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referendum “sindacali”: i diritti e la fiducia

Sindacato e Confindustria trentina a confronto; ma in una situazione di (quasi) piena occupazione, dietro la polemica, prevale la voglia di tornare a collaborare.

Ireferendum cosiddetti "sindacali" - sul reintegro dei lavoratori licenziati e sul pagamento delle quote sindacali - hanno suscitato dibattiti dai toni decisamente accesi. In particolare in Trentino, dove fra sindacato e Confindustria si era instaurata un’interessante collaborazione intorno ai Patti per lo Sviluppo, e ora invece è sceso il gelo. Per il sindacato il No al referendum è una scelta di civiltà e proprio per questo - caso pressoché unico e per questo ancor più lodevole - ha deciso di combattere in campo aperto, No contro Sì, senza cercare di vincere facendo fallire la consultazione con il mancato quorum, arruolando tra i propri supporter i distratti, i vacanzieri e magari anche i morti.

Di questa inaspettata contrapposizione parliamo nel mitico palazzo Stella, sede della Confindustria trentina, con Bruno Dorigatti segretario della Cgil, Fabio Ramus direttore e Gianni Annichini vicedirettore dell’Associazione industriali.

Disegno di Stefano De Vigili

Dorigatti: Per noi è una scelta di civiltà: l’art 18 della legge 300 del maggio ’70, promulgata esattamente trent’anni fa, stabilisce che il licenziamento è possibile solo per giusta causa (l’azienda deve portare le motivazioni al pretore, ed è lui a valutarle). Il punto è proprio questo: non è il datore di lavoro a stabilire la motivazione del licenziamento (negligenza, assenze, inidoneità professionale, ad esempio una persona allergica ai prodotti trattati dall’azienda e di cui non è possibile una collocazione alternativa), è il giudice. Se passa il referendum questo non esiste più, esiste solo la libertà del datore di lavoro di licenziare senza motivazioni. Con che conseguenze?

Anzitutto l’espulsione dal mercato del lavoro dei deboli, di quelli che non riescono ad essere sufficientemente produttivi. Un’idea darwiniana della società, in cui possono sopravvivere solo i forti. Sarebbero messe in discussione tutte le libertà, la possibilità di contestare l’organizzazione del lavoro, ecc. Si potrebbe procedere in maniera drastica: ne licenzio uno per educare gli altri cento.

Ramus: Una premessa: impropriamente si è attribuito a Confindustria l’appoggio ai referendum radicali. Noi preferiamo appoggiare riforme approvate dal Parlamento, più organiche rispetto alle modifiche referendarie. Ma quando le riforme non si fanno, siamo per le iniziative che le portano avanti.

Nel merito del problema?

Ramus: Non facciamo altro che allinearci all’Europa, dove il datore di lavoro, di fronte al licenziamento giudicato non per giusta causa, ha la possibilità, di procedere alla riassunzione, oppure a un risarcimento deciso dal giudice. Il rapporto di lavoro richiede fiducia; se questa non c’è, bisogna trovare una soluzione. E’ come nel matrimonio: se non c’è più l’accordo tra le parti, perché vincolarle all’indissolubilità del rapporto? E infatti, l’obbligo del reintegro non c’è per le aziende con meno di 15 lavoratori.

Dorigatti: Qui viene messo in discussione un diritto fondamentale della classe operaia: il diritto al lavoro, che non è un diritto dell’impresa. Con lo Statuto dei lavoratori abbiamo conquistato uno status di parità; che ora si vuole svendere con i quattro denari alternativi al reintegro. Mi fa specie che Confindustria sia salita sul carro dei radicali, perché questa è un’idea precisa dei rapporti di lavoro, quella dell’espansione massima della precarizzazione. E’ la favola che si sente ripetere, per cui licenziando, precarizzando, si crea occupazione. Non è vero: in Trentino, dove pur vigono queste regole, c’è quasi la piena occupazione. In quanto alle aziende con meno di 15 dipendenti: anche a questi lavoratori bisogna estendere il diritto, non toglierlo a quelli che lo hanno.

Ramus: Questo è un eccesso di catastrofismo: gli imprenditori non hanno nessuna smania di licenziare. La forza lavoro è la ricchezza maggiore di un’azienda, per di più oggi, con l’attuale carenza di manodopera.

Dorigattti: Se passa il referendum, valutiamo che in tutta Italia ci siano già 10.000 licenziamenti pronti: i lavoratori più deboli e quelli ritenuti "rompicoglioni". E poi, chiariamo, non è questione di soldi: abbiamo avuto in Trentino dei licenziamenti pagati 100 milioni, uno perfino 250...

Intende dire che il singolo lavoratore nell’accettare il risarcimento invece del reintegro, ci può guadagnare?

Dorigatti: Affermo che questa non è una questione di soldi, ma di diritto. Il lavoratore oggi può scegliere, per dignità può rifiutare anche cifre di nove zeri. Col referendum gli si toglie questa possibilità di scelta.

Ramus: Attenzione alle forzature: il licenziamento è un atto sempre traumatico, ci si arriva solo quando si è in presenza di una situazione difficile, che è opportuno risolvere. L’Europa difatti va in un’altra direzione...

Dorigatti: Non è vero: l’Unione Europea sta andando verso una legislazione simile alla nostra attuale, l’Olanda è addirittura più restrittiva; invece dove c’è precarizzazione, come in Spagna, c’è anche maggior disoccupazione.

Ramus ha invece ragione quando richiama la grande mobilità del lavoro nel Nord-Est, dove i lavoratori si spostano da un’impresa all’altra.

Ramus: Poi infatti si vede dove va l’euro...

Dorigatti: Avete una visione arretrata: ritenete che la competitività si raggiunga non con le competenze dei lavoratori, ma con la compressione dei loro diritti. Volete eliminare i quarantenni, per avere neo laureati mentalmente più flessibili, mentre invece bisogna lavorare per aumentare la capacità di un lavoratore di aggiornarsi per tutta la vita

Ramus: Questo è un processo alle intenzioni. Quello che sta descrivendo non è per niente il nostro orizzonte.

Dorigatti: Negli anni ‘80 in Trentino si è licenziato? Sì, e molto.

Ramus: Era una situazione obbligata..

Dorigatti: D’accordo, lo si è fatto contrattando, e non ci sono stati grossi traumi, e il punto è questo: con le leggi attuali si riesce a licenziare; quello che non si può fare è il licenziamento individuale immotivato... ed è bene che sia così. E’ un modello di società egoista quello che voi proponete.

Annichini: E’ un’enfatizzazione eccessiva del problema. Le norme che disciplinano il licenziamento rimangono; viene a variare il tipo di tutela del lavoratore, se economica, oppure anche il diritto al reintegro. Non mi sembra che voler mantenere solo la tutela economica sia una diminuzione dei diritti come Dorigatti teme. Ed è anche un discorso superato, di trent’anni fa, quando il lavoratore aveva bisogno di tutele che oggi non sono così necessarie.

Passiamo al secondo quesiTo: l’obbligo per i lavoratori di rinnovare annualmente le deleghe sindacali (e quindi di confermare ogni anno le trattenute). Dal momento che il lavoratore può disdire la delega quando vuole, questa ipotesi sembra un voler mettere dei pali nelle ruote del sindacato. Impedirgli il funzionamento. Come se per un giornale l’abbonato dovesse per forza rinnovare l’abbonamento ogni mese...

Ramus: Confindustria non si è schierata su questo, non ha dato alcuna indicazione...

Dorigatti: E’ un discorso opportunista: a suo tempo la Confindustria aveva appoggiato tutti i 21 referendum. Poi, di fronte a una sollevazione, ci si è limitati a appoggiarne 2 (licenziamenti e maggioritario).

Ramus: I documenti ufficiali non parlano mai di questo. Noi non abbiamo mai preso posizione sul referendum sulle trattenute.

A questo punto, come sono i rapporti sindacali in Trentino?

Ramus: Avevamo lavorato insieme per oltre un anno ai Patti per lo sviluppo, pensavamo di poter continuare a lavorare assieme. Poi è arrivata questa interpretazione del referendum da parte del sindacato, con la richiesta a noi di prendere le distanze da Confindustria nazionale. Ovviamente il clima è cambiato, anche se noi ci teniamo ad avere buoni rapporti. E poi, il referendum non è un’iniziativa della Confindustria trentina; non capiamo perché ci si chieda di prendere le distanze dalla nostra associazione nazionale.

Dorigatti: Il Trentino ha bisogno di coesione, di fiducia, per completare i Patti e tradurli in pratica. Ma nei Patti c’era la centralità dell’uomo, il valore del lavoro, la cultura dell’impresa. I primi due punti sono messi in discussione dai referendum, che vogliono cancellarli, annullare la dignità del lavoro, e mettere la cultura dell’impresa su un versante poco moderno, la compressione dei diritti invece che l’esaltazione delle potenzialità del lavoro, delle capacità, della tecnologia. Finita questa fase, dovrà riprendere la politica di confronto: il Trentino di questo ha bisogno, ed ha bisogno dei diritti, togliendo i quali si aprono conflitti e si rischia la regressione.

Ramus: Anche noi diamo valore alle parole e proprio per questo non è accettabile la tesi dei trenta denari con cui si vorrebbe liberarsi delle persone.

Il processo che ci sta facendo il sindacato è ingiusto: nessuno vuole cavalcare le norme post-referendum in chiave vessatoria nei confronti né del sindacato, né dei lavoratori.