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Quando il museo studia le Alpi

Museo Tridentino di Scienze Naturali: un’istituzione pubblica utile, in crescita e in buona salute.

Immaginate Antonio Fazio, governatore della Banca d’Italia, che nella relazione di fine d’anno, ascoltato da tutti i politici e circondato da giornalisti, passa in rassegna i principali eventi economici del paese, dettando le strade per il risanamento e per lo sviluppo dell’occupazione. Il prestigio dell’Istituzione è tale, che spesso non ci sono voci di dissenso dal mondo politico. Sia governo che opposizione all’unisono esclamano: "Avete visto? Avevamo ragione noi!". Un paradosso? Può darsi, ma anche il prestigio di un istituzione che ha affiancato all’attività statutaria (la difesa della moneta) un’attività puntuale di ricerca, e che, con il passare del tempo, ha goduto di larga autonomia dal potere politico.

Sarebbe bello che il Museo Tridentino di Scienze naturali diventasse una sorta di Banca d’Italia dell’ambiente, almeno per la nostra provincia, e che politici e giornalisti attendessero i risultati sulla quantità di fitofarmaci presenti nei torrenti con la stessa ansia con cui si attendono i dati sull’inflazione. Una chimera? Tutt’altro. Almeno a giudicare dalla qualità delle ricerche che il Museo è in grado di proporre e di portare avanti, attraverso importanti collaborazioni internazionali, e che sono state presentate nel corso di una conferenza stampa, lunedì 19 giugno.

Ricordiamo che il Trentino è una provincia che può vantare diversi enti di ricerca sulla qualità ambientale. Il Museo, il Centro di Ecologia alpina, l’Istituto agrario di San Michele, gli uffici provinciali sui Biotopi, e ci scusiamo per chi non è citato. E’ un mondo piccolo, ma vitale, importante per la comprensione del territorio e lo studio della biodiversità. Non ultimo effetto, un mondo che, per quel che riguarda il Museo, riesce a fare ruotare attorno a sé una cinquantina di giovani studiosi. La maggior parte dei quali, grazie a contratti di ricerca, rappresenta una forza- lavoro intellettuale preziosa per il Trentino, le cui ricadute sulla collettività non sono ancora state comprese e recepite. In tempi di new-economy, è l’intelligenza di un territorio, intesa come capacità di relazioni interpersonali e tra istituzioni, a fare la differenza tra aree ricche e aree povere. Ci scusiamo con i nostri lettori per l’ovvietà di queste considerazioni, ma in tempi in cui ci viene proposto come un grande affare economico diventare l’interporto commerciale del Veneto (perché i veneti non hanno i soldi per farlo a casa loro), oppure viene ritenuto interessante mettere tra Pasubio e Carega una bella autostrada, forse allora anche l’ovvio va ripetuto…

Le ricerche del Museo non sono astruse catalogazioni di bizzarri organismi proteiformi; anzi, mai come oggi appare chiara la rilevanza economica dello studio dell’ecosistema. Per fare un esempio, lo studio degli ambienti ripariali, cioè le rive dei fiumi, ha enorme importanza per il disinquinamento, in quanto le piante delle rive sono in grado di purificare le acque dall’azoto.

Interessanti osservazioni sono state svolte sul biotopo della Rocchetta, dove il Noce arriva carico di inquinanti agricoli provenienti dalla val di Non, ma che al 90% riesce ad essere purificato dai composti azotati e fosfati. Certo occorre essere in grado di ripristinare gli alvei naturali, poiché oggi la maggior parte dei fiumi sono "intubati". Ma le ricadute economiche di questi studi sono evidenti: immaginate una società di ingegneria ambientale che sviluppi fuori provincia le nostre esperienze. Potete immaginare un business a più alta possibilità di crescita, se solo ci fosse la volontà di perseguirlo?

Lo stesso dicasi per le ricerche geologiche del Museo. E’ evidente che il nostro terreno è delicato: tracce di antiche frane sono presenti in tutto il territorio ed anche in tempi recenti abbiamo visto che il nostro terreno è difficile da imbrigliare al fine del puro sfruttamento economico (non è certo il caso di elencare i lutti degli ultimi anni). In questo senso, la mappa geologica promossa dal Museo sarà uno strumento importante per prevenire urbanizzazioni pericolose. Si tenga presente che cosa avviene nel resto dell’Italia, dove i disastri geologici capitano con cadenza annuale.

Quando i fiumi tracimano, come avvenne qualche anno fa in provincia di Alessandria e le aziende collocate presso gli alvei sono invase dalle acque, si dichiara le stato di "catastrofe naturale", e quindi, oltre ai lutti, lo Stato rimborsa gli imprevidenti costruttori. Quando il Veneto ci dice che la Valdastico è una grande occasione, andate a vedere com’ è lo stato idrogeologico dell’est veronese, dove i torrenti tracimano nell’incuria più totale dell’ente pubblico.

A questo punto è evidente che le ricerche del Museo sono una forma di prevenzione del fenomeno, e che quindi contribuiscono all’arricchimento della nostra regione. Certo, se un politico ha in mente solo il Prodotto interno lordo, allora una catastrofe è benvenuta: per effetto dell’aumento della spesa pubblica, la nazione, dal punto di vista contabile, risulta più ricca...

Infine un ultimo esempio di ri-caduta economica di temi ambientali: sappiamo come la zona tra Arco e Riva goda di un afflusso turistico legato alla vela e all’arrampicata sportiva. Due sport dolci che non hanno impatto sull’ecosistema. Ecco allora che l’ipotesi di un’oasi WWF sul Bosco Caproni (il bosco verso lo Stivo, per intenderci) unisce un interesse prettamente naturalistico (si tratta di una zona a clima mediterraneo in contesto alpino), a quello storico della comunità di Arco, legato alla figura dell’ing. Caproni, ma anche all’attività estrattiva che si svolgeva sui fianchi della montagna. Tutto ciò contribuirà a dare alla valle dei laghi un immagine di turismo montano "dolce", rispettoso degli equilibri ambientali e naturali. Tutte cose che hanno anche un indubbio valore economico. Nell’età della pubblicità è la reputazione che fa la differenza!

Non abbiamo lo spazio per elencare tutte le altre ricerche, dalla fauna al clima, dall’orso preistorico al lago di Tovel, che coinvolgono come finanziatrice l’Unione Europea, e che sono svolte in collaborazione con centri di ricerca universitari internazionali. Il direttore del Museo, Michele Lanzinger è giustamente orgoglioso dei risultati conseguiti, che troviamo pubblicati su importanti riviste internazionali. Le ragioni del successo di queste ricerche nascono dalla struttura "agile" del personale della ricerca. Attualmente avviene che la Provincia individua alcune aree tematiche di interesse generale, e quindi concede finanziamenti strettamente indirizzati su queste aree. Ecco allora che attraverso contratti a tempo determinato giovani ricercatori possono approfondire gli aspetti richiesti. Tuttavia il personale assunto a tempo determinato è una risorsa che deve in qualche modo non essere dissipata, e forse, sarebbe necessario rimpolpare il personale del museo assunto in pianta stabile. (Segnaliamo che i Consorzi, nonostante siano da più parti indicati come doppioni amministrativi, hanno in questi anni proseguito negli ampliamenti di organico, circa 2000 dipendenti, sottraendo risorse anche ad attività come quella del Museo.)

Un’ultima nota sull’attività canonica del museo, quella espositiva. Va sottolineato il trend di crescita dei visitatori, grazie anche, finalmente, alla spettacolarizzazione dell’evento scientifico, come ha mostrato la recente mostra sul Diluvio. Dai 6.000 biglietti staccati del ‘97 si è così arrivati ai 9.000 del ‘99. Una strada che fa ben sperare.

Piccola nota negativa, l’assenza all’incontro di rappresentanti del Centro di Ecologia alpina o dell’Istituto Agrario di san Michele, a causa, qualcuno dice, di piccole invidie sulla gestione dei fondi provinciali. A noi il problema proprio non interessa, solamente dobbiamo giudicare un po’ troppo tecniche le considerazioni finali del direttore Lanzinger, dettate forse da un eccesso di prudenza e per non esporre a critiche l’operato del Museo. Dato l’attuale attacco al territorio da parte di autostrade e piste da sci, era lecito forse aspettarsi qualche parola in più sullo stato del territorio e, soprattutto, delle sue prospettive future. Ma riponiamo la speranza tra i sogni realizzabili. Data la qualità delle ricerche, può non essere lontano il giorno in cui il Museo potrà essere una Banca d’Italia dell’ambiente, le cui analisi e le cui osservazioni godranno del prestigio attualmente riconosciuto ai fatti economici. Per oggi, siamo contenti di avere visto un’ istituzione pubblica in buona salute.

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