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La Fenice e la tela di Penelope

Emilio Rosini, Il giudice e l’architetto. Il Poligrafo, 2000, pp.92 , £.22.000.

Il teatro la Fenice di Venezia venne progettato e costruito la prima volta in due anni e mezzo: dal novembre 1789 (bando di concorso) al marzo 1792 (inaugurazione). La Serenissima Repubblica era in piena decadenza, eppure sapeva ancora agire. Insieme al teatro furono costruiti un ponte e un nuovo canale per consentire alle gondole di arrivare fino all’ingresso e fare manovra.

Quando nel 1837 il teatro fu distrutto da un incendio, venne ricostruito in meno di un anno. Il 29 gennaio 1996, tutti lo ricordiamo, la Fenice fu nuovamente distrutta da un incendio. Sono passati quasi 5 anni e ancora non è stato posto il primo mattone per la sua ricostruzione. Come mai?

Emilio Rosini ne racconta la storia in uno svelto e arguto libro ("Il giudice e l’architetto", il poligrafo, Padova, aprile 2000) che si fa apprezzare per la chiarezza, l’ironia, la perfetta conoscenza della materia amministrativa (governo e diritto), per gli esatti riferimenti storici, per gli idoli (idòla) che distrugge e i problemi che dibatte.

Sulle ceneri ancora calde della Fenice il sindaco di Venezia, con impeto e concisione filosofica, comunicò che il teatro sarebbe stato ricostruito "dov’era, com’era e subito". Quando però dalle enunciazioni si dovette passare ai fatti, Massimo Cacciari, noto anche per la sua propensione federalista, non trovò di meglio che affidare la ricostruzione del teatro al Governo di Roma, il quale, non potendosene occupare, come è ovvio, direttamente, delegò l’opera al Prefetto di Venezia (privo di competenze specifiche e soprattutto di uffici tecnici), il quale a sua volta nominò... una Commissione. "Se la commozione del momento non avesse oscurato il senso critico - scrive Rosini con una punta di ironia - il Consiglio comunale si sarebbe ricordato di avere in ogni occasione rivendicato maggiori poteri in nome del decentramento, dell’autonomia e del federalismo". Cosa che avrebbe potuto fare e ottenere anche in quella circostanza.

Ma forse bastava un po’ di memoria storica. All’inizio del secolo, quando crollò il campanile di San Marco, il sindaco di allora con ordine del giorno 16 febbraio 1903 invitò la Giunta a una deliberazione esattamente opposta a quella suggerita nel 1996 da Cacciari per la Fenice, e cioè "a formulare esplicitamente al Governo la proposta di lasciare alla rappresentanza cittadina la cura della ricostruzione del campanile". Così infatti avvenne e il successivo 25 aprile (due mesi dopo) veniva posta la prima pietra.

Non voglio togliere al lettore il gusto di seguire, in parallelo con quelle del canale Malamocco Marghera, le vicende anche giudiziarie, con ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, che vedono la Fenice ancora dentro al buio del labirinto, senza il provvidenziale filo di Arianna. I ritardi, i pasticci, i guai "non sono derivati dalle complicazioni del diritto amministrativo" come giustamente ricorda Rosini, "ma dal disorientamento di chi era tenuto a farne applicazione". Disorientamento e fuga dalle responsabilità, cui bisogna aggiungere una errata concezione della legge percepita come vincolo anziché come mezzo per raggiungere i risultati. Accade così che la legge "è come il filo per il baco da seta" che vi resta intrappolato. Si capisce allora perché il sindaco Cacciari, nel prendere la sciagurata decisione di esautorare Venezia dal ricostruire la sua Fenice, abbia esclamato, errando, che "per fare le opere pubbliche bisogna abolire il diritto amministrativo". La verità è invece che le difficoltà e gli impacci non provengono dalle regole, "ma - sostiene Rosini - dall’incapacità degli operatori di rispettarle". Così da un lato si constata "l’inclinazione delle autorità amministrative a non decidere, a non assumersi la responsabilità delle scelte; insomma a non fare il proprio mestiere che è quello di amministrare". Dall’altro lato una medesima fuga dalle responsabilità si constata nella struttura della giustizia amministrativa e nella mentalità dei suoi giudici.

Le sentenze di Tar e del Consiglio di Stato non dicono mai "chi ha torto e chi ha ragione", ma si limitano ad annullare atti "salvi gli ulteriori provvedimenti dell’autorità amministrativa". Provvedimenti che potranno nuovamente essere impugnati e annullati in una infinita tela di Penelope.

Intanto i Proci banchettano e Ulisse non arriva mai. Nell’antica Roma la legge era lo strumento per governare e fare giustizia. Pare che noi abbiamo da tempo tralignato e Rosini può concludere il suo libro con la sprezzante citazione dal Lessing: "Gli italiani si immaginano di essere i discendenti dei Romani solo perché sono nati sopra le loro tombe".

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