo, Dellai cerca di uscire dall’attuale impasse sul piano politico, accentuando la Margherita come forza politica territoriale, ma sempre nell’ambito del centro-sinistra: una sorta di Ulivo trentino, ancor più smagliante proprio perché sganciato dal livello nazionale, dove l’Ulivo non c’è più, e tutti lo vagheggiano.

[/a]C’è poi il discorso programmatico, di governo. Qui Dellai intende legittimarsi, anzitutto presso i suoi grandi elettori, come colui che tiene fede agli impegni presi: quindi avanti tutta con la val Jumela e le altre opere contestate. "Confida su una cosa - ci dicono dall’interno dei popolari - che i DS e la sinistra non hanno alternative, soprattutto dopo il risultato elettorale: dovranno cedere. Chiederanno contropartite, ma non potranno fare altro."

In effetti nella sinistra c’è chi del risultato nazionale sottolinea soprattutto gli esiti disastrosi delle rissosità interne alla coalizione. Ma c’è anche chi distingue fra i litigi per le poltrone o per la visibilità, e la necessità di avere chiari contenuti di governo.

Fra questi il segretario dei DS Mauro Bondi, che in un intervento sull’Alto Adige non solo ha ribadito che "la vicenda della val Jumela è emblematica di un modello di sviluppo senza futuro"; ma ha rilanciato, mettendo in discussione l’intera politica economica della Giunta. Di più, mette in discussione l’assetto - cloroformizzato - dell’economia in Trentino. In pratica Bondi si riallaccia alla politica economica nazionale di cui parlavamo sopra: privatizzazioni, dismissioni, come stimolo e creazione di spazi economici per la nascita e lo sviluppo di nuove imprese, che si reggano sulla competitività, non sui contributi. Questa linea di "democratizzazione economica", viene a confliggere - e frontalmente - con la linea Dellai: che è stata invece quella di usare l’Autonomia per trasformare le privatizzazioni nazionali in nuove aziende pubbliche trentine (controllate da suoi uomini di fiducia): il prossimo piccolo Enel trentino, la Trentino Servizi, Infostrutture, ecc.

Questa uscita allo scoperto di Bondi apre una serie di problemi. Anzitutto nella sinistra, dove di economia si discute poco e ci si accontenta di andare avanti con un paio di slogan (ricavandone una non immeritata freddezza dell’insieme del mondo economico); ed ora, dopo l’uscita del segretario diessino, si dovrà affrontare con serietà il problema del modello economico-sociale del Trentino.

Pone problemi anche al centro: la proposta di Bondi riecheggia alcuni spunti sulla "sovietizzazione del Trentino" dell’allora deputato DC Luciano Azzolini, spunti rimasti lettera morta, mentre la prassi dellaiana sta andando, come abbiamo visto, in senso opposto. Però Dellai ha fondato le proprie fortune elettorali proprio sul presentarsi al mondo industriale come il modernizzatore del Trentino: ma la modernizzazione può ridursi ai contributi agli impiantisti in perdita del Buffaure e alle speculazioni edilizie di Imprese Urbane nell’area Michelin?

Di qui i problemi anche per gli industriali; che nei convegni predicano contro l’effetto cloroformizzante dei contributi, ma nei fatti sostengono l’antiquata politica degli appalti pubblici in opere di dubbia utilità (PiRuBi, aeroporto...) e ora si trovano di fronte a una forza politica che, dal governo, propone di privatizzare e investire nella dinamicità delle imprese; sostenerla o andare avanti con il solito tran tran?

Mentre scriviamo, i problemi suddetti sono stati risolti nel modo più semplice: complici le festività, nessuno ha replicato a Bondi. E dopo Pasqua, i problemi sembrano i soliti, gli insulsi giochetti dei partiti: il centro-sinistra deve aprire o non aprire al PATT? I socialisti, sono per una "federazione della sinistra" (ancora!) o per un rapporto stretto con Dellai (Girasole invece di Margherita)? Ma il problema dell’assetto del Trentino del 2000 è troppo grosso - e urgente - per poter essere nascosto sotto il tappeto.

L'altro protagonista della scena politica è il centro-destra trentino, vincitore - sia pur solo di riflesso - delle ultime elezioni. Le prime dichiarazioni pubbliche ci hanno sconcertato: ci si è messi a parlare di difficoltà per il Trentino circondato da regioni governate dal centro-destra, quasi che due istituzioni locali a diversa guida politica debbano guardarsi in cagnesco...

"Il fatto è che, con la proposta di coordinamento

delle regioni del Nord - ci risponde, distinguendo, Giacomo Santini, coordinatore provinciale di Forza Italia - tutto l’arco alpino si troverà unito per portare avanti punti programmatici comuni, sia a Roma che a Bruxelles, e noi ne saremo fuori"

Come sarebbe a dire, arco alpino? Se si fa il coordinamento delle regioni del Nord, l’arco alpino ne sarebbe parte marginale. Ci sono già i coordinamenti, transnazionali, delle regioni alpine, l’Alpe Adria e l’Arge Alp. Non è che voi vi mettete a giustificarne un altro, geograficamente sballato (che c’entrano Milano e Venezia con i problemi delle Alpi?) solo perché lì avete la maggioranza?

"Arge Alp e Alpe Adria, non avendo raccordi giuridici, a Bruxelles non hanno peso, mentre il coordinamento delle regioni del Nord mira a portare avanti programmi comuni. Il fatto è che il Trentino non ha contatti con Brescia e Verona, e si continua invece a guardare verso il Tirolo. Nel coordinamento delle regioni è chiaro che il Trentino non verrà buttato fuori dalle riunioni perché guidato dal centro-sinistra; ma è chiaro anche che non ci sarà la stessa facilità di rapporti."

Insomma lei postula che nelle varie istituzioni, ci debba essere lo stesso orientamento politico per collaborare? Dalla circoscrizione fino a Bruxelles?

"Una cosa sono i rapporti istituzionali, un’altra i riflessi pratici. Il Trentino può votare chi vuole, ma ne paga il prezzo."

Per fortuna in Forza Italia non tutti la pensano così. Maurizio Perego, consigliere provinciale forzista in un intervento su L’Adige più volte chiarisce che non è proprio il caso di "pensare che i nostri rappresentanti istituzionali possano essere imbarazzati dalla vicinanza di regioni governate da Forza Italia."

Più in generale ci sembra che nel centro-destra non si sappia come amministrare la vittoria. Sull’ipotesi di ribaltone in Provincia, allearsi cioè con un Dellai staccatosi dalla sinistra, Santini precisa che "non siamo con il cappello in mano a chiedere posti in Giunta. Qualche dichiarazione di disponibilità l’abbiamo fatta, ma soprattutto per creare scompiglio negli avversari. Una nuova Giunta è possibile non con un semplice nostro innesto, ma dopo un accordo che riveda daccapo tutto il programma."

Non sarebbe un ribaltone?

"Beh, un ribaltino..."

Questioni di terminologia. Ma anche qui, non c’è concordanza di idee: non solo AN, com’è ovvio, si schiera contro questa ipotesi, ma anche dentro Forza Italia c’è maretta, espressa pubblicamente da Manuali, attualmente numero due dopo Santini.

Passiamo ai contenuti. Sulla Val Jumela?

"Non siamo contrari. Impianti sciistici sono stati costruiti dappertutto. Un no verrebbe interpretato dalla popolazione locale come un torto, una discriminazione, e questo bisogna evitarlo."

Il fatto è che si danno contributi a opere dannose e in perdita...

"Evidentemente la valutazione ambientale è opinabile. E sui contributi, avendo la Provincia sempre dato autorizzazioni e fondi alla popolazione, non ci si può ora mettere a torteggiare qualcuno. Purtroppo è un sistema che è così."

Ma voi lo volete cambiare?

"Vedremo cosa ci propone il governo"

Ma voi cosa proponete?

"Si deve decidere sul posto"

Se assegnare o meno contributi, lo deve decidere chi li riceve?

"Se si smettesse, creeremmo figli e figliastri. Forse si è sbagliato a iniziare il sistema. Casomai si dovrebbe, per legge, stabilire che gli impianti di risalita non hanno più diritto a contributi. E questa legge non c’è, anche se probabilmente ci si dovrà arrivare."