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Perché Ultimo si è arreso

E' opinione diffusa fra gli studiosi e gli osservatori della lotta alla mafia che l’impegno dello Stato sia venuto diminuendo dopo il 1993, al punto che alcuni parlano oggi di "contrasto zero". Insieme al disimpegno dello Stato si sarebbe verificato un cambiamento di condotta da parte di Cosa Nostra, che alla strategia delle stragi avrebbe sostituito quella incruenta di "farsi gli affari suoi".

Gli argomenti non mancano: la avvenuta sciagurata modifica dell’art. 513 cp; la ripetuta richiesta di eliminare il 416 bis (associazione di stampo mafioso) e di attenuare il 41 bis (carcere di massima sicurezza per i mafiosi); lo strano spostamento del dr. Caselli da Palermo a Roma durante il processo Andreotti; la permanente campagna di delegittimazione e di insulti contro la procura di Palermo; la sorprendente assoluzione di Andreotti con la formula del 530 comma 2; il bombardamento tambureggiante contro i "pentiti" indicati all’opinione pubblica solo come vili delatori prezzolati, e non anche come mezzi nel contrastare la "piovra".

La situazione delineata si è venuta determinando nel corso degli anni sotto la spinta prevalente del centro destra, ma la resistenza del centro sinistra è stata debole e qualche volta, su questioni essenziali, c’è stato un inspiegabile consenso. Emerge irresistibile alla memoria la dolente esclamazione di Amleto: "C’è del marcio in Danimarca". Le recenti clamorose dimissioni di "Ultimo", che catturò Riina, sembrano avvalorare i sospetti e rafforzare la tesi che la guerra alla mafia è finita.

"Ultimo" è il nome di copertura di un maggiore dei Carabinieri di 39 anni che il 15 gennaio 1993, alla testa di una unità speciale dei Ros, catturò Totò Riina capo di Cosa Nostra. Da allora "Ultimo", diventato un mito anche per due serie televisive a lui ispirate, ha diretto una particolare struttura dei Ros per la cattura di Bernardo Provenzano, nuovo capo della mafia. Il 25 marzo di quest’anno, dopo due anni di richieste e di pressioni per poter lavorare seriamente, "Ultimo" ha deciso di dimettersi e ha mandato ai superiori gerarchici una lettera di cui la stampa solo ora è venuta a conoscenza.

Scrive "Ultimo": "Ho preso coscienza di non poter disporre dei requisiti minimi, ma necessari, per svolgere l’attività investigativa... non ho gli strumenti necessari e indispensabili per fare bene la lotta alla mafia. Vedo i miei uomini a rischio e non posso proteggerli. Dopo due anni di denunce, voi continuate a far finte di non capire. Quindi voglio andarmene".

A voce egli ha rincarato la dose: "Io non faccio più la scimmia in questo circo... Se volete che trovi Provenzano dovete farmi lavorare con i miei uomini... Questo modo di fare antimafia non è accettabile... Non posso essere complice di una struttura che non funziona".

Il comando generale dell’Arma non ha recepito, almeno finora, le ragionevoli richieste di "Ultimo". Perché?

La responsabilità è del Comando generale o di qualche altra struttura dello Stato, superiore ai Carabinieri? Gli italiani attendono un chiarimento. E vorrebbero che venisse spiegato loro un altro mistero che dura ormai da 7 anni. Quando il 15 gennaio 1993 Riina venne catturato, il Procuratore dr. Caselli diede ordine che venisse perquisita l’abitazione del boss. Gli ufficiali dei Carabinieri presenti all’operazione lo convinsero che era meglio non farlo, che era più opportuno controllare l’esterno, non visti, l’appartamento di Riina, anche per scoprire eventuali complici e latitanti con l’ausilio di vedette nascoste, di telecamere, di microfoni direzionali. Il suggerimento sembrava ragionevole e il dr. Caselli lo accettò, chiedendo l’assicurazione formale che l’operazione di "tenere sotto controllo" 24 ore su 24 l’abitazione di Riina venisse fatta immediatamente. Quando l’ordine venne confermato erano le 12.30 del 15 gennaio 1993. Cosa accadde poi? Tre ore dopo tutte le forze dell’ordine lasciarono il quartiere e il covo rimase incustodito: niente vedette nascoste, niente telecamere, niente microfoni. Passarono 19 giorni durante i quali chiunque poté entrare e uscire inosservato.

Quando il dr. Caselli venne a saperlo, probabilmente per caso, ordinò una immediata perquisizione e naturalmente non trovò nulla: l’appartamento era vuoto anche dei mobili, era stata cambiata perfino la moquette, la cassaforte era aperta e dentro non c’era nulla. Durante i 19 giorni, ignoti (ignoti?) avevano asportato tutto, anche ciò che si trovava nel vano blindato ricavato nel sottoscala.

Che fine ha fatto l’archivio di Riina? Perché Provenzano, succeduto a Riina, è ancora latitante e "Ultimo" incaricato di catturarlo alza le braccia e si arrende? Perché Cosa Nostra è "entrata in sonno" e non fa più stragi e omicidi (salvo eccezioni)?

E’ infondato dubitare (come hanno fatto Bolzoni e Lodato nel loro libro "C’era una volta la mafia ") che 7 anni fa sia intervenuto un baratto sotto banco tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra? Io, avrebbe detto Provenzano, vi consegno Riina e voi mi date il suo archivio. In cambio io pongo fine alle stragi e voi non mi cercate (o fate finta).

Se fosse vero, sarebbe una spiegazione, anche per le dimissioni di "Ultimo". Quando il Parlamento, il Governo o il Ministero degli Interni ci faranno sapere per quali ragioni il covo di Riina è rimasto incustodito per 19 giorni, e quali misure sono state prese contro i responsabili? Sempre che tutto ciò sia vero, e non l’invenzione scriteriata di chi semina "notizie false o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico".